Home___primopianoQuando le tasche sono vuote è difficile che le spiagge siano piene

Sta venendo su una generazione di connazionali che non sa e forse non saprà mai cos’è una vacanza al mare in Romagna


Quando le tasche sono vuote è difficile che le spiagge siano piene


10 Agosto 2025 / Lia Celi

Ho inaugurato la mia carriera di scrittrice satirica alla fine dell’altro secolo con un pezzo sull’invasione delle mucillagini (nella fattispecie, era una litania in latinorum per scongiurare il disastro) ed essendo la mia riminesità cosa nota risaputa nell’ambiente dei giornali, d’estate inevitabilmente il telefono (o il whatsapp) squilla perché qualcuno mi chiede un pezzo “di colore” su come vanno le cose in Riviera.

Un anno vengo interpellata sulla moda dei fenicotteri gonfiabili (mai visti), quello dopo sul declino dei vitelloni (e da mo’…), il successivo sull’inflazione dei chiringuitos. Quando non c’è uno specifico spunto di cronaca o di costume, mi si commissiona un articolo brillante a piacere, basta che parli di Rimini e dell’estate. Nell’economia delle news estive, la costa romagnola è una specie di bene-rifugio, c’è sempre qualcosa da raccontare anche quando non c’è niente da raccontare. Noi indigeni facciamo simpatia – sicuramente più dei nostri omologhi sulla sponda tirrenica – e i turisti da ogni parte del mondo in bermuda e ciabatte, sempre un po’ imbranati fuori dal loro solito ambiente, sono un’inesauribile miniera di tic, manie e macchiette.

Più seriamente, la capitale del turismo di massa diventa fra luglio e agosto un osservatorio privilegiato sullo stato (anche psicologico) della classe media italiana, e più preciso di cifre, statistiche e resoconti. Perché, okay, fanno impressione i numeri che ci parlano di stipendi fermi, di croniche difficoltà della quarta o terza settimana del mese, di riduzioni dei consumi, compresi quelli per la salute. Ma la visione delle file di lettini vuoti e di ombrelloni chiusi, nella stagione in cui fino qualche anno fa bisognava sgomitare per arrivare dal lungomare alla battigia, è un colpo d’occhio molto più efficace ed eloquente.

Anche se, come ammonisce l’assessora regionale al Turismo, è prematuro parlare di estate flop, non c’è bisogno di essere Cassandra per ipotizzare che quando le tasche sono vuote è difficile che le spiagge siano piene. Comprese le nostre, che nel generale aumento dei prezzi, restano fra le più economiche d’Italia; purtroppo i loro utenti d’elezione, le famiglie non facoltose ma nemmeno derelitte, sono quelli che negli ultimi anni si sono beccati più randellate dalla crisi, dal Covid, dagli effetti della guerra in Ucraina e, last but not least, dalle politiche di un governo di destra che considera un successo l’aumento di lavoratori con stipendi da fame, e che, fra tutte le idee di nonno Benito che vorrebbe riportare in auge, trascura quelle meno nocive, come i treni popolari e le colonie estive.

Insomma, l’Italia vista dall’osservatorio Rimini quest’anno offre ben poco materiale alla penna disimpegnata del giornalista di costume. E il fatto che la nostra città sia sempre più scelta dai turisti stranieri, dal lato economico è rassicurante, dall’altro è inquietante. Sta venendo su una generazione di connazionali che non sa e forse non saprà mai cos’è una vacanza al mare in Romagna. Per la prima volta dal dopoguerra, ci sarà una piccola e media borghesia sprovvista di un bagaglio di bei ricordi di famiglia in spiaggia, di bagni nell’acqua bassa, di serate sul dondolo della pensione a conduzione familiare, di piccoli amori sotto l’ombrellone, che scaldano ancora il cuore ai boomer e alla generazione X e hanno reso la Romagna cara a tutti gli italiani.

Le conseguenze della crisi del turismo interno avranno un raggio molto più vasto dei bilanci di fine stagione di bagnini e albergatori. Corriamo ai ripari, prima che il “tardi” diventi “troppo tardi”.

Lia Celi