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Quanto ti amiamo Rimini, la bella addormentata che solo il nostro sacrificio risveglierà

Tutti noi siamo affezionati alla nostra Rimini, ma ci volevano questi giorni così difficili per volerle ancora più bene. Per innamorarsi di nuovo di lei, come di una compagna con cui viviamo da sempre ma che ancora non si era svelata del tutto, per timidezza o forse per un pudore insospettabile sotto la sua maschera cordiale, pratica e a volte un po’ cinica.

Come non amarla, così forte e al tempo stesso così indifesa, mentre lotta come una leonessa contro un nemico invisibile e silenzioso? Come non sentirsi riempire il cuore di tenerezza vedendo le sue strade vuote, attraversando le piazze deserte dove ormai si è persa anche l’eco dell’ultima passeggiata domenicale in compagnia?

La città è come una bella addormentata che non si sveglierà con un bacio, ma grazie ai buoni comportamenti e al senso di responsabilità della sua cittadinanza. Cioè noi tutti, adulti e bambini, e perfino i cani, che da settimane stiamo lottando come un solo principe per spezzare l’incantesimo.

Restando in casa il più possibile, limitando al massimo il raggio delle passeggiate e i giri per gli acquisti, rispettando le file all’entrata del supermercato. Soprattutto, rinunciando a quello che ci rende più riminesi, il piacere della socialità semplice, alla buona: non le apericene fighette e i brunch, ma la mangiata con gli amici, il pranzo della domenica con tutta la famiglia, la pizza prima del cinema, la vasca del sabato pomeriggio, il gelato con i compagni di classe.

Tutti gli italiani stanno facendo gli stessi sacrifici, ma per i romagnoli, e in particolare per noi riminesi, è più che una rinuncia, è la negazione di noi stessi. Neanche durante la guerra ci era stato chiesto tanto. Nei rifugi, mentre cadevano le bombe, le generazioni si stringevano le une alle altre. Tra gli sfollati si creavano nuove amicizie, nuovi legami. I piccoli stavano in braccio ai nonni i ragazzini continuavano a giocare insieme tra un allarme e l’altro.

La pandemia è come una bomba che lascia intatti gli edifici e spezza i legami fra le persone. Lo fa in modo tragicamente definitivo quando ci ruba un amico o un familiare, ma lo fa anche innalzando barriere di precauzione e di diffidenza fra parenti e vicini, fra compagni, fra colleghi di lavoro.

Eppure il virus non riesce a rubarci proprio tutto: c’è un nuovo modo di comunicare che nemmeno il riquadro piatto e inespressivo della mascherina che ormai portiamo tutti è riuscito a imbavagliare. Ci guardiamo di più negli occhi e cerchiamo di caricare gli sguardi di tutto quel che il resto del viso non può mostrare.

Abbiamo riscoperto il linguaggio delle sopracciglia e ci scambiamo occhiate amichevoli come strette di mano. Il tessuto che ci copre la bocca non riesce a soffocare il «grazie» che diciamo al farmacista, all’edicolante, al negoziante, al corriere, a tutti quelli che ogni giorno rischiano più di noi per assicurarci, oltre ai servizi essenziali, il lusso di un ricordo di normalità.

Sarebbe bello che il risveglio dall’incubo non cancellasse il senso di vicinanza accorato ma fiducioso che ci sorregge e ci tiene insieme malgrado le nostre porte chiuse. Sembra quasi di toccarlo, la notte, quando sulla città pesa un silenzio in fondo al quale puoi sentire il rumore del mare, come il mormorio di un vecchio che si chiede come mai abbiamo smesso di andarlo a trovare.

Lia Celi

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