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Rimini non abbastanza fiera della sua tigna di vita di fronte all’apocalisse

E ieri erano 75. Settantacinque anni dalla liberazione di Rimini, al termine di una battaglia che, com’è stato ricordato l’altro ieri al Museo della città dallo storico Andrea Santangelo, è stata una delle più furibonde, determinanti e, per certi versi, misconosciute, della Seconda guerra mondiale.

«Liberazione» è un termine parziale e per certi versi ingannevole: il 22 settembre 1944 la penisola era ancora spezzata in due e tutta l’Italia settentrionale era sotto il tallone tedesco. Dopo settantacinque anni di pace e di unità nazionale è difficile pensare a una liberazione che divideva una città dall’altra, a fiumiciattoli che diventavano confini fatali, a colline oggi note tutt’al più per una certa trattoria dove fanno bene le tagliatelle e ieri contese a suon di cannonate.

Liberazione dai bombardamenti dal cielo, sì, ma non dalle bombe di tutti i tipi seminate nel terreno, che hanno mietuto vittime fino al dopoguerra inoltrato. Liberazione dai rastrellamenti tedeschi ma non dalla fame e dal razionamento. Liberazione dal conflitto ma non dalle sue ferite, interiori ed esteriori, che sono guarite solo dopo molti anni.

Una popolazione di spettri emaciati, l’80 per cento degli edifici distrutti, rovine a perdita d’occhio da piazza Tre Martiri fino al mare, i ricordi freschi della paura e delle atrocità viste o subite: questo era Rimini liberata. Malconcia, straziata, ma pronta a rialzarsi in piedi.

Quanto dobbiamo voler bene alla nostra città, quanto dobbiamo stimarla e onorarla per quel che ha passato e per come lo ha superato? Ne esiste un’altra che sia in tutto il mondo sinonimo di divertimento e contemporaneamente medaglia d’oro al valor civile? (Se c’è, non ditelo, o mi rovinate la domanda retorica.)

Il nostro attuale benessere rischia di sembrare scontato e stupido, se ci dimentichiamo cos’è successo nelle stagioni precedenti della serie «Rimini». Eppure è proprio quello che si tende a fare: possiamo essere orgogliosi di aver dato i natali a Fellini, di aver inventato l’industria del turismo e di aver brevettato la piada rucola e squacquerone.

Ma di essere sopravvissuti a una pioggia incrociata di bombe e di essere risorti come la fenice dalle macerie fumanti del ’44 non siamo abbastanza fieri. Non abbiamo un museo dedicato alla battaglia di cui il Riminese è stato il terreno e al sacrificio e alla resistenza civile dei suoi abitanti, che insegni ai giovani e ai riminesi nati lontano la tignosa e indistruttibile vitalità di questa città, non per schiacciare i ragazzi con l’esempio dei coriacei bisnonni, anzi, per stimolarli e incoraggiarli.

Perché anche loro, a Rimini come nel resto del mondo, stanno armandosi pacificamente per resistere alle bombe ecologiche che stanno distruggendo la grande casa di tutti, la Terra. Come i vecchi hanno bonificato questa terra dagli ordigni caduti dal cielo, i giovani dovranno provare disinnescare quelli ambientali, seminati dalle generazioni precedenti, che fanno del loro futuro un campo minato: inquinamento, cambiamento climatico, esaurimento delle risorse. Se ci riusciranno, altro che medaglia d’oro.

Lia Celi

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