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A noi ragazzi marchigiani date una ragione per restare dopo il terremoto

La sveglia suona alle 5:45 stamattina: l’orario in cui un ragazzo della mia età solitamente torna a casa, dopo essere uscito; io e i mei amici, invece, oggi abbiamo deciso di andare a fare un’escursione in montagna e, come ci hanno insegnato i nostri genitori e i nostri nonni, se si vuole andare in montagna occorre alzarsi presto, la mattina. E infatti sono già sotto casa che mi aspettano. Hanno fatto in tempo a scrivermi pure su Whats App: “Daje!”.

Il nostro itinerario parte dal Santuario della Madonna dell’Ambro, uno dei luoghi più importanti dell’entroterra fermano, e di conseguenza una delle ferite più evidenti che il sisma ci ha inferto: è inagibile dall’ottobre scorso, e non sappiamo quando potrà essere riaperto.

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Il Santuario della Madonna dell’Ambro dopo il terremoto

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Controllo l’orario prima di partire, così da regolarmi verso che ora torneremo a casa. L’occhio mi cade sulla data: giovedì 24 agosto 2017: un anno esatto dalla prima scossa… non ci avevo pensato. Capisco sin da subito che quella non sarà un’escursione come le altre.

Il tratto iniziale è piuttosto ripido: il fiato si fa corto, e parlare diventa sempre più difficile. Ne approfitto allora per ripensare all’ultimo anno, così denso e tragico da queste parti: affiorano all’improvviso delle domande estemporanee, quasi rapsodiche. Lungo il percorso – che il terremoto ha mutato persino nella sua conformazione – i momenti di silenzio sono in realtà pochi, e i pensieri sfilano senza trovare appigli. Tornato a casa riemergono invece tutti, uno dopo l’altro: sento allora il bisogno di metterli nero su bianco.

Penso che a livello nazionale non si sia messo a fuoco quello che è il vero punto cruciale: oltre ai moduli abitativi, la rimozione delle macerie, la rivalorizzazione turistica, la messa in sicurezza delle zone inagibili, i vari interventi alle infrastrutture ecc. (tutto necessario per la ripresa di questi territori, intendiamoci), si profila però un problema ancora più profondo, generazionale, che bisogna affrontare al più presto: cosa vogliamo fare di questi paesini spersi sull’Appennino? Farli diventare dei musei a cielo aperto, visitabili nei giorni festivi, o far sì che continuino ad essere dei centri abitati anche nei prossimi decenni?

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Perché vanno bene – anzi benissimo! – i turisti che visitano periodicamente le nostre terre (alcuni dei quali decidono anche, innamorati, di comprare casa nelle nostre campagne, e talvolta di fermarcisi a vivere), e vanno bene anche i “ma che meraviglia…”, “che pace…”, “che tranquillità che c’è qui…” ecc. Ma qui, appunto, ci sono anche ragazzi, come me, che stanno decidendo proprio ora se rimanere o meno a vivere nei luoghi dove sono nati, se mettere su famiglia e trovare un lavoro nei luoghi dove sono cresciuti.

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Ragazzi che hanno le stesse esigenze dei loro coetanei di tutto il mondo, e hanno avuto la possibilità di viaggiare molto di più rispetto ai loro genitori e ai loro nonni, oltre a quella – spesso per la prima volta in famiglia – di studiare all’università. Ragazzi che un giorno saranno ingegneri, avvocati, medici, insegnanti, biologi, e pretendono chiarezza: l’Italia è in grado di mettere in sicurezza questi luoghi, o è meglio andarsene dalle zone più pericolose? Possiamo continuare a vivere qui, o sarà meglio semplicemente portarci i nostri bambini, il sabato o la domenica, a fare una passeggiata?

I miei nonni rimarranno senza neanche pensarci, ma questo è un altro discorso, altre generazioni: per un contadino o un allevatore dell’Appennino essere sradicato dalla propria terra, e magari confinato in riviera, sarebbe stato molto peggio che morire una volta sola. Ma per noi ragazzi è diverso: cosa ci trattiene ancora quassù? Perché dovremmo continuare a convivere con la paura, col sonno leggero e gli occhi mezzo aperti? Perché dovremmo continuare a percorrere kilometri su kilometri anche solo per comprare un paio di jeans, o per andare al cinema? Perché dovremmo rischiare di rimanere isolati per la neve, senza luce, come è successo quest’ultimo inverno? I nostri nonni purtroppo moriranno a breve (è brutto dirlo ma è così), e presto o tardi anche i nostri genitori. Sradicata anche l’ultima radice, cosa ci tratterrà ancora? E se anche rimanessimo, cosa tratterà i nostri figli?

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Serve un progetto strutturale, politico in senso aristotelico, che ci offra dei validi motivi per restare, dato che per andare via ne stiamo trovando ogni giorno di nuovi: non vuol dire che chi vorrà non potrà andare a vivere altrove, ma significa offrire la possibilità di rimanere, che al momento è ridotta ai minimi storici, e che invece dovrebbe essere un nostro diritto.

Edoardo Bassetti

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