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Referendum: le 5 P che hanno sconfitto Renzi

RENZI vs. HEGEL?

Secondo Hegel, la storia ci insegna che la storia non insegna niente a nessuno. E Renzi in parte conviene su questo, laddove sceglie di non riparlare con gli iscritti del PD e di non fare il congresso, evitando di partecipare alle discussioni con i propri primi referenti. Però si mostra duttile e fa anche il contrario, riparando dall’Italicum al Mattarellum con una virata non da poco, perché secondo la storia recente con il Mattarellum sono andati al governo tutti, sinistra e destra, professori ed imprenditori.
Da Attivista Cognitivo queste scelte mi lasciano perplesso, ma ci metterò meno di 48 ore, necessarie invece a Di Battista (…), per riflettere. Però mi piace l’idea di trasferire il mio pensiero dei giorni scorsi sul tema del rilancio del PD.

POST REFERENDUM
La situazione che si è verificata dopo 4 dicembre ci porta ad alcune riflessioni sulle determinanti del risultato in casa PD e sulle possibili vie di uscita.

Cosa è successo? Ecco le analisi dell’istituto Cattaneo:
L’elettorato di questo partito ha partecipato quasi interamente al voto (pochissimi – a parte il caso di Reggio Calabria – sono gli elettori del Pd che si sono astenuti. Il “No” ha invece avuto un’incidenza talvolta marcata. Nelle città del Nord e del Centro inserite nella nostra analisi il peso della diaspora verso il No varia da un minimo di un quinto (20,3% a Firenze) a un massimo di un terzo (33% a Torino). Al Sud questo peso è in alcuni casi anche maggiore: a Napoli e a Palermo più del 40% degli elettori Pd ha respinto la riforma.
Già al referendum sulle trivelle di aprile, il Pd – ufficialmente schierato per l’astensione ma con voci dissenzienti a favore del sì – aveva perso la sua compattezza.

Il voto sul referendum costituzionale – pur maggiormente “politicizzato” rispetto a quello delle trivelle – “conferma la presenza all’interno di questa forza di una componente minoritaria ma significativa di elettori dissenzienti rispetto alla linea ufficiale della segreteria”.

Quindi una parte degli elettori PD si è schierata per il NO, possiamo ipotizzare un 25-30%. Considerando che il peso del PD alle ultime politiche non raggiungeva il 26%, possiamo sostenere che al massimo il peso di chi dall’interno non ha votato SI è stato di 6 punti percentuali.
Più recentemente Masia, sondaggista di La7 (12 dicembre) ha sostenuto che se il PD oggi si attesta, nelle dichiarazioni di voto, attorno al 30,8 %; si può presumere che circa il 4% abbia votato No. Quindi la forchetta del voto non allineato alle indicazioni di Partito va tra il 4 ed il 6% assoluto.
Valori  insufficienti a modificare l’esito del referendum.

Qualcosa dunque non ha funzionato e non avrebbe funzionato comunque. Quali possono essere i motivi?

Le 5P della sconfitta.

Possiamo modellizzare la sconfitta del sì al referendum con 5P sintetiche.

Presunzione. Sicuramente l’idea di fondo del PD e del governo è stata quella che la personalità del presidente del consiglio e la mancanza di alternative praticabili avrebbe spinto la maggioranza degli italiani a votare a favore della proposta di riforma costituzionale. Non è la prima volta che il gradimento dell’esecutivo e del partito vengono sopravvalutati da quando è nato il Partito Democratico. Anche la personalizzazione della votazione da parte del segretario e presidente del consiglio ha giocato nel procurare una frattura con l’elettorato.

Progress. Per 7 mesi si è parlato quasi esclusivamente sui media di referendum. Non intendo dire che non si è fatto altro, ma all’altro che è stato fatto non c’è stato risalto, eventi soverchiati tutti dal clamore mediatico riservato al referendum. Che solo per una minoranza degli italiani ha rappresentato una vera priorità (circa un terzo, alla fine, lo giudicava la priorità vera).

Parzialità. Possiamo ben dire che l’esito geografico del referendum una volta di più ha messo in evidenza non solo l’esistenza di diverse velocità fra le regioni del Paese ma anche la non sufficiente attenzione effettiva mostrata dal gruppo dirigente politico nazionale nei confronti di una grande parte del Paese. Pensiamo solo all’annuncio della realizzazione di un master Plan per il Sud entro settembre 2015, cui seguì un semplice documento di 17 pagine realizzato in ritardo (ottobre 2015) senza ulteriori sviluppi progettuali, salvo le dichiarazioni sotto data referendaria di realizzazione del ponte sullo stretto e i viaggi nello stesso periodo nei capoluoghi delle regioni meridionali.

Periferia. Come ha ben dimostrato l’Istituto Cattaneo, la scarsa attenzione mostrata verso le periferie ha determinato un distacco nei confronti di chi vive in quelle zone urbane e geografiche in generale, anche nelle regioni settentrionali. Il concetto di periferia è legato anche alle dimensioni del socio economiche, che abbiamo riscontrato determinano distacchi effettivi con chi detiene il potere nello specifico periodo di riferimento.

