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Quelle tombe dimenticate dei nativi americani nei cimiteri di guerra della Romagna

Matteo Incerti: “I pellerossa che liberarono l’Italia” – Corsiero Editore.

Fra le pieghe delle vicende della Seconda Guerra Mondiale continuano ad emergere, grazie al lavoro dei ricercatori storici, particolari che non finiscono mai di stupirci. E’ questo per esempio il caso del libro di Matteo Incerti dedicato alla storia dei soldati nativi americani impegnati nella Campagna d’Italia fra il luglio 1943 (sbarco in Sicilia) e l’aprile 1945 nei reparti statunitensi e canadesi.

L’autore, classe 1971, giornalista, è dal 2013 addetto stampa in parlamento per il gruppo del Movimento 5 Stelle. Autore di alcuni romanzi storici. Anche questa sua ultima opera ha un taglio narrativo, seppur fortemente documentato. Potremmo dire un’opera di “public history”, cioè un testo storico basato su documentazione rigorosa, ma scritto per un pubblico ampio.

L’interesse dell’Autore per i soldati “pellerossa” nasce da una visita al Monument Valley Tribal Park nella riserva della Nazione Navajo in Arizona. Qui è esposta una bacheca dedicata ai “Code Talkers”, i soldati indigeni arruolati nell’esercito americano che combatterono contro i giapponesi, sfruttando la loro lingua incomprensibile ai nipponici. Alla domanda rivolta alla vecchia guida del museo “Lei sa se Navajo, Apaches o Sioux arruolati nell’esercito americano, abbiano combattuto anche in Italia?”. La risposta fu: “Ci furono Creek, Cherokee, Pawnee, Choctaw. Tutti coscritti nell’esercito americano. Grandi guerrieri”. Ma a combattere in Italia furono soprattutto gli indiani canadesi: Irochesi, Mohawk, Cree, Ojibwa. Arruolatisi come volontari, “illusi che schierandosi con l’Impero Britannico avrebbero avuto più libertà” poi. In effetti gli indiani americani (di cui Incerti non ci dice il numero) non combatterono in Italia, quanto invece nei reparti impegnati in Francia.

“Vestire la divisa dell’’esercito dell’acero’ [del Canada], oltre a una paga più dignitosa di quella offerta per gli umili lavori nelle riserve, era anche l’inizio di un rischioso percorso di riscatto sociale. Nel periodo di addestramento in Canada, così come nel Regno Unito, finalmente fuori dalle riserve, quei pellerossa in divisa poterono frequentare gli stessi locali pubblici dei visi pallidi. Potevano bere alcolici e fumare insieme a tutti gli altri. Potevano provare ad abbordare una ragazza bianca o frequentare bordelli”.

“Erano pronti a morire affinché in Italia come in tutta Europa tornassero libertà e democrazia. Pronti a battersi per la libertà di altri popoli, anche se in Canada e negli Stati Uniti quei pellerossa partiti per l’Europa erano ancora discriminati”.

Furono circa tremila giovani indiani, di varie tribù, quelli impiegati nell’esercito canadese nel corso della guerra. In Italia 50 di loro caddero in combattimento e sono sepolti in vari cimiteri alleati lungo la penisola. Incerti ricostruisce la storia di alcune decine di questi “pellerossa”, molti dei quali vennero insigniti con onorificenze per il loro valore.

Grazie al libro di Incerti abbiamo anche scoperto che 17 indiani canadesi, dei 50 caduti complessivamente in Italia, sono sepolti in Romagna, morti nel corso dei combattimenti per lo sfondamento della Linea Gotica fra settembre e dicembre 1944. Ricordo che i soldati Alleati caduti nella campagna d’Italia furono oltre 90.000.

I “pellerossa” sepolti nei cimiteri alleati romagnoli sono: uno a Gradara, Francis Nadjiwan di 20 anni, Ojibawa; tre a Coriano: Solomon Cardinal di 21 anni, Cree, Francis Pictou di 33 anni, Eel River Band, Albert Joseph Saddleman di 34 anni, Prima Nazione Okanagan; sei a Cesena: Isadore Pedoniquott di 29 anni, Ojibwa, Lawrence Stonefish di 37 anni, Delaware Moravians, Huron Eldon Brant di 34 anni, Mohawk, Roland Nahwegezhic di 21 anni, Shequindash, William Alvin Beeswax di 23 anni, Munceys of the Thames Band, Joseph Alan leonard di 20 anni, Kamloops Band; sette a Ravenna: Wilfred Contin di 21 anni, Ojibwa, Peter Bignell di 33 anni, Cree, Joseph Flavien di 28 anni, Cree, Thomas Beat di 26 anni, Cree, James Edward Grinder di 22 anni, James Hunter di 24 anni, Herbert Prince di 28 anni, Nak’azdli.

Fra coloro che ritornarono in Canada o negli Stati Uniti dal fronte, molti divennero un punto di riferimento per le loro tribù, continuarono a lottare per conquistare quei diritti civili che avevano già donato ad altri, difendendo le proprie terre da indicibili scempi ambientali.

Paolo Zaghini

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