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Rimini, seconda edizione della rassegna “Rifondazione di un lessico postpandemico”

Mercoledì 28 settembre – a Rimini – riprende per il secondo anno consecutivo la rassegna intitolata – Rifondazione di un lessico postpandemico. Si tratta di un ciclo di dieci incontri – uno al mese – a partire da settembre per arrivare fino al mese di giugno del 2023.

L’idea è nata dai fondatori della Libera Università del Rispetto  – Alberto Ramundo e Paolo Vachino -, i quali hanno avvertito l’urgenza e la necessità di contribuire a ri-fondare un nuovo lessico, in parte stravolto dall’evento mondiale che va sotto il nome di ‘pandemia’.

La forzata clausura nelle proprie abitazioni, il distanziamento pubblico, il divieto di assembramenti per timore di nuovi contagi e infezioni, l’uso prolungato della mascherina, la spaccatura tra guelfi e ghibellini pro e contro il vaccino, il persistente stato emergenziale, la didattica a distanza, hanno lasciato una traccia profonda sui corpi e sulle coscienze delle persone.

Si è quindi avvertito il bisogno di tornare alla presenza, quella rassicurante del dono di essere prossimi in uno stesso spazio fisico – e non virtuale. E così si è scelto un garage, che si affaccia sulla strada, fortemente trafficata, all’interno del quale – però – alle pareti ci sono molti libri; oltre a delle scomodissime sedie di plastica e una piccola stufetta elettrica, per temperare i rigori delle temperature invernali e l’umidità che si alza di sera dalle acque del fiume Marecchia.

Si è cercato e voluto un luogo scomodo per quelli che sono i normali criteri dell’opulenza occidentale. Un garage senza riscaldamento. Senza pensare che nel nord del Libano, i profughi siriani che dispongono di maggiori risorse economiche abitano i garages in muratura come fossero dei sontuosi loft di Manhattan, essendo l’alternativa i campi che anziché essere coltivati a patate vengono affittati dai proprietari libanesi per consentirne l’accampamento in tende di fortuna.

Molta umanità non possiede nemmeno una protezione muraria. Per questa ragione si è voluta creare a Rimini un’enclave di altro mondo in questo mondo. Si è scoperto che nei luoghi comodi – il pensiero si mantiene altrettanto comodo – e quindi non è in alcun modo in grado di onorare questa grande conquista dell’umano rispetto al resto della natura.

Chi è disposto a uscire di casa dopo cena, nel buio e nel freddo della sera, per sedersi insieme ad altre dieci persone in un garage freddo e scomodo, invaso dai rumori del transito costante delle autovetture, per tentare un dialogo rifondante un nuovo lessico, è sicuramente animato da una forte motivazione e da un grande desiderio di condivisione di uno spazio, per dare vita a una piccola comunità provvisoria di uomini e donne che continuano a credere che l’uso della parola sia in grado di impedire il sorgere della violenza e addirittura potente al punto di fare cessare quelle già in atto, si trattasse anche di guerra fra nazioni e popoli.

Dalle 20.30 alle 22.30 i partecipanti animano un dialogo che raramente si è trasformato in discussione e – soprattutto – mai in dibattito o in polemica. Quando la passione accende gli animi – gli interlocutori stringono stretto un filo bianco, in modo da tenerlo teso, come fosse il diametro di un cerchio, perché il dialogo ha la stessa natura del diametro: tocca i punti più distanti disposti su di una circonferenza. Così quando le persone in cerchio si scambiano i loro pensieri sulla vita e sul mondo, solo quelli che si trovano alla massima distanza stanno facendo esperienza profonda dell’energia e della forza del dialogo.

Agli incontri partecipano persone di venti come di settant’anni, uomini e donne, di tutte le più svariate professioni, fedi e i più consueti mestieri. E subito il luogo diventa un ambulatorio, un luogo di cura. Perché l’ambulatorio è quel luogo dove si giunge dopo avere (de)ambulato, avere camminato, essere usciti dalle nostre zone di conforto, dalle nostre tane domestiche, per praticare la più antica delle arti umane. L’incontro. Incontrare l’Altro è sempre accettare di andare anche contro, arricchendosi delle reciproche diversità.

I temi scelti quest’anno sono variegati e si spera intriganti: si comincia con Poesistere, cioè, affrontare un’esistenza intrisa di poesia; per poi passare a trasgressione, silenzio, preghiera, rivoluzione, tabù, ascolto, caos, pianto e per ultimo – gesto. Un modo come un altro di svernare. Lontano da riflettori, sponsor, propagande culturali e politiche, circuiti assorbiti e asserviti dal sistema clientelare. Senza alcun cipiglio di superiorità morale. Tutt’altro. Un luogo consapevole del disagio e della fragilità del mondo intero e dei suoi abitanti. Un luogo in cui per due ore non squillano i cellulari, non perché messi in modalità silenziosa ma perché anche loro si rendono conto che il loro trillo sarebbe sacrilego in questo luogo dove la sacralità è data proprio dalla semplicità di stare seduti nel sorriso a conversare insieme.

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