PD. La debolezza del governo centrale nazionale del partito, il progressivo sfaldarsi delle sue strutture organizzative, già provate negli anni precedenti da una integrazione di visioni socio politiche differenti con il ricorso alla struttura organizzativa solo di una parte o quasi, ha determinato l’impossibilità di agire sui territori come invece sarebbe stato necessario. Tra l’altro si evidenzia come l’attuale gruppo dirigente non sia parso sufficientemente strutturato ed attrezzato per affrontare concretamente questa sfida e non abbia potuto supportare le attività correnti del presidente del consiglio almeno senza procurargli pensieri sulla gestione interna.
Laddove la struttura organizzativa e la disponibilità di volontariato ha agito, ancora si sono verificati riscontri positivi. E, purtroppo tali casi sono sempre più ridotti e al momento non si intravede una inversione di tendenza.
A questo si aggiunge il citato problema (vedi introduzione) della frattura interna, sicuramente rilevantissima, legata alla differente visione delle priorità e ai valori non omogenei tra i diversi soggetti componenti.

Le 5P dello sviluppo.

Possiamo però ritenere che esistono 5P capaci di invertire la tendenza, visto che il nostro obiettivo è costruire.

Piano di sviluppo. È fondamentale che si assuma la necessità cruciale di costruire un piano di sviluppo a livello nazionale con una dimensione strategica globale e con identificazione con i valori del partito o della coalizione dei partiti chiamata a conseguire gli obiettivi di tale piano. Dobbiamo uscire dalla situazione invero paradossale nella quale si aveva dato solo corpo a costruire cornici, ovvero le riforme, e non si è pensato in maniera sufficiente a disegnare i quadri, ovvero una sostanza del rilancio della nazione e della sua evoluzione. Dobbiamo affrontare una serie di temi cruciali, metterli in cima alla lista ed operare nella sostanza

Progetto. È indispensabile individuare elementi cruciali di sviluppo relativi al lavoro ed alla redistribuzione del reddito, e nel contempo scegliere progetti coordinati centralmente con forti contenuti innovativi. Lo Stato innovatore deve tornare ad operare.
I temi dovranno concernere ad esempio:

  • società e lavoro nella prospettiva della robotizzazione delle fabbriche
  • progetti operativi per la totale salvaguardia del territorio
  • contenuti e programmi dei percorsi di istruzione
  • periferie sociali: percorsi virtuosi di integrazione
  • comunità sulla sanità a livello nazionale
  • riforma globale del sistema del credito.

Per gli aspetti specifici rimando agli approfondimenti relativi.

Parlare con la gente. È fondamentale ritornare e dove lo si fa, perché in qualche punto lo si fa, continuare a parlare con la gente, ascoltarne le richieste e nella buona logica del partito di (centro)sinistra riferirsi a chi ha più bisogno, a chi necessita di una redistribuzione del reddito, a chi esprime necessità reali. Questo si può fare sia con la maggiore presenza dei referenti politici sul territorio, sia con l’ascolto di quanto possono trasmettere i referenti locali e più in generale i cittadini attivi, grazie alla loro relazione con la popolazione dei loro contesti socio economici.

Partecipazione. La scelta della strada di sviluppo non può essere demandata ad alcuni, fra l’altro nominati con la logica della contiguità personale; pur vero che il Partito Democratico nasce con un unico valore effettivo, ovvero costruire una forza che possa ambire a governare il paese in una logica di centro sinistra, appare fondamentale ascoltare le strutture locali. In tal senso il modello della conferenza programmatica, così come adottata dalla federazione di Bologna nel 2015, può rappresentare uno schema congruo per un adeguato e veloce approfondimento sui temi cruciali. Facciamo parlare i territori e le loro rappresentanze, seguiamo le logiche di inclusione e condivisione.

Partito rinnovato. Gli impegni che caratterizzano e caratterizzeranno ancora per lungo tempo l’attività del presidente del consiglio, con la difficoltà di intravedere nell’immediato una soluzione alla situazione ancora problematica della nostra società, e con la necessità assiduamente punti precedentemente citati, consiglia di adottare una forma di responsabilità duale tra un presidente del consiglio ed un segretario del partito quale sia demandato il compito di riorganizzare la macchina operativa del partito stesso. Inoltre il patto sulla identità valoriale va completamente rinnovato, se ancora esiste lo spazio per praticarlo.
Vanno effettuati i congressi nei territori, presto. Utilizziamo le nuove tecnologie e se si vuole si può costruire una road map per la quale in due mesi, entro il 20 marzo si fa tutto. Ci sono le condizioni per prepararci, allinearci, fare, sintetizzare. Tra l’altro una scarica adrenalinica di questo tipo potrebbe riavvicinare molti al confronto ed alla azione.

E riporterebbe tutti alle vere 3P che contano: Politica, Persone e Passione.

Maurizio Morini

Consulente e Docente in Economia e Management

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