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Riccardo Magnani: “Ma la rosa malatestiana cresceva in America”

Riccardo Magnani ci fa pervenire una saggio con alcune considerazioni sull’articolo apparso ieri sul nostro quotidiano a firma di Oreste Delucca:

“Egregio Direttore, 

intervengo dopo che dalle pagine della sua testata, di nuovo, Oreste Delucca mi chiama in causa, quasi a  voler dare corpo e motivazione alla sciagurata chiusura che la città mi ha opposto relativamente alle vicende malatestiane, nell’anno del 600nario.

La tesi, tranciante ma ricolma di boriosa presunzione di onniscenza, sarebbe che essendo lui un fine archivista e non avendo mai trovato nella sua lunga vita di studio nulla di scritto che colleghi i Malatesta ai territori americani nel periodo da me indicato, ma solo dopo il 1493, come scrive oggi, io sarei un visionario senza costrutto che sfrutterebbe la piazza riminese per farsi una pubblicità gratuita circa i propri studi su Leonardo da Vinci.

Mi permetta allora di segnalare quanto segue, anche richiamando qua e là cose lette in questi giorni in ambito locale, non prima però di aver fatto una necessaria puntualizzazione: le mitologie religiose hanno indotto nelle nostre menti degli interrogativi limitanti, per l’ovvia ragione che le stesse non dovessero essere troppo aperte nel cogliere nell’ovvio che sta dinanzi ai nostri occhi la causa della fallibilità delle mitologie stesse; questi interrogativi sono principalmente due: Dove sta scritto e Chi l’ha detto, chiaro retaggio dei culti ebraico e Cattolico, motivo per cui se qualcosa non trova una fonte scritta a nome di qualche autorevole personaggio, la stessa non ha un riscontro reale.

Immagino un qualunque scopritore della storia celebrato oggi come un eroe a cui venga opposta la solita domanda che mi sento ripetere alla nausea quando prospetto alcune tesi: “quali sono le tue fonti?

Le fonti, già… come quelle che emergono di tanto in tanto a tramutare in abiura l’eresia di Galilei, i posticci documenti di nascita di Leonardo da Vinci – smentiti dallo stesso Vasari nella prima edizione del “Vite”, quella che manoscrisse proprio in un convento riminese – e una infinità di altre “veline” preparate alla bisogna.

Rischieremmo infatti di fare come l’elefante che si nasconde dietro un filo d’erba se negassimo una attività censoria occorsa nel XV secolo, a volte anche autoreferenziale come è stato il caso, a titolo d’esempio, di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, che dopo il 1492 bruciarono alcune proprie pubblicazioni pur di non dover sottostare alle accuse di eresia o peggio ancora a dover ardere nella pubblica piazza (ogni riferimento a Giordano Bruno è fin troppo evidente da dover essere approfondito in questa sede).

Mutuando Goethe, secondo il quale “la cosa più difficile di tutte è con gli occhi vedere ciò che dinanzi agli occhi sta”, non parlerò qui di nuovo del dipinto di Piero della Francesca presente nel Tempio voluto da Pandolfo Sigimondo Malatesta, in cui l’America del Nord appare fin troppo evidente, o dei levrieri che identificano l’ordine dei Domenicani, il cui ruolo nei primi viaggi oltre oceano risulterà fondamentale, anche perché basterà rivedere la conferenza che ho tenuto a Novafeltria, in sostituzione di quella offerta all’amministrazione riminese e da questa rifiutata per dare contezza di questi elementi.

No. Oggi voglio portare al buon Delucca e al lettore in generale ulteriori elementi di supporto che potranno aprire nuovi squarci sulla questione. Del resto, come dico spesso quando sono chiamato a parlare di Leonardo da Vinci in termini totalmente innovativi rispetto a quanto siamo soliti fare, non si può capire il mondo malatestiano e tutto quello che gli compete senza contestualizzarne storicamente l’esistenza, in un periodo in cui l’uomo si risvegliava da un torpore durato secoli e secoli, grazie all’avvento di un nuovo flusso di antiche conoscenze che all’inizio del XV secolo ha investito l’Europa, facendo così riaffiorare “la persa memoria all’omini”.

