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Ricordando gli eventi dell’8 settembre 1943

E’ l’ennesima giornata calda quella che si preannuncia la mattina dell’8 settembre, quasi l’estate non volesse finire. Ordinaria e anonima, come quelle che si sono succedute fino a qui. L’edizione del mattino del Corriere della Sera si apre con il consueto aggiornamento sulla guerra nel meridione di Italia, dove si susseguono “vivaci combattimenti sostenuti dalle nostre retroguardie”. Di spalla un articolo di Luigi Einaudi a difesa della categoria degli economisti dai quali, secondo il futuro Presidente della Repubblica, occorre “non attendersi troppo”. All’interno, si offre “mancia competente riportando a Di Palma, P.zza Santa Maria Beltrade 2, borsa nera pelle contenente documenti, biancheria, smarrita linea Como Nord giorno 6”.

Si attende la fine della guerra. Gli italiani non sanno cosa li aspetta da lì a poco.

 

Prove tecniche di pace

L’inettitudine dei nostri Governanti inizia all’indomani del 25 Luglio, giorno nel quale il Re, con un pittoresco colpo di Stato contro un Governo da lui stesso nominato, sancisce la fine della dittatura fascista, nominando il Maresciallo Badoglio come successore di Mussolini. Da quel giorno l’unico obiettivo è chiudere l’alleanza con i Tedeschi e, con un perfetto salto della quaglia, passare armi e bagagli a combattere con gli Alleati.  Nel mezzo, però, questi devono fornire armamenti e uomini necessari per contrastare la reazione, indubbiamente non benevola, delle forze Germaniche.

Per arrivare alla scopo prefisso, occorre prima di tutto rassicurare gli attuali alleati. Lo si fa in due incontri, il primo il 6 agosto a Tarvisio e il secondo il 15 agosto a Bologna. In quest’ultimo, alla presenza di Roatta per la parte italiana e Jodl e Rommel per quella tedesca, ci si addentra addirittura nei particolari, stabilendo di creare una linea di difesa che parte da Livorno e arrivi a Rimini. “State sereni”, ripetono più volte i rappresentanti italiani a quelli tedeschi. Questi sereni lo sono di sicuro, e così tanto che fin da giugno hanno iniziato l’operazione “Achse”, cioè l’invasione dell’Italia passando dal Brennero.

Tranquillizzati i tedeschi, si passa agli Alleati. Nelle vicende italiane le cose tragiche hanno sempre connotati di farsa e questa che stiamo raccontando non può essere da meno. A partire dal numero delle persone che si mandano a trattare. Non uno ma bensì quattro negoziatori, persino in contemporanea e tutti sprovvisti di un’autorizzazione specifica a firmare accordi o di un mandato preciso, se non quello di reclamare il cambio di fronte e la necessità di avere una congrua disponibilità di uomini e mezzi per contrastare l’inevitabile furia tedesca. Di fatto dei questuanti, con l’unico obiettivo di mendicare aiuti dagli interlocutori.  

Il primo a cimentarsi è Blasco Lanza D’Ajeta, diplomatico di carriera già collaboratore di Galeazzo Ciano, che viene spedito il 4 agosto dal Ministro degli Esteri Guariglia, a Lisbona per illustrare all’ambasciatore inglese Ronald Campbell la situazione italiana, la presenza tedesca sul territorio ed elemosinare uomini e mezzi per difendersi. “Lei ha un mandato governativo per negoziare con noi?”, chiede il diplomatico straniero. “Ovviamente no! Sono qui solo per illustrarvi la situazione del mio Paese e per esternarvi la nostra volontà a continuare la Guerra al vostro fianco!”. Ronald Campbell, sconfortato, risponde: “A questo punto posso solo riferire ai miei superiori il colloquio. Credo, però, che gli Stati maggiori alleati pensino a una resa senza condizioni del vostro Paese, e non a una collaborazione”. 

