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Rimini è davvero una città universitaria?

Da quando è nata – nel lontano 1088 a Bologna – l‘Università – parola che deriva da Universus, che in latino significa “tutto“, a testimoniare che l’Università è la culla di tutti i saperi– è un’istituzione – termine che invece deriva da instituo che in latino significa porre saldamente – che sta dentro la città in senso fisico con le sue strutture e i suoi edifici, con le sue bandiere a indicare l’appartenenza al territorio prima cittadino, poi nazionale, poi continentale.

Sul piano concreto – che poi questo avvenga o meno è una questione che meriterebbe dibattiti ben più ampi e articolati – l’università prepara i suoi studenti sul piano culturale e teorico. Dovrebbe predisporli a esercitare direttamente l’atto pragmatico, fungendo da canale propedeutico al loro ingresso nel mondo del lavoro, compito spesso difficile per i duri tempi che corrono e anche per via di una crisi esistenziale stessa dell’università.

Che è un mondo complesso dove coloro che entrano hanno la facoltà di scegliere se formarsi nel contesto accademico “fermandosi” alla laurea oppure se proseguire con il dottorato, confidando di diventare un giorno ricercatori o magari professori universitari.

Ci sono quindi due sistemi: il primo prepara (o dovrebbe preparare) al mondo del lavoro, il secondo permette che l’università continui a essere uno dei motori principali dell’innovazione a beneficio dell’intera comunità.

Tanto per fare un esempio, le conquiste della scienza in ambito di medicina vengono raggiunte a livello planetario nei laboratori dove lavorano i ricercatori. Una città universitaria per definirsi tale deve aver quindi sviluppato pienamente molte direttrici. È necessario predisporre un terreno fertile utile al radicamento dell’attività di ricerca, un terreno quindi favorevole allo sviluppo dell’innovazione.

Perché? In un momento in cui la ricerca si pone come strumento irrinunciabile per affrontare le sfide che si stanno delineando per il futuro quest’ultima deve intersecarsi sul piano concreto e fattivo con la cultura di impresa e con il territorio. Per altro se in un determinato contesto cittadino questo connubio riesce a realizzarsi ne consegue un miglioramento dello stato di salute del territorio o perlomeno – visti i tempi poco felici – il rafforzamento di una base su cui edificare un futuro – prossimo o anteriore – più roseo di quello che spesso siamo costretti ad immaginare per non cadere in facili illusioni.

E allora, considerate le premesse, possiamo affermare che Rimini è una città universitaria?

ll 2 marzo ha inaugurato, con qualche anno di ritardo, il Tecnopolo di via Dario Campana, che sarà gestito in parte dal CIRI Energia e Ambiente e dal CIRI Meccanica Avanzata e Materiali. Ospiterà anche alcuni laboratori di chimica destinati a supportare la ricerca in ambito di moda e sviluppo del turismo.

I CIRI, nello specifico, sono i Centri interdipartimentali per la ricerca industriale, una costola dell’Università – in questo casa dell’Alma Mater Studiorum di Bologna – e costituiscono quel sistema di attori di primo di livello impegnati a coordinare l’attività di ricerca e le imprese. Si tratta di una prima base costruita affinché le conquiste della ricerca in chiave innovativa siano poi tradotte nei prodotti industriali che consumiamo quotidianamente.

Negli stessi giorni sui giornali ha circolato una notizia dai toni allarmanti: molti professori che insegnano nelle sedi universitarie di Rimini starebbero pian piano “migrando” verso la centrale e storica sede di Bologna.

Sul fronte studenti, qualche settimana fa il Comune di Rimini commentava positivamente l‘aumento del numero dei fuorisede a Rimini a margine del report demografico, del 2016 dove comunque non risultano nel novero dei conteggi ufficiali.

