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Rimini: Primo Ghirardelli. Il ricordo di Giorgio Giovagnoli. Lunedì i funerali

Di Primo voglio ricordare quello che mi rimase impresso nei primi giorni in cui lo conobbi.

Era l’inizio degli anni’60, gli anni in cui mi iscrissi alla Federazione Giovanile Comunista.

Anni coinvolgenti che hanno segnato la mia vita. Fu la rabbia che provai che mi trasformò in un militante comunista quando i fascisti, nel luglio del 1960, durante il governo Tambroni di cui erano alleati, permise al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante di tenere il loro Congresso a Genova, Medaglia d’oro della Resistenza. 

Genova e l’Italia si ribellarono e il Governo Tambroni fu costretto alle dimissioni. 

In via Soardi dove c’era la sede del PCI e dei Giovani Comunisti, presi la mia prima tessera. 

Fu Primo a consegnarmela.

Lo conoscevo già, ma non come militante della Federazione Giovanile Comunista. 

Lo incontravo ogni tanto al Bar Diana in via IV Novembre, dove con i miei amici di gioventù, lontani anni luce dalla politica, andavamo ogni tanto a giocare una goriziana a bigliardo.  

Il Bar Diana, allora, era frequentato da militanti della Giovane Italia, organizzazione di destra. 

Primo lo vedevo con loro. Potete immaginare la sorpresa e la gioia che provai allorché lo vidi nella sede del PCI. Non era uno di loro. Si conoscevano perché vivevano tutti nel quartiere della marina.

Iniziò da allora, insieme a lui e a tanti altri compagni, un lungo cammino di impegno e militanza politica fatto di momenti indimenticabili, di riunioni interminabili, di sigarette fumate a centinaia, notti in bianco e di fatica per allestire le Feste dell’Unità, di entusiasmi, di passione, di grandi speranze, ma anche di rabbia e di delusioni e a volte anche di dissidi e di confronti aspri.

Ma era tutto questo che cementava amicizia e rispetto che nel tempo non si sarebbero più dissolti.

Di Primo ricordo la voracità con la quale leggeva libri, fin da allora.  Aveva sempre un libro in mano. Ciò mi poneva in uno stato di soggezione quando mi confrontavo con lui, perché ero colpito dalle sue conoscenze politiche e culturali, ma anche dalla sua intelligenza e dallo spessore con il quale esponeva le sue considerazioni e riflessioni. Io riuscivo a mettere in piedi si e no qualche frase buttata là.  In quei primi tempi di militanza quando sentivo, nelle prime riunioni alle quali partecipavo, parlare di Democrazia pensavo si parlasse della Democrazia Cristiana. Potete immaginare quale fosse, allora, il mio livello politico.

Eppure di lì a poco Primo, una sera, al termine di una riunione mi disse che l’indomani sera avrei dovuto  tenere una “Riunione di caseggiato” in via Cà Torsani a Santa Aquilina. 

Credo fosse una riunione per il tesseramento. 

Pensai che fosse matto o mi prendesse in giro e che non fosse per nulla consapevole dei miei limiti e delle mie inesistenti esperienze in fatto di presiedere riunioni politiche. 

Inflessibile, com’era a volte, non batté ciglio e mi disse che ci dovevo andare e io a chiedergli che cosa avrei dovuto dire. E lui me lo disse. 

Ci andai in quel di via Cà Torsani, che prima di allora non sapevo neppure che esistesse, ma che vi assicuro fu difficilissimo trovare non solo la località, la via, ma anche la casa della riunione. 

Non credo proprio di aver apportato un significativo contributo politico ai compagni e alle compagne di via Ca’ Torsani.

Di Primo voglio ricordare la sua severità che a volte si mischiava anche a qualche venatura di autoritarismo. Ma glielo perdonavamo perché era cinque spanne sopra di noi. 

Però non fu mai arrogante e irriguardoso nei nostri confronti come capitava, a volte, da parte di alcuni dirigenti locali del PCI di allora.

Penso che l’isolamento che si era scelto, contenesse in sé la consapevolezza di terminare i suoi giorni in quella struttura protetta, e che questo lo abbia fatto vivere male e che forse fosse anche stanco di quella vita.

Spero di no e spero che siano stati tanti i compagni e gli amici che qualche volta siano andati a trovarlo e che lo abbiano aiutato ad allontanare da lui tristezze e amarezze.

Io ci sono andato poco. Avrei voluto andarci di più e di questo, ora che Primo se ne è andato per sempre, me ne rammarico. Ma ognuno di noi ha fardelli quotidiani da sollevare. 

Sono felice però di ricordarlo, per quell’ora che ho passato con lui insieme a Sandro Mengucci tempo fa, nella sua camera dove, lo giuro, abbiamo riso per tutto il tempo che siamo stati con lui. 

Che dirti caro Primo di questi giorni, in cui sembra che il sonno della ragione sia tornato a generare mostri!

Ogni tanto mi viene da dire, quando un amico o un compagno ai quali hai voluto bene non c’è più, che è “andato avanti”, come dicono gli alpini. Così va la vita Primo, che non ci consente di aspettarci.

Un abbraccio fraterno.

Giorgio

Intanto si informa che oggi pomeriggio, camera ardente all’obitorio. I funerali si svolgeranno lunedì prossimo alle 10, presso il ricovero Valloni.

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