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Rimini nel tritacarne, come vent’anni fa

Sono giorni duri per Rimini. I media di mezza Europa si esercitano nel rappresentare Rimini come città non sicura, sospinti anche da un venticello populista per il quale ogni africano è un potenziale stupratore. Avvoltoi di ogni tipo si alzano in volo sulla nostra città.

Forse vale la pena ricordare che Rimini in agosto è una città di circa 400 mila abitanti e che i delinquenti si mescolano a residenti e turisti seguendo le prede come le fiere nella savana. Ed è utile ricordare che episodi del genere sono già accaduti in un tempo in cui i fenomeni migratori erano appena all’inizio.

Luglio 1997, siamo in piena stagione turistica. Un senegalese stupra una giovane tedesca a Bellariva, un maghrebino tenta di violentare una ragazzina milanese a Torre Pedrera. Lo sconcerto in città è al massimo, si sommano l’indignazione per le violenze e la preoccupazione per l’immagine negativa per la città. Il maghrebino fu catturato, il senegalese no.

L’Amministrazione Comunale convocò subito le Associazioni degli immigrati per chiedere loro di pronunciarsi su quei drammatici fatti. Ne uscì una condanna fermissima che testimoniò della distanza fra chi è immigrato per necessità e cerca l’integrazione e chi si rende colpevole di atti di violenza contro la comunità ospitante.

Seguì un’iniziativa delle donne riminesi che, indossando coccarde rosa e festoni multicolori, diedero vita per le strade della città ad una manifestazione piena di consapevolezza e di senso dell’autonomia.

L’Assessore Regionale al Turismo, Vasco Errani, era inquieto, giustamente temeva l’effetto mediatico.

Concordammo di organizzare una conferenza stampa di livello europeo per lanciare segnali rassicuranti. La organizzammo in ventiquattro ore al Grand Hotel, ospitati da Pietro Arpesella, alla presenza delle principali testate italiane e tedesche. Ovviamente non riuscimmo a contenere il massacro mediatico, ma forse riuscimmo a far passare l’idea che decine di migliaia di persone, in quello stesso momento, erano serenamente in vacanza.

L’immigrazione dall’Africa, qui a Rimini, era appena agli inizi. Già ben integrate erano la comunità cinese, la prima per quantità, e quella sudamericana. L’Amministrazione Comunale tentava di organizzare qualcosa per favorire l’integrazione.

Ricordo che, con Pietro Arpesella, organizzammo (era forse la primavera del ’95) proprio nei luccicanti saloni del Grand Hotel, una “festa africana” con cibo e musica etnica, dedicata agli immigrati. Pagò tutto Arpesella il quale aveva capito che per integrarsi bisogna prima essere accolti.

Un gesto di generosità per dare e ricevere rispetto. Almeno un centinaio di africani ebbe l’opportunità di conoscere il Gran Hotel, cuore pulsante della Riviera.

Insieme al mio Capo di Gabinetto, Giorgio Giovagnoli, andai in visita dall’ambasciatore del Senegal a Roma per proporgli un corso di formazione, dedicato ai senegalesi presenti a Rimini, finalizzato al ritorno in patria seguendo gli aiuti allo sviluppo del Governo italiano. La risposta mi mandò in bestia, il diplomatico disse: ”Monsieur, non posso aiutarla, questo non è più un problema mio, ma suo!”.

Nonostante questo atteggiamento cinico, sostenemmo un corso di formazione per pescatori nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale. Con un contributo europeo acquistammo in Senegal un peschereccio usato, mettendolo a disposizione dei giovani che tornassero in patria come marinai. La MARR dimostrò interesse ad acquistare partite di gamberi dal gruppo di ragazzi da noi formati.

Iniziative che ottenevano risultati modesti ma che lanciavano comunque un messaggio.
Il tasso di immigrazione allora non arrivava in Italia al 3% della popolazione, le frontiere europee erano ancora chiuse. Cominciava già però ad affacciarsi la crisi delle classi dirigenti africane post-coloniali, schiacciate fra il tribalismo e le dure leggi dello sfruttamento delle riserve energetiche ed agricole da parte delle multinazionali europee ed americane.

Queste, insieme alle guerre locali, sono le cause che muovono oggi la catena umana attraverso il deserto del Mali per giungere alle coste del Mediterraneo.

Giuseppe Chicchi

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