Home > Cultura e Spettacoli > Il riminese Teo De Luigi racconta Wolfango, amatissimo pittore bolognese appena scomparso

Il riminese Teo De Luigi racconta Wolfango, amatissimo pittore bolognese appena scomparso

Il regista riminese Teo de Luigi aveva appena realizzato un film documentario sul pittore bolognese Wolfango Peretti Poggi, ma l’artista è venuto a mancare a 90 anni nella notte fra il 15 e il 16 gennaio scorsi. La prima proiezione del film Wolfango: “una lunga fedeltà”, avverrà sabato 21 gennaio alle ore 18, presso la sala Lumiere della Cineteca di Bologna.

Teo De Luigi racconta a Chiamamicitta.it  il personaggio e la sua poetica che tanto lo hanno colpito.

Qual è stato il suo primo incontro con la pittura di Wolfango?

«È stato un colpo di fulmine. Io lavoravo in RAI a Bologna, e lessi su Repubblica che un pittore bolognese di 60 anni faceva, per la prima volta nella sua vita, una mostra: a Santa Lucia, nel 1986. La curiosità che mi colpì ulteriormente è che i quadri erano talmente grandi – riportava l’articolo – che per farli uscire dovettero rompere una parete. Sono andato a vedere la mostra, e sono rimasto sbalordito per la qualità dei quadri e il tipo di esposizione. Santa Lucia era stata da poco sconsacrata, ed era rimasta completamente vuota, come un enorme ventre di balena. Ebbene questi quadri, per le loro grandi dimensioni, non erano per niente sproporzionati. Sono rimasto fulminato da questa pittura. Allora sono tornato in redazione, dal direttore della RAI, e ho chiesto tutto entusiasta se si poteva fare un documentario… perché ancora, a quel tempo, la RAI faceva dei documentari regionali. Lui mi disse che non si poteva assolutamente fare, perché un documentario su un pittore vivente avrebbe creato un precedente per tutti gli altri».

E poi, come andò a finire?

«Io ho insistito… cercavo di fargli capire che si trattava di un fatto eccezionale. Stavamo per salutarci… io ero molto deluso. All’uscio della porta, però, mi venne un’idea; gli dissi: “Va bene, capisco i tuoi motivi. Però domani andiamo a vedere la mostra insieme”. Lui ha accettato, e così siamo andati. Appena entrati c’erano poche persone. Ci siamo divisi. Ho visto che rimaneva anche lui piuttosto colpito: non erano quadri che si potevano guardare, per così dire, al volo. Una fruizione che ti catturava e non ti lasciava libero. C’erano delle panche, si mise a sedere. Dopo un quarto d’ora si alzò e mi disse: “questo lo facciamo”! E così decidemmo di fare un primo documentario. La cosa straordinaria è che, in questi trent’anni, nessun altro ha fatto un documentario su Wolfango. Eppure sono stati gli anni della grande comunicazione, del grande mercato dell’arte, della scoperta dell’arte contemporanea, con i suoi 40 movimenti… ma nessuno ha voluto scoprire Wolfango. Tant’è vero che dopo 30 anni ho fatto un suo ultimo racconto. L’abbiamo finito proprio in questi ultimi giorni, mentre lui moriva. Tutto ciò lascia storditi. Nonostante lui avesse fatto più di 25000 visitatori alla sua prima mostra, nonostante il successo della sua ultima mostra a Palazzo d’Accursio, quest’inverno…».

La pittura di Wolfango non ha varcato le mura felsinee, inspiegabilmente. Cosa lo legava in maniera così indissolubile a Bologna? Da cosa deriva il grande valore popolare della sua opera?

«Il fenomeno popolare che si è verificato con Wolfango è lo stesso fenomeno che si è ripetuto con Raffaello, Mantegna, Caravaggio… con i grandi pittori popolari della nostra gloriosa storia dell’arte. Lui era veramente un bolognese. Quando ci incontravamo voleva fare sempre un giro. Non stava mai in casa. Lui non voleva parlare del film, voleva farmi vedere quelle cose della città che per lui erano fondamentali. Mi portava a vedere il Compianto di Niccolò dell’Arca a Santa Maria della Vita… tutte quelle cose che, da sole, valgono una visita a Bologna. L’attaccamento alla sua città viene dimostrato anche dal fatto che oggi le sue opere sono esposte in luoghi pubblici: nella sala stampa del Comune c’è il suo quadro più famoso, Il cassetto; oppure all’ingresso di San Giovanni in Monte, dove è esposto un enorme quadro di Wolfango, Il cassetto delle ossa; all’aula magna dell’ex Chiesa di Santa Lucia, alle spalle degli studenti e in faccia ai relatori, c’è il suo grande quadro della Frutta marcia; alla Casa dei Risvegli Luca de Nigris; consiglio anche di andare a visitare la sezione ragazzi della Sala Borsa: la sala centrare è illustrata e dipinta proprio da Wolfango, con tutte le citazioni che riguardano i libri per ragazzi e le fiabe. È qualcosa di straordinario… le sue opere fanno insomma parte dei beni culturali della città».

Perché, secondo lei, Wolfango non dipingeva mai figure animate?

«Perché il suo mondo è fatto dalla realtà che non si muove. Tutto quello che ha dipinto ce l’aveva sotto gli occhi, in studio. La realtà immobile era per lui il massimo dell’attrazione, perché è quella che nessuno vedeva. Nessuno è attratto da questo; la natura intorno a noi la diamo quasi per scontata. Lui ha voluto ridare forza a questa attenzione. Dipingeva persino stralci di giornali… il film ne parla: con una lente lui guardava la disposizione di una carta stropicciata, e questa carta la dipingeva con le pieghe che aveva. Ingigantiva la realtà attraverso punti di vista inusuali, dall’alto o con strumenti come lenti d’ingrandimento».

Wolfango era agnostico, eppure Eugenio Riccomini – il grande storico dell’arte che l’ha scoperto – sostiene ci sia una dimensione religiosa nella sua pittura. Secondo lei in cosa consiste?

«Innanzi tutto in questa chiacchierata bisogna ricordare il grande Eugenio Riccomini. Ancora oggi, in età piuttosto avanzata, fa autocritica di non essere riuscito a portare Wolfango fuori da Bologna. Tornando alla domanda, Wolfango stesso dice nel film di essere molto interessato all’aspetto spirituale, che non si riferisce però alle religioni istituzionalizzate e conosciute. Direi una dimensione più spirituale che religiosa. Lui diceva sempre che occorre rendersi conto che re-ligio vuol dire tenere legate le cose, metterle insieme. Consiste proprio in questo, per lui, la Religione.»

«Vorrei chiudere come faceva Wolfango, che mi salutava sempre dicendo: “Teo, ricordati che tout se tient!”»

Edoardo Bassetti

Scroll Up