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“Tutto quello che vuoi”, la strana coppia alla ricerca del tempo

L’11 maggio è uscito nelle sale cinematografiche italiane Tutto quello che vuoi, l’ultima fatica del regista e sceneggiatore Francesco Bruni. Dopo aver collaborato a lungo con Paolo Virzì e, fra le altre cose, aver adattato i racconti di Camilleri nella fortunata serie televisiva il Commissario Montalbano, Bruni ha esordito alla regia con Scialla! nel 2011, vincendo il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior regista emergente.

D’istinto saremmo portati a dire che anche qui, come in Scialla!, Bruni abbia voluto indagare un conflitto generazionale. Ma non è così. Fra i due protagonisti vi è infatti un’intesa quasi immediata, quasi un colpo di fulmine: il ragazzo trova nell’anziano quella figura di riferimento che non ha mai avuto, e il vecchio Don Chisciotte trova nel nuovo compagno il suo Sancho Panza, pronto a partire per l’avventura. Un’avventura che, per rimanere in tema iberico, potremmo definire picaresca: una goffa e rocambolesca caccia al tesoro, che si rivelerà essere in realtà un altro, e non quello che i protagonisti credevano.

Alessandro (Andrea Carpenzano) è un tipico “ragazzo di vita” romano: lasciati gli studi, passa i suoi giorni senza un’occupazione coi suoi tre amici, fra birre calcio tatuaggi e sigarette; orfano di madre dall’età di 2 anni, non riesce ad accettare che suo padre (Antonio Gerardi) abbia una nuova compagna, e cerca di colmare questa inquietudine con l’ostentazione di una maturità e di un’autosufficienza che non gli appartengono.

Soldi. Ecco di cosa Alessandro, Riccardo, Leo e Tommi (Emanuele Propizio, conosciuto soprattutto per la serie televisiva I Liceali) hanno bisogno: solo il denaro, ai loro occhi, può riscattarli da una vita da “morti de fame”. Cominciano allora a compiere piccoli furti e a spacciare marijuana, finché Alessandro non viene fermato e segnalato dalla Polizia. Per dissuaderlo da quella strada, suo padre gli propone un lavoretto per mettere da parte qualche soldo: consiste nell’accompagnare un anziano poeta, affetto dal morbo di Alzheimer, a fare delle passeggiate.

Non è una novità, da parte dei registi, fare ricorso all’Alzheimer come espediente narrativo – basti pensare al recente Still Alice (2014), interpretato dalla pluripremiata Julianne Moore: un scelta che permette, innanzi tutto, di alternare piuttosto agevolmente diversi piani temporali. In Tutto quello che vuoi, però, la malattia è più una fonte ironica che un varco metatemporale: non troviamo il dramma di un uomo che non ricorda la propria esistenza, ma l’esatto contrario: il lento e progressivo recupero di un’esperienza giovanile, remota, ma centrale per lo sviluppo della sua vita…

È in questo senso che la malattia non svolge un ruolo imprescindibile nell’economia dell’intreccio, seppur sia costantemente presente. Oltre a ragioni autobiografiche, Bruni sa benissimo che una memoria alterata rende molto più facile – per l’autore – intrecciare il tempo interiore con quello esteriore, quello delle lancette con quello dell’anima.

Senza troppo entusiasmo, Alessandro accetta di accompagnare il vecchio Giorgio (interpretato da un ottimo Giuliano Montaldo) pur di guadagnarsi qualche soldo. Vederli sotto braccio fa una certa impressione: da una parte un ignorante e spaccone trasteverino, e dall’altra un elegante e raffinato poeta. Due persone che non hanno nulla in comune, eccetto la cosa più importante: sono infatti segnate dallo stesso dramma, aver perso da bambini i propri famigliari.

Partendo da questo comun denominatore, i due inizieranno ad avvicinarsi l’uno al mondo dell’altro – Giorgio tornerà giovane fumando, bevendo e scherzando insieme ad Alessandro e i suoi amici; Alessandro inizierà a conoscere il mondo della poesia, della cultura, della bellezza – finendo per colmare a vicenda il proprio vuoto affettivo.

Un avvicinamento che diventa poi anche fisico, quando Alessandro si reca in una biblioteca e incontra quello che diventerà il suo primo amore.

Ma cosa ci fa un ragazzo come Alessandro in una biblioteca? Deve cercare un libro, un libro che potrebbe aiutare Giorgio a ricordare il proprio passato.

Un passato che si annida fra i monti della Toscana e il profumo della Resistenza.

«Lei scrive poesie?»

«No…»

«Si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore.»

Accompagnato dai bei versi di Simone Lenzi (che ha scritto le poesie di Giorgio), Francesco Bruni omaggia la malattia e l’esistenza del suo vero padre, offrendo a Giuliano Montaldo la possibilità di trattare ancora la Resistenza (dopo L’Agnese va a morire del 1976), e regalandoci un’opera densa e piacevole, che si candida ad essere uno dei migliori film italiani del 2017.

Edoardo Bassetti

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