Il secondo a partire, in contemporanea con il primo, è Alberto Berio, ex incaricato di affari in Turchia, mandato da Badoglio a Tangeri per prendere contatto con il console inglese Gascoigne. Ci arriva il 5 agosto, ma questi non c’è perché in ferie. Al suo posto si presenta il suo vice, Watkinsons. La litania è sempre quella, cioè piena disponibilità a continuare la guerra con gli alleati, purché ci vengano forniti uomini, mezzi e tanti sbarchi, per contrastare i tedeschi. Berio, è più ardito rispetto al suo collega D’Ajeta, e si cimenta a suggerire consigli di strategia militare ai suoi interlocutori. “Ci auguriamo che gli alleati effettuino uno sbarco nella Francia del sud o nei Balcani, onde attirare altrove le forze tedesche dislocate in Italia e dare così maggiore libertà d’azione al Regio Governo. Solo così il nostro esercito può avere una certa libertà d’azione e collaborare con le forze alleate per la Liberazione della Penisola”. Il Governo di Badoglio ritiene che la seconda guerra mondiale sia stata iniziata dagli stessi italiani con lo scopo di liberare l’Italia dal regime fascista. 

Il viceconsole, uomo inglese per definizione educato, non può fare altro che ascoltare e rimandare ogni decisione all’incontro con il Console Gascoigne. Il 13 agosto, finalmente, il diplomatico inglese incontra Berio. Lo fa di notte, alle 22.30, e all’interno di un’auto parcheggiata dietro a un albergo. “Console Berio, non ho l’autorizzazione per ascoltare nessuna delle sue richieste. Le devo semplicemente dettare un comunicato da riferire al suo Governo”. Berio sbianca, perché non ha di che scrivere. Scende dall’auto e si infila nell’Albergo a fianco, dove c’è un maitre che non trova di meglio che dargli un blocchetto per le ordinazioni. Al rientro in auto, Gascoigne spazientito, inizia a dettare: “E’ necessario che il Maresciallo Badoglio comprenda che noi non possiamo negoziare, ma esigiamo una capitolazione senza condizioni. Ciò vuol dire che il Governo Italiano dovrebbe mettersi nelle mani dei due governi alleati, che in seguito gli faranno conoscere i loro termini”. Altroché continuare la guerra al fianco degli Alleati! L’Italia si deve arrendere senza condizioni.

Il terzo incaricato è il generale Giuseppe Castellano, militare di carriera e stretto collaboratore del Capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio. La missione gli viene assegnata da quest’ultimo con la tacita approvazione del Re, di Badoglio e del Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Come agli altri, nemmeno a lui sono stati comunicati i tentativi fatti dai suoi predecessori e i risultati fallimentari ottenuti dagli stessi. Anche a lui non viene dato un mandato specifico o una credenziale per poter trattare. Semplicemente lo si spedisce a Lisbona, sotto falso nome, in treno e non in aereo, per non allertare i tedeschi: un ottimo e veloce mezzo di trasporto nell’Europa del 1943. 

La partenza avviene da Roma il 12 agosto e, dopo una sosta a Madrid in cui incontra Sir Samuel Hoare, ambasciatore inglese il quale si premura di fornirgli le credenziali che non gli avevano dato gli italiani, arriva a Lisbona il giorno 19 agosto. Ad aspettarlo, oltre all’ambasciatore inglese Campbell che aveva già ricevuto D’Ajeta, ci sono i generali Bedell Smith e Strong e l’ambasciatore americano Kennan. Come in precedenza, le due parti non si intendono. Una chiede aiuto e si offre di partecipare allo sforzo bellico, l’altra le dice che l’unica via è la resa incondizionata e poi si vedrà. Per rafforzare questo intendimento il generale Bedell Smith legge il documento relativo all’armistizio breve ricevuto dal suo Stato Maggiore. Castellano è spaesato: “Non ho autorizzazioni per discutere di armistizio, devo solo trovare le soluzioni per combattere insieme”. Bedell Smith, spazientito risponde: “Generale lei studi quanto le abbiamo detto. Ci vediamo più tardi”. Al rientro il generale Castellano non può fare altro che comunicare ai presenti la sua impossibilità a continuare il colloquio e la necessità, invece, di spiegare la nuova situazione al suo Governo. 