E sono proprio gli elementi sostanziali ma non documentali che Delucca disconosce a guidarci nella comprensione di quel periodo.

Parlo ad esempio della Rosa Malatestiana, che adorna il Tempio internamente e esternamente, o alla “cocca” scolpita da Agostino di Duccio a corredo della coppella relativa al segno zodiacale del Cancro; parlo anche di Cleope Malatesta, ritratta insieme all’America da Pisanello.

Cocca

Parlo degli innumerevoli riscontri di carattere geografico o etnologico dipinti da Benozzo Gozzoli a Firenze all’interno della Cavalcata dei Magi, un ciclo pittorico del 1459, in cui lo stesso Pandolfo Sigismondo Malatesta è ritratto.

Ma parlo anche dell’Hesperis, l’opera di Basinio Parmensis con cui si celebrano le vicissitudini di Pandolfo e della sua amata Isotta.

Oppure di tutte quelle raffigurazioni geografiche nascoste nei dipinti quattrocenteschi caratterizzate da legami da carattere politico_familiare che associa uni agli altri committenti, protagonisti e esecutori.

Procediamo per gradi.
La cocca raffigurata nel Tempio si discosta da tutte le altre rappresentate in un periodo che va dall’Hesperis di Basinio da Parma alla Nave della Fortuna di Baccio Baldini nel 1466 o da Leonardo nel suo personalissimo Globo inciso su un uovo di Struzzo a cavallo tra il XV e il XVI secolo, come evidenziato nell’immagine a lato.

L’inconfondibile e anomala foggia attribuita alla vela della cocca presente nel Tempio ci rimanda a rappresentazioni geografiche proprie dei planisferi dell’epoca, in cui l’Europa veniva raffigurata contrapposta al nuovo mondo (penso ad esempio alla rappresentazione famosa di fra’ Mauro, nella Venezia del 1459, e giustifica (posto che ve ne sia necessità) le ipotesi a sfondo geografico dello scrivente inerenti il dipinto di Piero della Francesca.

La Rosa Malatestiana, invece, è una chiara riproposizione di un fiore autoctono delle Americhe, chiamato Ludwigia Octovalvis.

Ludwigia

In vero, la Ludwigia non è l’unica essenza “anacronistica” presente nei documenti anteriori al 1492, la fatidica data in cui la vicenda americana viene di fatto “condonata tombalmente” come manco Tremonti e Berlusconi erano in grado di fare nei loro mandati di governo.

Nell’Hesperis, infatti, ma allo stesso modo nell’annunciazione di Leonardo del 1472 e in una infinità di dipinti tra i più famosi (comprese le rappresentazioni in Coppella Sistina di Cosimo Rosselli, Perugino, Raffaello), compare la Araucaria, una pianta tipica dei territori americani prima di essere importata in Europa insieme a una miriade di altre specie (pomodoro, patata, fichi d’india etc. etc.), associata alla presenza dei due amanti, Pandolfo Sigismondo e Isotta, nell’isola della dimora di Zefiro, il personaggio della mitologia greca con cui viene indicato il vento da ponente.

Curiosamente è lo stesso vento utilizzato per la navigazione verso le Americhe.

La Ludwigia sopra citata ci apre a una ulteriore importante considerazione, dandomi luogo anche di chiarire una cosa importantissima.

Vorrei infatti che sia chiaro a tutti quanti, Delucca compreso che continua a perseverare in questo errore, che io non sostengo che Pandolfo Sigismondo Malatesta sia andato in America, o che a lui si debba la conoscenza e la scoperta del nuovo continente; il mio intento è unicamente quello di mostrare come le vicende storiche (e in maniera più ampia rispetto a questa parentesi riminese) la cultura che ci viene impartita a suon di ipocrisie sia alla base della fortissima virtualizzazione delle nostre vite odierne, con una scaduta di valori e di priorità di cui ahimè la nuova generazione di politici e amministratori stanno contribuendo con loro appoggio acritico ai poteri economici forti a determinare.