Quale è la posizione dell’amministrazione comunale? Per il sindaco Andrea Gnassi l’Università può essere considerata nel novero degli elementi di coesione sociale e avere, sul piano potenziale, un ruolo attivo nel contesto urbano, ovvero essere un valore aggiunto non solo per l’offerta formativa ma anche per lo sviluppo sostenibile cittadino. Durante la conferenza inaugurale del Tecnopolo, il sindaco aveva sottolineato come “la tenuta nelle comunità degli elementi di coesione sociale è tutt’oggi in discussione. Chi risponde ai bisogni delle persone? Solo lo stato o anche una comunità? Va ridefinito il concetto di stato sociale comunitario. Rimini è una città che in questo momento storico sta cercando di interpretare il cambiamento e non di subirlo. Necessita di trovare altri motori, alternativi a quello immobiliare e sostitutivi di una cultura fondata esclusivamente sul ‘grande ombrellone da spiaggia’ che ormai non è più sufficiente a fare da volano per le sfide che ci attendono.L’amministrazione ha proposto al rettore Ubertini di studiare un percorso fattivo sulla traiettoria della città cercando di capire come l’università possa favorirla. Avere una grande aerea della moda, che è un settore tipicamente italiano, avere un grande area del turismo, che è ancora di primaria importanza in Italia, e poi il dipartimento di scienza della qualità della vita dove si incrocia il tema della green economy e della sostenibilità è un’importante fattore di crescita”.

Per approfondire l’argomento abbiamo fatto una chiacchierata con il prof. Sergio Brasini, coordinatore del campus di Rimini, che ci ha fornito anche alcuni dati statistici sullo stato generale di salute del polo universitario riminese.

Prof. Brasini, a Rimini l’università è attiva da 25 anni sotto l’egida dell’Alma Mater Studiorum di Bologna. Ad oggi quali sono le prospettive future e quali obiettivi sono stati raggiunti?

«Nel suo complesso l’ateneo bolognese mantiene una crescita del 4% in un panorama non troppo incoraggiante. Molti atenei hanno subito parecchie inflessioni in termine di immatricolazioni. In quel 4%, Rimini ha fatto registrare l’incremento più notevole: parliamo del 10%. In termini specifici, abbiamo sfiorato le 1700 unità per quanto riguarda le immatricolazioni dell’ultimo anno accademico. Nessuna città ha fatto meglio se consideriamo i 5 poli Unibo. Abbiamo lavorato molto per raggiungere questo traguardo, soprattutto creando un legame strutturato con i le scuole del territorio e con i docenti delle scuole superiori. Abbiamo organizzato il “progetto staffetta”: i nostri docenti incontrano in alcune lezioni frontali i ragazzi delle classi 4° e 5° nell’aula magna dell’Università di Rimini. Le lezioni riguardano temi scelti dai ragazzi, a partire da una rosa da noi proposta. In questo modo gli studenti hanno la possibilità di capire il grado e la tipologia di competenze che può offrire il nostro polo universitario. Visto l’aumento delle immatricolazioni, si è rivelato un progetto vincente. Ma ovviamente non abbiamo puntato solo sul territorio locale. Abbiamo lavorato sull’internazionalizzazione dei corsi di laurea. Ad oggi possiamo vantare 5 percorsi internazionali completamente in lingua inglese. Nella scuola di economia abbiamo due lauree magistrali in lingua inglese, di cui una riguarda il management dell’attività turistica, un ambito su cui Rimini ha sempre puntato che può contare anche su una laurea triennale in lingua inglese. A cui si è aggiunta di recente anche una laurea magistrale nell’ambito della moda. Nell’anno accademico 2017 – 2018 partirà un altra laurea magistrale, gestita dal dipartimento di Scienze per la qualità della vita: “Wellness, culture: sport, health and tourism”, particolarmente legata al territorio, come è facile evincere. Stiamo pensando per il futuro a un’ulteriore laurea internazionale in lingua inglese sull’andvanced cosmetics con la collaborazione di chimici e farmacologi che lavorano a Rimini. Ed è in partenza anche un nuovo dottorato di ricerca nel contesto del dipartimento di scienze per la qualità della vita. Cinque borse di studio di dottorato finanziate direttamente dell’ateneo: science and culture of well beeing and lifestyle. Un’altra iniziativa importante perché Rimini sia davvero una città universitaria. L’ateneo cresce nelle sedi soprattutto se riesce a radicare l’attività di ricerca. Avere un dottorato declinato sulle competenze specifiche del dipartimento riminese dà un’ulteriore slancio alla ricerca e una testimonianza che c’è l’intenzione di favorire la formazione di docenti che avremo a disposizione proprio qui a Rimini». 

Quanti sono studenti stranieri stabilitisi a Rimini, iscritti ai corsi offerti dal polo universitario riminese?