Il quarto incaricato è il generale Giacomo Zanussi, aiutante del capo di Stato maggiore dell’Esercito Mario Roatta. Viene anche lui spedito a Lisbona per incontrare l’ambasciatore Campbell, perché a dire dello stesso Roatta “Castellano è partito da una settimana e ancora non sappiamo niente. In sostanza vada laggiù a vedere cosa succede”. La missione assume, in questo caso, un carattere farsesco. Ovviamente Zanussi parte in aereo e non certo in treno, assieme a un generale inglese, fatto prigioniero dagli italiani, come credenziale nei confronti degli inglesi. Il 27 agosto incontra effettivamente l’ambasciatore inglese il quale si limita a comunicargli che ha già parlato con il generale Castellano e che questi ha già tutti i documenti relativi alle clausole dell’armistizio. Ad ogni modo, per essere tutti tranquilli e per capire a che gioco stanno giocando gli Italiani, Zanussi viene caricato su di un aereo e trasferito a Cassibile, in Sicilia presso il Comando delle forze anglo americane nel Mediterraneo, e qui di fatto tenuto prigioniero. 

 

L’armistizio

Il viaggio della speranza di Castellano termina il 27 agosto a Roma. Appena arrivato informa della volontà degli Alleati, Badoglio, il Re, il Capo di Stato Maggiore Ambrosio e il Ministro degli Esteri Guariglia, i quali, però, non accettano la proposta di armistizio e, anzi, rilanciano un nuovo accordo nel quale si evita con cura di parlare di “resa”. Cosicchè Castellano, il 31 agosto viene rispedito a Cassibile dagli Alleati. Presenti, oltre a Castellano, Zanussi già ospite forzato degli americani da qualche giorno, Bendell Smith, più altri ufficiali inglesi e americani. Bendell Smith domanda: “Ha i pieni poteri per trattare Generale Castellano?”. “No”. Gli alleati si abbandonano allo sconforto ma a questo punto passano oltre. Castellano, quindi, prosegue: “L’Italia, per non essere sopraffatta dai tedeschi, chiederà l’armistizio solo di fronte allo sbarco di almeno quindici divisioni, tra Civitavecchia e La Spezia”. Bendell Smith, con un sorriso, esclama: “Generale, se gli alleati fossero in grado di effettuare uno sbarco di quindici divisioni, non starebbero qui a offrirvi l’armistizio”. 

Alla fine le trattative comunque vanno avanti è al termine della giornata l’accordo raggiunto è questo: gli italiani firmano un armistizio da tenere segreto. Subito dopo gli alleati effettuano degli sbarchi secondari ai quali gli italiani oppongono scarsa resistenza. A questi sbarchi ne seguirà un altro, più consistente, a Sud di Roma, per difendere la capitale dalla reazione tedesca. Contemporaneamente le due parti annunceranno la resa italiana. 

L’accordo, riportato a Roma, viene accettato. Il 2 settembre si firma, ma in questa vicenda agli italiani manca sempre qualcosa: una penna, della carta, delle credenziali, un mandato. Questa volta manca l’autorizzazione alla firma per il Generale Castellano. Non c’è. Tutto rimandato al giorno dopo. Il 3 settembre alle ore 17.30 il Generale Castellano da una parte e Walter Bedell Smith firmano l’armistizio, immortalati dai fotografi alleati. 

Nelle stesse ore in cui l’Italia si arrende, al Viminale Badoglio riceve il nuovo ambasciatore tedesco Rudolf Rahn il quale stuzzica il Capo del Governo sulla fedeltà all’alleanza, anche se ormai è a conoscenza dell’imminente resa italiana. “La diffidenza del governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola è la manterrò. Vi prego di avere fiducia!” esclama il Maresciallo d’Italia.  

 

In pigiama di fronte alla storia

Gli alleati, per rispettare l’accordo alleato, hanno previsto due operazioni distinte: l’Operazione Giant 1 che prevede lo sbarco a Salerno, e l’operazione Giant 2, che prevede il lancio di truppe aviotrasportate a sud di Roma, per difendere la capitale dalla reazione tedesca una volta appresa la notizia della firma dell’armistizio. 

