Rimini80. Viaggio nell’immaginario metropolitano della Rimini di Tondelli
26 Gennaio 2026 / Paolo Zaghini
“Rimini80. Viaggio nell’immaginario metropolitano della Rimini di Tondelli”, a cura di Fabio Bruschi, è molto più di una pubblicazione editoriale legata a una mostra. È un progetto culturale autonomo, consapevole, che sceglie deliberatamente una forma – quella della fanzine – per farsi linguaggio, metodo e dichiarazione di intenti. In un’epoca in cui la memoria degli anni Ottanta rischia spesso di ridursi a estetica nostalgica o a repertorio iconografico, “Rimini80” compie un’operazione opposta: restituisce complessità, conflitto, stratificazione.
La fanzine nasce in dialogo con l’omonima mostra documentaria allestita al Museo della Città di Rimini (chiusa l’11 gennaio), ma se ne distacca per natura e funzione. Non è un catalogo, non aspira all’esaustività né all’ordine cronologico. È, piuttosto, un’estensione narrativa e affettiva del progetto espositivo: un racconto corale che mette al centro le voci, i ricordi, le percezioni di chi quegli anni li ha vissuti, attraversati, costruiti.
La scelta della fanzine non è un vezzo grafico né un semplice omaggio formale alle autoproduzioni degli anni Ottanta. È una scelta politica e culturale. La fanzine, per definizione, è uno spazio libero, non mediato, collettivo, spesso imperfetto. È il luogo della presa di parola diretta, dell’urgenza espressiva, della circolazione orizzontale delle idee. Esattamente come lo erano, in quegli anni, i luoghi, i linguaggi e le pratiche culturali che “Rimini80” racconta.
Il percorso espositivo della mostra, curata anche questa da Fabio Bruschi ed allestita da Maurizio Castelvetro, presentava numerosissimi materiali inediti che restituivano la vivacità di quegli anni: il servizio fotografico di Oliviero Toscani al Grand Hotel (1982), l’audio originale della prima presentazione di “Rimini” a Correggio di Pier Vittorio Tondelli (1985), le parate del Teatro Valdoca (1980), i flyer new wave di Castelvetro, Sirotti, Garattoni e Tonti, le fotografie di Stefano Ferroni dell’estate culturale riminese (1980), i concerti rock, la serie fotografica “Sacchi a pelo” di Minghini, Paritani e Foto Riccione, le immagini storiche della visita di Enrico Berlinguer alla Galleria dell’Immagine (1980) e di Palmiro Togliatti che inaugura a Viserba la Sala Sirenetta (1957), lo stesso luogo che una generazione dopo diventerà lo Slego, cuore pulsante della nightlife riminese.

Tutti questi materiali confluiscono nei ventisette contributi raccolti nella pubblicazione, costruiscono una polifonia di sguardi che evita qualsiasi forma di narrazione ufficiale o celebrativa. Non c’è una Rimini “mitica” da esibire, ma una città viva, contraddittoria, attraversata da tensioni creative e sociali. Le storie personali, gli episodi marginali, le atmosfere notturne, i luoghi di passaggio diventano materia narrativa e storica al tempo stesso. È in questo intreccio tra microstoria e immaginario collettivo che la fanzine trova la sua forza. Fra questi contributi vorrei citare quello di Luciano Nigro, “1980, Rimini in onda”, un racconto storico autobiografico di quegli incredibili anni.
Al centro del racconto c’è la Rimini degli anni Ottanta come laboratorio aperto: una città che smette di essere soltanto palcoscenico balneare e si scopre metropolitana, non tanto per dimensioni quanto per intensità culturale. Rimini è in quegli anni è uno dei fulcri di un sistema culturale che include tutta la Romagna e arriva fino a Bologna e Reggio Emilia. Per gli amanti della notte nasce la “Blue Line”, un servizio di trasporto notturno che collega tutte le località della riviera, da Igea Marina a Riccione, e permette di raggiungere le grandi discoteche di tendenza (Paradiso, Bandiera Gialla, Baia Imperiale…). È la Rimini che Pier Vittorio Tondelli ha saputo raccontare e intuire prima di molti altri, trasformandola in simbolo di una nuova Italia, sospesa tra provincia e cosmopolitismo, tra consumo e desiderio, tra identità locali e orizzonti globali.
La fanzine restituisce con efficacia questo passaggio cruciale: da “Rimini come Hollywood” a “Rimini come Rimini”. Non più imitazione di modelli esterni, ma produzione autonoma di immaginari. In questo senso, musica, teatro, arte, politica, nightlife e controculture non sono raccontati come compartimenti separati, ma come parti di un unico ecosistema culturale. Lo Slego, i festival teatrali, i concerti, i flyer, le occupazioni simboliche degli spazi urbani diventano segni di una stessa tensione: quella di vivere la cultura come esperienza collettiva e trasformativa.
Uno degli aspetti più riusciti della fanzine è la capacità di restituire la dissoluzione dei confini tra “alto” e “popolare”, così come auspicato da Renato Nicolini e praticato quotidianamente da una generazione che ha fatto dei consumi culturali un linguaggio identitario. In “Rimini80” la musica new wave convive con il teatro di ricerca, la politica con la festa, la fotografia con la parola scritta. Tutto concorre a definire un immaginario che non si lascia ridurre a categoria.
Dal punto di vista editoriale e grafico, il progetto di Maurizio Castelvetro rafforza ulteriormente questa impostazione. L’impaginazione e la scelta visiva non cercano l’eleganza patinata, ma una coerenza con lo spirito dell’epoca raccontata: diretto, stratificato, talvolta spigoloso. La fanzine si presenta come un oggetto da maneggiare, da attraversare, più che da contemplare. Un oggetto che invita alla lettura non lineare, alla deriva, al ritorno.
Fondamentale è il lavoro di cura svolto da Fabio Bruschi, che riesce a tenere insieme una pluralità di voci senza normalizzarle. La sua presenza non è quella di un curatore che ordina e gerarchizza, ma di un regista discreto che costruisce uno spazio di possibilità. In questo senso, “Rimini80” non è solo un’operazione di memoria, ma anche un atto di responsabilità culturale: riconoscere che la storia di una città non si scrive solo attraverso gli eventi ufficiali, ma anche – e soprattutto – attraverso le esperienze vissute, le pratiche informali, le comunità temporanee.
La fanzine parla esplicitamente a più generazioni: a chi quegli anni li ha vissuti e può ritrovarvi frammenti della propria storia personale, ma anche a chi li ha ereditati come mito o racconto mediato. Per questi ultimi, “Rimini80” rappresenta uno strumento prezioso per comprendere come un territorio possa diventare centro culturale senza rinunciare alla propria marginalità, trasformandola anzi in risorsa creativa.
In definitiva, “Rimini80” è un progetto che riesce a evitare la trappola della nostalgia e a trasformare la memoria in materia attiva. È una fanzine che non si limita a ricordare, ma interroga il presente: che cosa significa oggi pensare la città come spazio di sperimentazione? Quale ruolo può avere la cultura nel ridefinire identità, relazioni, immaginari?
Come la mostra da cui nasce, “Rimini80” dimostra che gli anni Ottanta riminesi non sono un capitolo chiuso, ma una luce ancora capace di illuminare il nostro modo di pensare la cultura come pratica condivisa, attraversamento dei confini, costruzione collettiva di senso.
Paolo Zaghini