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Quella Rimini così ricca di acque e così povera di acquedotti

Cristina Ravara Montebelli: “Acqua buona riminese. Sorgenti, acquedotti, fontane e lavatoi: nuove ricerche” – Bookstones.

Cristina Ravara Montebelli torna ancora una volta ad occuparsi della storia idrica della Città di Rimini, dopo i precedenti volumi “Aqua ariminensis. Approvvigionamento, conduzione e utilizzo nella città romana” (AMIR, 2002) e “Sant’Andrea, un borgo fra le acque” (Luisè, 2005) con Oreste Delucca e Maurizio Zaghini. Lo fa come sempre da archeologa e profonda conoscitrice del territorio. Il volume, sponsorizzato da Romagna Acque Società delle Fonti, offre nuovi e importanti contributi e informazioni sulle sorgenti, sulle vicende degli acquedotti romani, sulle fontane pubbliche, sul problema dell’approvvigionamento della nuova città turistica fondata nell’Ottocento.

Già in epoca romana, nel 1° secolo a.C, l’architetto Vitruvio scriveva: “Senza l’acqua né un organismo vivente né alcun alimento può nascere o conservarsi o essere attivo. E’ per questo che con gran cura e zelo bisogna cercare e scegliere le fonti, avendo di mira la salute dell’umanità”. Parole ancor oggi quanto mai di attualità, più che mai vere per tante parti del mondo dove ormai le guerre si scatenano per l’accesso all’acqua.

Ravara ci prende per mano e, documento dopo documento, ci conduce alla scoperta di tutte le sorgenti d’acqua riminesi. “Una volta individuate le sorgenti d’acqua, si sono analizzate le principali tipologie di acquedotti riminesi di epoca romana, sulla base dei ritrovamenti archeologici, focalizzando in particolare l’attenzione sull’antica fonte perenne di Via Dario Campana, che ha fornito acqua alla città ininterrottamente dall’epoca romana fin quasi ai nostri giorni. Quest’acqua infatti alimentò per secoli le principali fontane della città, localizzate in piazza Cavour”. Fra le principali sorgenti la Ravara si sofferma in particolare su quella della Galvanina sul Covignano, su quella della Sacramora a Viserba, sull’antica fonte perenne di Via Dario Campana.

Poi torna a raccontarci la storia degli acquedotti della città romana: “I romani sono universalmente noti per essere stati i più grandi costruttori di acquedotti, ma nel caso di Rimini la ricchezza di fonti d’acqua sorgiva superficiale e la conformazione del territorio hanno imposto la costruzione di condutture sotterranee ovvero grandi cunicoli in mattoni con volta in opera cementizia, per garantire una grande portata d’acqua dalla vicina collina di Covignano alla città”.

Grande attenzione poi viene dedicata alle fontane di Piazza Cavour, ad iniziare da quella della “Pigna” con i risultati delle ultime ricerche effettuate in occasione dei 500 anni della morte di Leonardo da Vinci (1452-1519). Leonardo vide la fontana l’8 agosto 1502 e rimase “colpito non dalla sua bellezza, ma dal suono che producevano le abbondanti cadute d’acqua nel sottostante bacino, tanto da lasciarne traccia nel suo taccuino degli appunti del suo viaggio in Romagna, al seguito di Cesare Borgia, chiamato Codice L (foglio 78 recto), con la famosa frase sull’armonia delle sue acque”.

Il lavoro della Ravara prosegue con la storia dei due principali lavatoi pubblici, quello di San Domenico e quello del Borgo Sant’Andrea, “con le loro problematiche d’igiene pubblica e i loro continui restauri e rifacimenti, in omaggio soprattutto alle innumerevoli donne che usavano il fuoco e l’acqua, da sempre antitetici, ma in questo caso alleati per il rito antico del bucato, ‘la bugheda’”.

Infine il racconto della penuria d’acqua potabile nei due poli turistici della Città, Marina Centro e Riccione. Nel luglio 1874 allo Stabilimento Bagni, a stagione avviata e con la presenza di numerose famiglie di bagnanti, “mancava l’acqua potabile”. Il problema continuò a sussistere ancora per diversi decenni, anche se “i villini sul mare erano tutti dotati di pozzo per garantire ai villeggianti acqua potabile nel periodo estivo”. Fu solo nel 1907 che il Consiglio Comunale di Rimini approvò progetti di una nuova rete idrica.

A Rimini “il nuovo acquedotto fu inaugurato nel 1911, ma era ancora limitato al solo centro cittadino, fornendo acqua a 714 utenti e 29 tra fontane e fontanelle, perché il Comune non aveva fondi sufficienti per la conclusione dei lavori”. Un prestito della Cassa Depositi e Prestiti consentì l’arrivo dell’acquedotto al Lido il 1 luglio 1912, “appena in tempo per l’inizio della stagione balneare”. Ma il problema di un rifornimento adeguato di acqua potabile sufficiente ai bisogni del crescente turismo rimase aperto perlomeno sino alla fine degli anni ’50.

Tonino Bernabè, Presidente di Romagna Acque, nella sua Introduzione al volume, cita la frase di Leonardo sulla fontana di Rimini ed afferma che “Leonardo non parla di presente, ma di futuro. Rappresenta magistralmente, attraverso la metafora dello scorrere dell’acqua del fiume, il ciclo vitale dell’uomo e della natura. Un patrimonio che noi ‘moderni’ abbiamo il dovere di mantenere in equilibrio e in armonia. Che non possiamo compromettere per cecità, per presunzione o per colpevole disattenzione. E che è nostro dovere rendere disponibile a tutti”.

Paolo Zaghini

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