L’Operazione Giant 2 inizia nello stesso giorno in cui verrà annunciato l’armistizio. Quando, però, di preciso? Nessuno lo sa. Gli italiani pensano non prima del 12 settembre, in quanto alla domanda di Castellano, la risposta degli Alleati è stata “una o due settimane”. Per cui la si prende comoda, ma così comoda, che il Capo di Stato Maggiore Ambrosio, il 6 settembre parte per Torino, per rientrare a casa. Il motivo della gita fuori porta non è chiaro, c’è chi dice per fare un trasloco, chi per recuperare dei documenti sensibili. Sta di fatto che il Capo di tutte le nostre forze armate, invece di presidiare il centro di comando in attesa di un imminente armistizio, parte per curare i suoi interessi.

L’abisso dell’8 settembre inizia effettivamente quando gli alleati, il giorno 7 settembre spediscono due soldati americani, Taylor e Gardiner, a controllare la preparazione militare italiana in previsione dell’Operazione Giant 2. I due soldati sbarcano a Gaeta in incognito travestiti da naufraghi e, con un’ambulanza per non farsi scoprire dai tedeschi, vengono portati a Palazzo Caprara, di proprietà del Ministero della Difesa. “Vorremmo vedere il Capo di Stato Maggiore”, chiedono. “Non c’è, è fuori per impegni. Ma sedetevi che vi abbiamo preparato la cena. Tutto cucinato per voi dal Grand Hotel!”. Al terzo bicchiere di vino, Taylor sbotta: “Basta con il vino! Dobbiamo parlare subito con un comandante responsabile!”. Detto di Ambrosio assente, il suo vice Rossi pure, si decide di farli parlare con Carboni, a capo del Servizio Informazioni Militari. Alle 23 questi si presenta in divisa bianca fiammante, stivaletti scamosciati e capello imbrillantinato. Elegantissimo, si direbbe. Taylor esordisce: “Generale dobbiamo visitare i campi di aviazione nei quali dovrebbero scendere le nostre truppe”. 

Sono pieni di tedeschi. Domani troveremo il modo di farlo”.

Domani inizieremo lo sbarco”.

Si sbaglia, vi siete impegnati a sbarcare per il 12 settembre”.

Non ci siamo impegnati con voi in nessun modo. Lo sbarco sarà domani sera, giorno 8 settembre. Voi domani dovete dichiarare l’armistizio”.

A Carboni viene un colpo. Non si è pronti in nessun modo. “Dobbiamo rimandare”, implora rivolto ai due soldati alleati. 

Se proprio volete rinviare tutto, deve essere Badoglio stesso a dircelo”, rincalzano loro.

A quest’ora Badoglio dorme”.

Il vostro Paese sta per cadere nel baratro e voi mi dite che il vostro Capo del Governo dorme?!? Sarà il caso di svegliarlo”. 

E infatti lo svegliano. Passata la mezzanotte, Taylor, Gardiner e Carboni suonano a casa Badoglio. Il quale, contrariato per la levataccia, li riceve in pigiama e a piedi nudi, assonato. 

Maresciallo, essendo passata la mezzanotte, oggi è il giorno in cui Eisenhower annuncerà l’armistizio”.

Troppo presto. Non siamo pronti. Facciamo il 12 settembre, che dovrebbe andare bene”. I due soldati alleati non commentano oltre. Chiedono solo a Badoglio di stendere e inviare un comunicato a Eisenhower nel quale si chiede, per l’appunto, di posticipare l’annuncio. 

La notte intanto passa. Pure il giorno. Invece di prendere le opportune contromisure, i comandanti militari italiani si dilettano nei loro passatempi, in attesa della risposta alle suppliche di Eisenhower. Oppure si esercitano nell’arte del dissimulare. Per dire, alle 12.30 il Re, in alta uniforme, riceve al Quirinale il nuovo ambasciatore tedesco Rahn al quale, come se nulla fosse, dice: “La decisione è di continuare fino alla fine la lotta al fianco della Germania, con la quale l’Italia è legata per la vita e la morte”. Cinque giorni prima l’Italia aveva firmato la resa incondizionata.

