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Quelle “fole” che a Novafeltria si raccontavano alla veglia

Io sono originario di Novafeltria, prima si chiamava Mercatino Marecchia. Da bambino “amarcord”, e qui non voglio certo parafrasare Fellini, che i nonni  mi raccontavano degli aneddoti di paese che oggi continuo a ricordare ma con caratteri poco decisi, sfumati e che assumono ormai quasi i contorni da fiaba.

Questi aneddoti erano conosciuti un po’ da tutti i paesani dell’epoca.

Uno era una filastrocca un po’ piccante, che senz’altro circolava attorno al fuoco durante le veglie invernali nei primi decenni del ‘900, veglie forse svolte in campagna nelle case coloniche o perché no anche nelle veglie di paese.  C’erano infatti anche quelle all’epoca, non solo le veglie campagnole.  Filastrocche che venivano recitate quasi a mo’ di rosario quando si voleva ridere un po’ tutti insieme.  Quella volta non c’era la televisione e con le battute ci si arrangiava come si poteva.

La filastrocca è questa:
“Pancot, pan crud, curit doni c’a so nud”: Pancotto, pan crudo, correte donne che sono nudo.

Il senso è questo:
Pancot, pan crud, il pane potete mangiarlo cotto in zuppa o crudo, cioè “mettetela come
vi pare”, curit doni c’a so nud che vale “donne, siete tutte le mie”.

Un altro racconto riguarda la Andreuccia, una donna ormai anziana che alla fine degli anni ’40 del ‘900 al mercato di Novafeltria si ostinava a tenere una panca in legno dove vendeva  i suoi prodotti. Solo che questi ormai si limitavano alle sole carrube.

La sua non era certo una scelta da “prodotto di nicchia” quanto la necessità di commerciare un solo prodotto, dettata questa dalle poche energie fisiche che ormai le erano rimaste. Le carrube sono i frutti dell’albero del Carrubo, frutti poco belli a vedersi ma che hanno proprietà benefiche, sono dimagranti, antiemorragici.

Sta di fatto che l’Andreuccia, sarà perché era una donna anziana, sarà perché le sue carrube  non ispiravano alla vista i potenziali compratori, a Novafeltria durante i mercati lei ne vendeva proprio poche.  Vedeva che le altre bancarelle vendevano i loro prodotti, lei invece no.

E così diceva alla gente che passava vicino: “Carrube, carrube, poca folla per carità”.  Quel modo di dire era la sua strategia di marketing per invogliare le persone a comprare.  E significava, affrettatevi a comprare le mie carrube, se no finiscono perché vanno a ruba.  Si dice pure che la pubblicità è l’anima del commercio !

L’Andreuccia quella volta non avrà venduto le sue carrube, in compenso suo figlio Oreste (Orestino) che era intelligente e col pallino degli affari, anni dopo è diventato il più ricco  del paese.

Il terzo aneddoto riguarda un inseguimento in bici che si deve essere svolto negli anni ’30 o ’40 del ‘900 lungo la strada Marecchiese, strada quella volta poco trafficata.

Un giovane uomo della zona aveva commesso un piccolo furto, cosa di poco conto, forse le uova nel pollaio o cose similari.  Ma per la giustizia di quella volta, era tanto.

Così il ladro rubagalline scappava in bicicletta ed un appuntato dei carabinieri di origine meridionale aveva inforcato anche lui una bici e si era messo al suo inseguimento. L’appuntato però era meno giovane del ladruncolo e così pedala, pedala non riusciva  a raggiungerlo.

E da dietro gli diceva “Se tte chiappe, se tte chiappe” che significa, “Se ti prendo,  se ti prendo”. E dopo un po’ di pedalate, giù ancora “Se tte chiappe”.

L’inseguito resosi ormai conto che non sarebbe stato raggiunto dall’uomo di legge,  trovò anche il modo di dare un tocco di ilarità alla scena in corso.  Così rivoltandosi verso il carabiniere e badando bene a continuare a pedalare con vigoria,  gli aveva urlato ridendo “Sette chiappe fanno tre culi e mezzo”.
Il ladruncolo continuava a pedalare divertito e l’appuntato sorpreso dalla battuta, continuava ad inseguirlo.

La storia per me finisce qui, l’epilogo infatti non lo conosco.
Forse qualcuno a Novafeltria lo sa e se lo ricorda ancora.

A Novafeltria non lo so, ma a Rimini qualcuno questa storia se la ricorda di sicuro.
Infatti durante le feste di Natale del 1990 un riminese verace sulla quarantina, quindi ancora giovane fece in mia presenza e con mia notevole sorpresa la battuta “Sette chiappe, tre culi e mezzo!”.

Gaetano Dini

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