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RENATO ZANGHERI, UN GRANDE ITALIANO

Esattamente un anno fa, dopo una lunga e dolorosa malattia, moriva a 90 anni Renato Zangheri (Rimini, 8 aprile 1925 – Imola, 6 agosto 2015).

Renato è stato un politico importante per l’Italia (molto bello il servizio di RAI Storia di ieri a lui dedicato), ma anche un grande storico.

Cresciuto nel clima sociale e politico della Rimini del dopoguerra, nei primi anni ’50 si trasferì a Bologna per esercitare il “mestiere” di insegnante universitario.

Ma la passione politica non la perse: consigliere comunale a Bologna dal 1956, dal 1959 diventerà assessore comunale prima con il Sindaco Giuseppe Dozza e poi con il Sindaco Guido Fanti.

Nel 1970 Renato Zangheri divenne Sindaco di Bologna e lo rimase sino al 1983, quando verrà eletto in Parlamento e sarà capogruppo del PCI alla Camera sino al 1987.

Come assessore prima, Sindaco poi, fu grandissima la sua attenzione alla crescita culturale della popolazione, in particolare quella più disagiata. Una cultura che secondo Zangheri, in modo assai innovativo per l’epoca, andava intesa nel senso più ampio, dovendo comprendere per esempio lo sport – da qui la realizzazione di impianti per ogni quartiere – ma anche i servizi sociali e la qualità urbana.

I lavori di Renato Zangheri in ambito scientifico si concentrarono sulla ricerca delle origini della società contadina in Emilia-Romagna, sulla proprietà terriera, la distribuzione del reddito e la “questione agraria” nello sviluppo precapitalistico. Importanti i suoi scritti sulla nascita del movimento socialista, le prime forme di lotta e di rivendicazione dei lavoratori per la difesa di classe, lo studio su Andrea Costa e il suo t54empo.

Nonostante i suoi impegni di studio e di lavoro lo abbiano tenuto lontano da Rimini, Renato Zangheri non ha mai cessato, negli anni, di mantenere un rapporto vivo e costante con la sua città natale (nel 2003 gli venne assegnato il Sigismondo d’Oro, il più alto riconoscimento cittadino ai suoi figli migliori).
Ai funerali a Bologna l’8 agosto era presente il Gonfalone del Comune di Rimini, assieme a quello di Bologna e di Imola (la sua città di residenza negli ultimi decenni). C’erano anche tanti riminesi, politici e non, al momento delle esequie.

Avremmo potuto ricordare anche 54in questa occasione le sue tante partecipazioni ad eventi riminesi ed il suo contributo a risolvere diversi problemi del nostro territorio. Abbiamo scelto fra le tante possibilità un momento topico della iniziativa politica/storica/culturale dell’allora Partito Comunista Italiano, quando nel gennaio 1971, in occasione dei 50 anni della sua fondazione nel 1921 a Livorno, promosse in tutta Italia un’infinita serie di eventi pubblici e di incontri con i “veterani” (cioè i fondatori) del Partito. Anche a Rimini avvenne questo. Incontri con i “veterani”, pubblicazione delle loro memorie su “Il Progresso” (il periodico della Federazione Comunista Riminese), diffusione amplissima di materiale storico/politico. Il coordinatore delle iniziative riminesi fu allora Primo Ghirardelli, membro della Segretaria della Federazione.

Il 21 gennaio 1971 fu chiamato a tenere un discorso sulla ricorrenza, nella Sala dell’Arengo, gremita all’inverosimile, proprio Renato Zangheri che, con grande abilità, mischiò storia e politica. Di quel discorso venne edito un opuscolo che però non risulta essere presente in alcuna Biblioteca del riminese e della Regione (a meno che non sia ancora fra il materiale non in rete della Biblioteca Gambalunga). Di questo intervento c’è però un’ampia sintesi sul numero 2 de “Il Progresso” del 1971. Vogliamo dunque ricordare Renato Zangheri con l’incipit di quel suo lontano discorso a Rimini per i 50 anni della nascita del PCI.

54“Il Partito Comunista sopravvisse come organizzazione illegale alle leggi eccezionali e fu l’unico a sopravvivere. Le carceri ed i luoghi di confino si riempirono di comunisti e se certamente la scissione effettuata a Livorno indebolì al momento la resistenza antifascista, questa trasse dal contributo dei comunisti, in tutti gli anni successivi, una forza determinante. Così noi guardiamo oggi a quei mesi roventi in cui fu assunta la decisione di costituire il nuovo Partito con la consapevolezza della necessità storica di quella decisione e anche con la consapevolezza degli errori e con la serenità di chi questi errori ha riconosciuto e superato. Commettere errori non è mai senza conseguenza per la vita di un Partito, per i suoi militanti, per i lavoratori e per il Paese. Correggerli non è mai un idillio, è una lotta. L’essenziale è tuttavia altrove. Sta nella fedeltà alla classe operaia, nello spirito di sacrificio, nell’orientamento fondamentalmente rivolto ai fini della rivoluzione socialista e del progresso dell’Italia.
Questi caratteri il Partito Comunista in mezzo secolo di vita non li ha mai perduti. E la sua forza, la sua influenza, la realtà della sua politica ne sono oggi testimonianza. Ne è testimonianza la presenza, anche qui questa sera, che nelle file 54del Partito delle generazioni di Livorno, delle generazioni della Resistenza e di quelle giovanissime delle lotte operaie e studentesche riunite in una. Questa unità delle generazioni e la tensione ideale della vita democratica del Partito sono una garanzia per gli anni futuri, per ciò che ci attende, per i grandi compiti che la nostra stessa storia ci affida.
I commentatori che hanno in questi giorni preso in mano la penna per ricordare il 50° anniversario del nostro Partito hanno tutti più o meno concordemente riconosciuto la grandezza delle vicende che ci stanno alle spalle e tutti hanno rivolto una domanda, chi amichevole, chi maliziosa, come per metterci in imbarazzo: ma adesso, ci hanno chiesto, voi chi siete, quelli di 50 anni fa tutti tesi alla scissione o quelli che per alcuni decenni hanno inneggiato all’Unione Sovietica o quelli che si pongono attualmente come forza di governo e nazionale? Noi non abbiamo difficoltà a rispondere che siamo diversi da quello che eravamo nel 1921 e una forza viva e vitale non potrebbe che essere diversa dopo tanti anni: a 50 anni un uomo non è più quello che era bambino, ma se ha condotto una vita coerente, se è rimasto fedele alla sua natura e alla sua ispirazione, quell’uomo non ha nulla da rinnegare, ogni tappa è stata necessaria, anche se ha dovuto superarla, facendo tesoro dell’esperienza e cercando risposta ai problemi del presente. Così è il nostro Partito: nuovo e al tempo stesso fedele alla sua natura e alle sue origini”.

Paolo Zaghini

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