«Gli ultimi report attestano la presenza di 526 studenti stranieri presenti a Rimini – e dal report mi permetto qui di togliere i ragazzi sammarinesi che in questo discorso non consideriamo “stranieri” -. Sono ragazzi che provengono dall’Est Europa, dalla Cina e recentemente anche dall’ovest. E attenzione, sono ragazzi che si sono iscritti a interi corsi di laurea. Poi ci sono anche gli studenti Erasmus e gli altri studenti stranieri inseriti in progetti di scambio presenti comunque a Rimini per un tempo minore a quello necessario per il completamento dei corsi, studenti per altro comunque in crescita. Sono numeri importanti considerando che la sede ospita 5000 iscritti complessivi. E in crescita sono anche gli studenti italiani fuori sede provenienti da altre città e regioni. Sono tutti segnali di una ricchezza del territorio e di un ricchezza per il territorio».

La sede centrale dell’Università di Bologna è motivata a incentivare l’offerta formativa dei campus romagnoli?

«Uno dei punti fermi della nuova governance dell’Università di Bologna, che si è insediata un anno e mezzo fa, è quello di favorire il completamento dell’offerta formativa sui multi campus cercando di migliorare ancora di più la specializzazione dei territori evitando sovrapposizioni e duplicazioni. In particolare l’ateneo vuole investire sulle sedi con un piano strategico triennale».

E per quanto riguarda la questione logistica?

«Se si parla di investimenti e di un aumento delle immatricolazioni a Rimini, serviranno sempre più spazi. A breve, entro la fine dell’anno, sarà inaugurato il complesso Leon Battisti Alberti vicino a Piazza Ferrari: li troveranno spazio nuove aule destinate alle lezioni frontali. Il Comune ha poi curato il progetto di realizzazione piazza universitaria, adiacente a questo nuovo complesso, dove gli studenti potranno intrattenersi in uno spazio cittadino a loro dedicato. Piazza che per altro valorizzerà anche l’arredo urbano del centro storico. Qui parliamo di cantieri già ben avviati. Per quanto riguarda i progetti, sicuramente a breve si muoveranno le cose per la costruzione di un nuovo studentato in aggiunta a quello già ospitato nell’edificio limitrofo alla stazione occupato un tempo dall‘hotel Palace. Come logistica si parla di Palazzo Lettimi in Via Tempio Malatestiano, uno dei luoghi su cui il comune vuole investire. So però che è un luogo ad alto interesse archeologico, progettare e costruire in quell’area potrebbe comportare comunque degli imprevisti per quanto riguarda le tempistiche. Sugli studentati e sulle strutture è necessario però investire per mantenere alto il numero di immatricolazioni e di iscritti. A proposito di iscritti, il vero obiettivo, ma qui è una questione generale legata anche alla città e al tipo sinergia instaurabile con il territorio, sta nel creare le condizioni per cui questi iscritti, nel momento in cui terminano gli studi e trovano un’occupazione, riescano a farlo sul territorio in cui hanno studiato. Il cambiamento più radicale avverrà in quel momento, ma siamo sulla buona strada».

Un commento sulla “fuga” dei professori dalla Romagna verso Bologna..

«È un problema che in questo momento non deve oscurare la rilevanza dei progressi compiuti e degli obiettivi raggiunti, in particolare di quelli di cui abbiamo appena parlato. Questo non significa ovviamente, negare il problema, che anzi va affrontato. Le sedi romagnole sono sedi giovani e hanno meno professori ordinari, veicolo principale dei progetti di ricerca e delle progressioni di carriera, rispetto a Bologna. È auspicabile un rafforzamento di presenze di docenti di peso che possano fare scuola ai giovani ricercatori in modo da rendere ancora più attrattivo il polo romagnolo. È anche vero però che c’è un deficit nei nostri sistemi eccessivamente incentrati sul parametro della produttività scientifica: a volte chi si è impegnato per lungo tempo nell’orientamento e nei rapporti con il territorio non ha visto riconosciuti i propri meriti al momento della progressione di carriera. Ma è vero anche che molti di noi devono essere riconoscenti ai campus romagnoli: abbiamo avuto possibilità che a Bologna non avremmo trovato».

Enea Conti

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