Lungi da me sostenere campanilismi dai quali rifuggo quotidianamente, essendo il mio unico intento quello di ripristinare una conoscenza degli eventi piuttosto che ascrivere a questo o quello diritti di primogenitura.
La conoscenza non ha padri né padroni, colori o appartenenze.

A dimostrazione di ciò, e quindi sollevando Pandolfo Sigismondo dalle responsabilità che impropriamente mi vengono imputate addossargli, si pensi che la Rosa Malatestiana veniva impressa sulle monete di Pandolfo III, padre di Pandolfo Sigismondo, già prima del 1425.

Di nuovo, questo elemento apre diversi scenari importantissimi che vorrei velocemente ripercorrere.

La Rosa Malatestiana, riproduzione della Ludwigia Octovalvis, denota di fatto una conoscenza dei territori americani già prima del 1425, e questo elemento è importantissimo per risolvere una curiosità legata al farsetto ritrovato sul cadavere di Pandolfo III. Parrebbe infatti che il pigmento per la colorazione di detto farsetto derivasse dall’utilizzo di una particolare cocciniglia la cui provenienza, di nuovo curiosamente, è ascrivibile al territorio di cui la Ludwigia è originaria.

fano2

Con buona pace di Delucca, questi elementi spostano la questione Americhe al di là di Pandolfo Sigismondo Malatesta, che a mio personalissimo parere ha solo voluto celebrare con elementi non appartenentigli direttamente conoscenze che lo rapportassero alle famiglie sue alleate all’epoca (Medici, Sforza, Este), circostanza che gli costò il posto in favore di Federico da Montefeltro, che si dimostrò più accondiscendente alle disposizioni di Pio II.
Addirittura, ma non è questa la sede, le conoscenze geografiche espresse nei dipinti omologhi a quelli di Piero della Francesca rimandano ai tempi di Eratostene e Tolomeo.

Ma è a questo punto che interviene la figura enigmatica di Cleope Malatesta, probabilmente sorella di Pandolfo Sigismondo  e figlia di Pandolfo III (sulla questione gli studiosi sono discordi, ma io propendo per diversi elementi a questa soluzione), che andò in sposa a Teodoro Paleologo, fratello di quel Giovanni VIII Paleologo ritratto da Benozzo Gozzoli a Firenze nella Cavalcata dei Magi.
Morta nel 1433, l’anno in cui Pandolfo Sigismondo viene incoronato Cavaliere da Sigismondo d’Ungheria, lega la sua figura in maniera importante al personaggio di assoluto rilievo nel movimento rinascimentale, ovvero Gemisto Pletone, che le dedicherà un Elogio funebre.

Gemisto Pletone, che passerà il proprio testimone direttamente nelle mani di Leonardo da Vinci (anche questo è celebrato in innumerevoli dipinti, a opera di Mantegna, Gozzoli, Giovanni da Modena e altri) utilizzerà inizialmente proprio il canale parentale malatestiano per importare in Europa quelle antiche conoscenze dei “gentili” (così le definì proprio Gemisto) tanto osteggiate dal mondo culturale cattolico dell’epoca (cosa ahimè attualissima).

Cleope verrà ritratta da Pisanello in almeno un paio di dipinti, in uno dei quali, conservato a Verona, è presente anche l’America.

Di nuovo, come quando si compone un puzzle, una nuova tessere apre diverse possibilità di indagine, e così si presentano sul tavolo ipotesi interessanti da sviluppare.
La prima, legata al mondo Ungherese di Sigismondo e soprattutto di Mattia Corvino, a cui Pandolfo Sigismondo legherà i propri destini: parrebbe che il nome America sia stato dato alle nuove terre in memoria di Emerich d’Ungheria, canonizzato santo, che convertì al cattolicesimo il suo paese.
L’ipotesi è attendibile, visto il trasporto con cui sia a Rimini e sia soprattutto a Firenze i regnanti ungheresi erano celebrati sempre e comunque in associazione a immagini anacronistiche (ma solo secondo la ricostruzione di una certa ipocrisia accademica) delle Americhe.

