Home > Cultura e Spettacoli > Quel Baldini sconosciuto che raccontava in uno splendido italiano

Quel Baldini sconosciuto che raccontava in uno splendido italiano

Raffaello Baldini: “Prima del dialetto”. A cura di Tiziana Mattioli ed Ennio Grassi (Raffaelli).

raffaello_baldini_-_prima_del_dialetto

Raffaello Baldini (1924-2005), santarcangiolese in trasferta dal 1955 a Milano, giornalista, poeta e scrittore. Nelle numerose biografie a Lui dedicate, edite o on-line, c’è da sempre un grande buco nero, ovvero gli anni che vanno dal 1955 al 1976, anno del suo debutto nella poesia dialettale con la raccolta “È solitèri”. Un buco che questo volume, edito da Raffaelli, a cura di Tiziana Mattioli ed Ennio Grassi, provano a colmare.

Baldini si laureò in Filosofia all’Università di Bologna nel luglio 1949 con una tesi su “La morale aperta di Pascal” discussa con Felice Battaglia. Poi per alcuni anni si dedicò all’insegnamento (fu anche preside nella scuola media di Santarcangelo). Nel 1955 si trasferì a Milano lavorando come giornalista in maniera saltuaria presso varie testate, prima di approdare nell’estate 1968 nella redazione del settimanale Panorama diretto da Lamberto Sechi.

Questo volume raccoglie una selezione degli scritti di Baldini (a incominciare dalla tesi) prima di iniziare a scrivere in dialetto e diventare, “nonostante” l’uso del dialetto, uno dei più grandi poeti italiani.

I curatori aiutano ben poco a conoscere la biografia di Baldini di quel ventennio, e ad orientarci nelle frequentazioni e relazioni di quegli intensi anni italiani, vissuti da Baldini a Milano nel pieno del boom economico. Ma è la selezione dei materiale che hanno operato il motivo per cui bisogna ringraziarli, perché come spesso capita editi su riviste il più delle volte introvabili. Sono articoli apparsi sul rotocalco Settimo Giorno, sui periodici Imago, Il gatto selvatico, Rivista Pirelli, Stile industriale. E’ così che Baldini conosce e collabora con Arrigo Castellani, Vittorio Sereni, Michele Provinciali, Pino Tovaglia, Ugo Mulas, Mario Dondero. Ovvero con chi attraverso scritti, fotografie, grafica, opere d’arte riesce ad interpretare e a presentare al meglio le incredibili trasformazioni neocapitaliste dell’Italia di quegli anni. Magari anche con ironia, come spesso fa Baldini quando scrive dell’automobile, dell’uso e dell’abuso di questa, del vero e proprio culto che in tanti praticano verso questo oggetto totem.

E’ questo anche il tema del suo unico libro, edito da Bompiani nel 1967, in italiano: “Autotem”. Scrive Umberto Eco nel risvolto di copertina del libro: il totem dell’automobile e del suo utilizzo di massa viene rinviato a “un’unica immagine archetipa, enormemente cattiva, ingombrante, penetrante, laceratamente rumorosa, dilagante, soffocante”. Baldini si inventa ventinove lettere al direttore di una rivista il cui unico argomento è appunto questo: il mito dell’automobile narrato in maniera ironica, ricorrendo ad una scrittura in italiano splendida nel suo variare di toni a secondo di chi scrive (operaio o impiegato, casalinga o detenuto, professionista o pazzo scatenato, del nord o del sud).

Il critico Franco Brevini di “Autotem” scrisse (riportato nel volume dalla Mattioli) “il tema della passione automobilistica degli italiani veniva trattato attraverso la raccolta di una serie di immaginarie lettere al direttore di un giornale. Quel lontano esercizio, per la sua struttura plurilinguistica, per la sperimentazione di diversi registri di parlato e per l’impegno satirico alimentato da un curioso gusto del paradossale e del grottesco, sembra prefigurare le più mature raccolte dialettali, che nasceranno all’incontro col mondo regionale, oltre che, naturalmente, con l’esperienza della nevrosi”.

E i reportage scritti per Settimo Giorno (fra il 1955 e il 1960) o per la Rivista Pirelli (fra il 1964 e il 1969) ci fanno invece scoprire un’Italia che sta scomparendo e quella nuova che sta avanzando. Baldini lo fa con penna equilibrata, con valutazioni precise, con intuizioni che non devono portare su una strada fuorviante il lettore. Scrive Grassi: “Il reportage di Baldini è l’esito selettivo e meditato di una ricchissima raccolta di materiale di prima mano, in cui la tranche de vie, l’intervista, l’acribia con cui dà conto dei numeri relativi all’argomento e ai problemi ad esso connessi, insieme alle immagini fotografiche, trovano una loro ben organizzata articolazione, così da poter sempre corrispondere alle richieste di un pubblico di lettori dagli interessi più vari circa l’oggetto dell’inchiesta”.

I quattro grandi reportage selezionati dai curatori, scritti per la Rivista Pirelli, sono splendidi, arricchiti dalle immagini di grandi fotografi o da disegni di pittori: “Abruzzo senza pastori” (nel n. 4/1964) con i disegni di Giuseppe Ajmone; “Addio all’inverno dalle terre del riso” (nel n. 1/1965) con le foto del poeta/fotografo Giorgio Sambonet; “La dolce noia” (nel n. 5/1965) con i disegni di Giancarlo Cazzaniga; “La Ciociaria tra un bicchiere e l’altro” (nel n. 2/1967) con le foto di Pepi Merisio.

Mi piace chiudere citando un giudizio dell’attore Ivano Marescotti che ha portato più volte i testi di Baldini in scena: “la gente ama Baldini diventato ormai popolarissimo. E’ esaltante vedere come tanta gente segua uno spettacolo che propone una semplice lettura di poesie di uno tra i più grandi poeti contemporanei, abbattendo gli steccati tradizionali tra poesia ‘colta’ e ‘popolare’”.

Questo vale per tutta l’opera poetica di Baldini. Ma questo libro che ci parla della preistoria di Baldini, ovvero prima del 1976, ci porta a valorizzare anche il Baldini in italiano. I suoi articoli sono ancor oggi piacevolmente leggibili. E dunque facciamolo, in attesa che la sistemazione dell’archivio di Lello si completi e ci porti, speriamo, nuove sorprese come questa raccolta.

Vorrei infine citare l’interessante volume monografico dedicato a Lello, “Raffaello Baldini. Essere voce e gesto”, della rivista Il parlar franco (n. 14-15) edita da Pazzini, a cura di Gualtiero De Santi e Rita Giannini.

Paolo Zaghini

Scroll Up