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Quell’oro di Mosca che passava dalla Romagna

Alberto Cassani: “L’uomo di Mosca” – BaldiniCastoldi.

Per leggere questo romanzo (con solide basi storiche), una spy story ambientata tra Ravenna e Mosca, bisogna sapere chi è l’Autore, ma soprattutto suo nonno.

Alberto Cassani, classe 1965, laurea in lettere, dal 1983 Consigliere Comunale per il PCI, poi per 14 anni assessore DS prima, e PD poi, alla cultura del Comune di Ravenna (dal 1997 al 2011) con i Sindaci Vidmer Mercatali e Fabrizio Matteucci, e poi dal 2011 coordinatore della candidatura di Ravenna a Capitale europea della cultura 2019 (non arrivata in porto e assegnata a Matera). Oggi impegnato nella segreteria dell’Assessore regionale al turismo Andrea Corsini. Nel romanzo si è immedesimato nella figura del “raccontatore”, l’avvocato Andrea Cecconi, anche lui assessore al Comune di Ravenna per un certo periodo, ma poi distaccatosi dalla politica, nonostante la sua storia personale e quella familiare.

Ma è soprattutto la figura del nonno di Andrea, Mario Cecconi, il protagonista delle vicende del romanzo. Per tratteggiare questo personaggio l’Autore si è rifatto alla storia del nonno, Mario Cassani (1916-2013), uno dei comandanti partigiani ravennati più importanti, stretto collaboratore del Comandante Bulow (Arrigo Boldrini 1915-2008), primo Sindaco del dopo Liberazione di Alfonsine (1946-1951), poi consigliere e assessore dell’Amministrazione provinciale ravennate (fino al 1959), vice-presidente della Federazione delle Cooperative e per trenta anni tesoriere della Federazione del PCI ravennate.

Alberto Cassani avrebbe sicuramente potuto scrivere una biografia storico-politica del nonno Mario. Invece ha preferito ricorrere al romanzo per portare i lettori dentro le storie dei comunisti ravennati fra gli anni ’50 e ’70, raccontati alla luce di eventi avvenuti invece negli anni ’90.

Andrea Cecconi scopre dal nonno Mario, poco prima della sua morte a novant’anni, a lungo tesoriere del partito a Ravenna, che qualcosa è rimasto in sospeso nel momento in cui è crollata l’URSS. Da lì parte una vicenda con una trama che intreccia la grande storia, la riflessione politica, la vita privata del protagonista e sfodera una galleria di personaggi in una sorta di confronto generazionale.

Il romanzo racconta di finanziamenti al vecchio PCI e del ruolo di un misterioso “uomo di Mosca”. Sembra che quella evocata dal nonno Mario sia una storia del passato morta e sepolta. Ma così non è. Dal passato emerge una pista che porta dritto alla Russia di oggi. Andrea dovrà districarsi tra faccendieri e presunte spie, servizi segreti e massoneria, personaggi reali e false identità. La sua è una ricerca resa angosciosa dalla crisi sempre più acuta della politica e dal baratro che allontana ogni giorno di più il passato dal presente, annullando memorie e testimoni. La ricerca di Andrea potrà trovare alla fine delle risposte solo a Mosca.

“Il bello del passato è che non torna. Il brutto è che non passa. O viceversa”. E i ricordi di Andrea, seppur lontani, erano però fatti concreti: “Attorno a essi è ruotata per decenni la vita vera di una moltitudine di uomini e di donne”.

“Di tutto questo ormai resta ben poco. Anche perché tanti di quegli uomini e di quelle donne, proprio come se appartenessero a un’altra era geologica, si sono estinti o sono in via di estinzione. I loro, di ricordi, e l’infinità delle loro piccole storie stanno svanendo. E noi ci ritroviamo sempre più soli con noi stessi, con il caos delle nostre vite. Senza veri punti di riferimento”.

La storia ruota attorno a soldi che i russi dovevano stornare dai loro traffici navali presso il porto di Ravenna a favore del Partito Comunista, locale e nazionale. In base ad accordi riservati tra la ravennate “Mediterranea” e la sovietica “Sovinflot”.

Nel 1991, in un’intervista a “Panorama” l’ex direttore della CIA americana William Colby affermava: “I fondi arrivavano al PCI in molti modi. Ma il sistema più usato era la copertura attraverso le società di import-export con i paesi del blocco comunista”. Il testo di Colby viene ripreso e commentato nel libro di Gianni Cervetti “L’oro di Mosca” (Baldini & Castoldi, 1993), responsabile organizzativo e amministratore del PCI negli anni della segreteria di Enrico Berlinguer.

Cervetti non nega l’arrivo di contributi economici al Partito dall’URSS, ma ne restringe la rilevanza e racconta come Berlinguer e Longo con Lui decisero nel 1978 di interrompere questo “aiuto” sovietico. Ma la vicenda ravennate raccontata da Cassani ci porta oltre nel tempo, sino al 1991, alla caduta del muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica. Come per tutte le spy story il finale non si può raccontare, ma certamente un po’ di amaro in bocca al lettore rimane per una conclusione un po’ troppo “etica” e con troppe domande rimaste senza risposta.

Una piccola annotazione su una battuta, un pochino malevola, su Rimini fatta fare a un ricco uomo d’affari siberiano incontrato da Andrea a Mosca: Oleg Rubilev “mi informa, compiaciuto, che qualche anno prima è stato in vacanza a Rimini, al Grand Hotel, e con aria complice mi confida: ‘Mare non bello, ma tanti locali con tante puttane!’. Ricordargli Fellini e i Malatesta non servirebbe a nulla e allora mi limito a mostrargli il mio sorrisetto più ebete”.

Paolo Zaghini

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