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Rimini, Turismo, Giuseppe Chicchi: quattro punti per lo sviluppo del settore

Nel mondo del turismo è in corso un’alacre attività per ottenere quanto più reddito possibile per le imprese e per il lavoro da un’estate 2020 difficile e breve. Forse, ancora una volta, nei momenti di crisi faremo meglio di altri. Comunque sarà dura, però emerge anche la consapevolezza che la crisi del Covid 19 può essere il momento per un riassetto e una modernizzazione del settore.

Il Ministro Franceschini ha lanciato un messaggio importante: mettere mano alla rete delle infrastrutture della mobilità (ferrovie ad alta velocità, autostrade, aeroporti, ecc.) per rendere l’Italia accessibile al turismo internazionale, in particolare per il sud. Tutto bene, soprattutto se riusciremo a operare con l’attenzione massima agli equilibri idrogeologici e paesaggistici. Ne deriverà un ammodernamento del “sistema Italia”. Il nostro entusiasmo dovrà misurarsi con il fatto che valori paesaggistici e storici del sud dell’Italia acquisteranno competitività e rappresenteranno per noi una sfida che si giocherà in particolare sulla qualità dei servizi turistici. Abbiamo qualche problema e sarebbe bene non ignorarlo. Ne cito solo alcuni.

 

Primo: 

Da tempo si chiede che il turismo sia trattato come un settore industriale. Già Bersani aveva inserito il Turismo nei Programmi di Innovazione Industriale (PI3), i cosiddetti “driver di sviluppo” (Legge 296, 2006, art. 58bis). Cosa vuole dire “industriale”? Vuol dire applicazione di tecnologia, efficienza ecologica, ricerca strategica, lavoro qualificato, ecc. Si può cominciare subito estendendo gli ecobonus alle strutture ricettive (un emendamento è stato presentato in sede di conversione del Decreto Aprile), come per i condomìni. Si avvierebbe così un primo ciclo di interventi per l’adeguamento sismico ed energetico, anche in funzione anticiclica verso settori come l’edilizia e l’artigianato di servizio. Con i fondi comunitari si potrebbe poi sostenere un rinnovamento delle tecnologie di produzione, anche grazie alle fiere specializzate che a Rimini sono cresciute.

 

Secondo

La struttura gestionale. Forse il 40% dei nostri alberghi è gestito in affitto, bassi investimenti, bassa redditività per l’impresa. Per il dopo Covid, si penserà qualcosa? Ricordo che nella Finanziaria 2007 il Ministro Rutelli pose concretamente il problema (art. 1, comma 1228) con un finanziamento di 48 milioni. La caduta del Governo Prodi rese impossibile l’utilizzo di quella risorsa. Lo strumento fiscale può incentivare la proprietà a cedere l’immobile al gestore consolidato, la disponibilità di mutui fondiari può spingere il gestore all’acquisto. Lo fece Fanfani nel ’48 con gli affittuari agricoli.

 

Terzo 

La questione della qualità del prodotto pone il problema di una nuova selezione delle imprese marginali, così come avvenne negli anni ’90. Negli anni successivi le scelte urbanistiche hanno frenato i cambi di destinazione d’uso degli immobili alberghieri “marginali”. Se la sfida del futuro è sulla qualità, chi non è strutturalmente in grado di produrla (perché non ha camere e spazi sufficienti, perché non ha parcheggi, ecc.), venga messo nelle condizioni di uscire dal mercato. Solo una visione “ideologica” del valore oggettivo dell’impresa, può immaginare un futuro per strutture marginali. Si riduce il carico di punta delle stagioni, si liberano spazi urbani e di mercato.

 

Quarto

Destagionalizzazione. A Rimini, negli ultimi trent’anni abbiamo capito come si fa, “ci siamo portati avanti”, ma occorre spingere ancora sull’acceleratore. La ricetta è semplice: arricchire il territorio di infrastrutture per produrre turismo tutto l’anno. Solo così imprese e lavoro troveranno stabilità. Un esempio su Rimini: la nuova piscina deve essere di 50 metri per fare turismo sportivo.

Attenzione quindi: le parole del Ministro Franceschini nascondono una sfida che riguarda l’impianto strutturale, il motore produttivo, del nostro turismo e coinvolge tutti gli attori in campo, pubblici o privati che siano. 

Giuseppe Chicchi

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