Full title: The Vision of Saint Eustace Artist: Pisanello Date made: about 1438-42 Source: http://www.nationalgalleryimages.co.uk/ Contact: picture.library@nationalgallery.co.uk Copyright © The National Gallery, London

Copyright © The National Gallery, London

La seconda considerazione riguarda la data con cui ufficialmente viene riconosciuta la scoperta del nuovo continente.

Nel 1438 Pisanello dipinge la Visione di Eustachio, in cui nuovamente si trova una delle 14 rappresentazioni delle Americhe da me ritrovate fino al momento.
Ebbene, attraverso un testo importantissimo di Jacopo da Varagine (Varazze), Legenda Aurea, apprendiamo che il martirio di Eustachio avvenne il 12 ottobre sotto Adriano.

Curiosamente il 12 ottobre, 1492 (!), è la data in cui Piero della Francesca – l’autore della rappresentazione dell’America nel Tempio Malatestiano – muore.

Andrei più cauto nel liquidare con superficialità il corso di queste ricostruzioni, soprattutto laddove una città come quella di Rimini avrebbe l’opportunità di presentarsi al mondo con i connotati di colei che ospitò personaggi che contribuirono al nuovo corso della storia moderna.
Una storia che oggi una politica autoreferenziale, superficiale, fortemente consumistica e improntata su slogan e editti commerciali, nella Provincia come nelle Americhe stesse, sta conducendo l’umanità alla deriva, tra notti rosa, trivellazioni di ponti millenari e pericolosi “Allah Akbar” gridati con troppa leggerezza a meeting ormai anacronistici della politica d’un tempo che è forse meglio dimenticare.

Tra l’altro, Sindaco Gnassi e Sindaco Nardella, avete una vaghissima idea invece di come gemellando le città che amministrate con così tanto spregio per la storia che le caratterizza potete trarne beneficio?
Se non volete farlo per noi o per voi, fatelo per le generazioni future, che non meritano un’eredità così pesante.

Suvvia… vale forse investire più nella rivalutazione del vostro passato che non sostenere mostre sulle meduse, non credete?

Vorrei chiosare questo spazio con un ringraziamento alla testata che mi ospita, con una curiosità e una scoperta che ancora non ho reso pubblica.
Nel 1416, e fino al 1419, Pandolfo III fu Signore di Lecco, ma nel 1409, come scritto negli Archivi di Fano, fu proprietario del ponte di Lecco.
Quello stesso ponte appare, unitamente a diversi territori del ducato Sforzesco attorno al Lario, nello sfondo alla destra della gioconda di Leonardo.
Questa la curiosità.

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La novità invece riguarda la Gioconda stessa, che improvvidi studiosi cercherebbero di attribuire a questa o quella modella e a questo o quel territorio.

Per sgombrare il campo da ulteriori illazioni e a ulteriore riprova del fatto che la Gioconda non sia il ritratto di nessuna persona fisica che non sia Leonardo stesso (in quella ideale unione tra maschile e femminile a cui il concetto di Rebis si riferisce), si assuma quanto ora vado mostrando e per il quale non occorre nessuna ulteriore spiegazione: la sagoma della Gioconda ripete con estrema precisione il profilo della punta di Bellagio, la perla del Lario conosciuta in tutto il mondo, che idealmente unisce i due rami opposti del lago, in una sorta di rafforzamento di quel concetto di Rebis o matrimonio spirituale di cui essa è espressione.

Gioconda-Bellagio

Ringraziando per l’opportunità di chiarimento concessami, rinnovo la mia disponibilità a mettere a disposizione della città di Rimini tutte queste mie conoscenze, affinché la conoscenza torni a essere una opportunità di crescita e non una fatto di convenienza sociale e culturale”.

Riccardo Magnani

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