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UN RIMINESE IN TAILANDIA

La Tailandia è una terra favolosa, di quelle che ti rimangono dentro e non riesci a staccartene. Anche la cucina in Tailandia, è favolosa. Uno di questi piatti è il buonissimo “tom yam kung”.

A prima vista si presenta in modo inquietante per i nostri gusti occidentali. Una copiosa tazza fumante, al cui interno naviga un liquido scuro; ogni tanto emergono cadaverini di qualcosa. Se non ricordo male nel tom yam kung, i cadaverini sono di gambero. Il sapore di questo intruglio è davvero paradisiaco, gli effetti intestinali un po’ meno.

Dopo averne fatto una bella scorpacciata in una bettola di Bangkok, io e mia moglie abbiamo avuto la malaugurata idea di avventuraci ad Ayutthaia, la città sacra della cultura khmer.
Prendiamo un minibus e durante il viaggio un sordo borbottio mi avverte dell’imminente necessità fisiologica.

Ma la periferia di Bangkok è infinita e il traffico inverosimile.
Dopo ore di viaggio e di sudori freddi, arriviamo al parcheggio della città sacra.
Tantissimi pullman, turisti da tutte le parti. E un unico bagno, davanti a cui una sterminata processione di persone color mozzarella, in pantaloncini corti, attende il proprio turno.
Mi metto in fila, appoggiandomi ora su una gamba ora sull’altra e tentando di reprimere le smorfie.

Alla fine però riesco a guadagnare l’entrata.
L’occhio del viaggiatore esperto non dà adito a dubbi: tazza del water improponibile, ciambella nemmeno l’ombra, pareti e porta di carta velina.
Ma viaggiare insegna tante cose.

Ho subito optato per cosiddetta “posizione dell’apache”, che consiste nel salire sulla tazza ancorandosi con i piedi sul bordo, guardando bene di non appoggiare sulla superficie del sanitario e nient’altro che la suola delle scarpe e con le mani toccare assolutamente nulla.
In quella scomoda ma efficace posizione incomincio a lavorare di peristalsi.

Sarà stato lo sforzo, sarà stato il caldo umido, ma fatto sta che devo avere ondeggiato.
Dapprima un sinistro scricchiolìo mi ha avvertito dell’irreparabile, poi la tazza con me sopra, si è letteralmente divelta dal pavimento, crollando su di un fianco, con un tonfo sordo.
Panico.

Momenti interminabili di attesa, spiando i commenti del crogiolo di razze in fila al di là della porta.
Niente, solo il solito chiacchiericcio indistinto.
Che fare? Non ho avuto dubbi.

In alcune situazioni cruciali le emergono insospettate doti di sopravvivenza. Ancora con i pantaloni calati, abbraccio la tazza del cesso riversa a terra e, con uno sforzo enorme la rimetto sul suo piedistallo, acconciandola in modo che sembri stabile. Non credevo che i cessi fossero così pesanti, specie quelli tailandesi; una fatica disumana.
Ogni movimento peristaltico, dissolto.

Mi lavo come posso; il tempo stringe; la folla incomincia a spazientirsi.
Un’ultima occhiata alla tazza appoggiata in equilibrio precario e apro la porta.

Mi accoglie l’unanime sospiro di sollievo della folla in attesa al sole.
Devo aver anche sorriso, a quella bisbetica anziana anglosassone che si avventa dentro il bagno.
Con un imperioso cenno, faccio segno a mia moglie di squagliarsela.

Della vegliarda, non ho mai voluto saper nulla.

 

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