La risposta attesa di Eisenhower arriva ed è ovvia: non si sposta nulla. Nel frattempo, vista l’accoglienza ricevuta, Taylor annulla l’operazione Giant2, cosicché all’annuncio dell’armistizio, Roma sarà praticamente indifesa. Al diniego Alleato sul rinvio scoppia il panico. Alle 17.30 viene convocato di gran fretta, al Quirinale, un Consiglio della Corona. Il Re, aprendo la riunione, dichiara: “Come i loro signori sanno, gli anglo-americani hanno deciso di anticipare di quattro giorni la data dell’armistizio”. De Courten, Capo di Stato Maggiore della Marina, allibito esclama: “Ma di che accidenti di armistizio state parlando?”. Il Re, furioso, guarda Badoglio e gli intima: “Maresciallo, metta al corrente i signori…”. Badoglio è ammutolito, non ha avvisato nessuno dell’armistizio. Sta sprofondato nella sua poltrona. Non proferisce parola. In suo aiuto arriva il generale Ambrosio, tornato dalla sue faccende torinesi: “Su di noi sovrasta una grande sventura…” E incomincia il racconto. Al termine, sempre con Badoglio silente, salta su Sandalli, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, credendo dall’esposizione che siano stati gli Alleati a venir meno agli accordi, esclama: “Ma questo è un ricatto! Respingiamo l’armistizio!”. Carboni rincalza: “Diamo la colpa a Badoglio, dicendo che ha fatto tutto in autonomia, e rigettiamo l’armistizio!”. Nel mentre di questa sceneggiata, un attendente entra nella riunione e sussurra qualcosa a Marchesi, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Il quale, al termine della comunicazione prende la parola: “Signori, siamo militari e dobbiamo rispettare il nostro codice. Punto primo: il generale Eisenhower ha una copia autografa del comunicato che il maresciallo Badoglio dovrà leggere alla nazione. Punto secondo: la cerimonia della firma è stata ripresa e fotografata. Punto terzo: mi è stato appena comunicato che Eisenhower ha appena parlato alla radio, annunciando l’armistizio”.

La guerra è finita. Inizia la tragedia del popolo italiano. Alle ore 18.30 da Radio Algeri, Eisenhower annuncia per l’appunto l’armistizio, concludendo con la frase “tutti gli italiani che vorranno ora aiutarci a scacciare l’invasore tedesco dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle Nazioni Unite”. E’ l’implicito aiuto alla Resistenza italiana. Alle 19.45, dai microfoni dell’Eiar, Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia, Capo del Governo, macchiatosi di crimini di guerra in Etiopia, “riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower”. Il Maresciallo d’Italia continua invitando a cessare ogni ostilità contro gli alleati. Le forze armate italiane, però “reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. 

Il Re Vittorio Emanuele III, suo figlio Umberto, lo stesso Badoglio, al termine della giornata caricano le auto con i loro effetti personali e scappano prima a Pescara e poi a Brindisi, lasciando un Paese intero senza ordini, organizzazione e riferimenti. 

 

Capi vili e uomini semplici

La vergogna che perseguiterà per sempre Vittorio Emanuele III e Badoglio, e tutte le gerarchie Militari non è quella di aver abbandonato Roma subito dopo l’annuncio dell’armistizio. La vergogna sta nel non aver preparato, pur avendone avuto il tempo, l’Italia e il suo Esercito all’inevitabile reazione della Germania e, anzi, averla abbandonata alla furia nazista, che conoscerà stragi e lutti nei successivi due anni di guerra. 

Ruggero Zangrandi, giornalista e storico comunista, che conoscerà l’orrore dei campi di concentramento nazista e morirà suicida nel 1970, nel dedicare un suo libro alla figlia, scriverà che occorre imparare il “male che possono arrecare a un Paese le cattive azioni di capi vili e quanto poco il sacrificio di migliaia di uomini semplici riesca poi a porvi riparo”.   

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