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Ristori e autocertificazioni? Nel Medioevo c’erano già e meglio di oggi

La mia sarà di sicuro deformazione professionale, frutto di una vita trascorsa a sondare gli archivi e i documenti del passato. Fatto sta che, quando un evento contemporaneo stuzzica il mio interesse, spontaneamente mi viene la tentazione di rapportarlo a situazioni simili del passato. Figuriamoci se la pandemia di oggi non richiamava in me analoghe vicissitudini di secoli ormai lontani.

Le situazioni e le vicende da confrontare, sarebbero tante. Per iniziare mi limito a due aspetti. Il primo costituisce poco più che una nota di colore. Nei giorni di mobilità limitata e controllata dobbiamo esibire un documento che giustifichi le nostre uscite e attesti di non essere colpiti dal virus. L’ormai celeberrima autocertificazione di cui tutti dobbiamo munirci. Immancabilmente viene alla memoria la cosiddetta “Fede di sanità” che doveva accompagnare i viaggiatori del passato.

Rilasciata dalle autorità comunali, faceva fede che il portatore del documento provenisse da una città non colpita dalla peste. Sotto la data di emissione, veniva indicato il nome dell’interessato e, mancando allora carte d’identità o certificazioni analoghe, erano segnalati alcuni suoi tratti distintivi: l’età, la statura, il colore dei capelli ed eventuali segni particolari. Ciò per evitare scambi di persona e manovre arbitrarie. Gia allora, un modulo pre-stampato che bastava solo riempire con i dati personali.

Una fede di sanita pre-stampata del Comune di Rimini

Più rilevante è l’aspetto che riguarda la forzata sospensione delle attività economiche: alberghi, ristoranti, negozi ed aziende varie che, pur non potendo lavorare, sono però tenute a pagare l’affitto dei locali occupati. In questo caso si consuma una palese ingiustizia, premiando la rendita (i proprietari degli immobili, che continuano a riscuotere) e penalizzando il profitto (le diverse attività che devono arrestarsi). Per equità, non dovrebbe sostenere anche la rendita una parte del disagio? Eppure non se ne parla affatto; al massimo si chiede un sostegno dal bilancio pubblico. Forse sarebbe opportuna l’approvazione di una legge che sospenda (o almeno riduca) i canoni di affitto durante i tempi forzati di inattività. Non si dovrebbero pretendere tipologie contrattuali che prevedono espressamente la sospensione degli affitti durante l’interruzione delle attività per forza maggiore? Sono argomenti di grossa portata che trovo colpevolmente assenti dalle preoccupazioni di politici, amministratori ed istituzioni economiche.

A questo proposito devo constatare che si era più previdenti e preparati nei secoli del Medioevo, allorché la contrattazione contemplava e regolamentava tali situazioni. È ben vero che allora la guerra e la peste erano fenomeni più ricorrenti di quanto non lo siano oggi; ciò non toglie che in linea di principio il problema risulti il medesimo.

A titolo dimostrativo riporto alcuni esempi contrattuali, fra i tanti disponibili:
– 1480. Il contratto di affitto dell’Albergo dell’Angelo (posto nell’odierna piazza Tre Martiri, ad angolo con l’attuale via IV Novembre), prevede: cum hoc pacto quod in casu quo esset guerra vel pestis, adeo quod non possit bene uti dicto hospitio, debeant defalcare de dicto naulo prout facient alii hospites (cioè, in caso di guerra o peste, tali da impedire il buon funzionamento dell’ospizio, il nolo va defalcato, così come fanno tutti gli altri osti);

– 1481. Il contratto di affitto dell’Osteria del Terzo (o albergo od ospizio che dir si voglia, posto sulla Flaminia all’altezza dell’odierna Miramare), con pagamento del canone in rate mensili, prevede: hoc pacto etiam quod ipse conductor, [tempore]quo duraret guerra vel pestis, adeo quod non posset uti dicto hospitio, non teneatur ad ratam dicti nauli seu affictus solvere (cioè, in caso di guerra o peste che non permetta il funzionamento dell’albergo, il conduttore non è tenuto a pagare le rate in questione);

Contratto del 14 maggio 1491

– 1491. Il contratto di affitto dell’Osteria del Terzo (o albergo, ovvero ospizio) ancora una volta prevede: cum hoc etiam pacto quod ipse conductor, tempore quo duraret vel duraverit aliqua guerra vel pestis, adeo quod non posset uti dicto hospitio et ipsum exercere, non teneatur ad ratam predictam dicti nauli seu affictus dicti hospitii solvere;

1493. Il contratto di affitto dell’Osteria dell’Angelo, prevede analogamente di ridurre l’onere dell’affitto in caso di guerra o peste.

Il medesimo criterio era in vigore riguardo i canoni dovuti alle casse comunali per i dazi che i cittadini acquistavano per garantirsi la gestione di varie attività economiche. Ad esempio un atto del 1488 stabilisce che chi ha acquistato il dazio delle beccherie ed il connesso diritto di gestire in esclusiva la vendita delle carni, possa sospendere il pagamento delle rate in caso di peste.

Analogo criterio si applicava perfino al dazio del postribolo. Con atto del 1464, Sigismondo Pandolfo Malatesta accorda una riduzione del canone al tenutario del bordello, causa la guerra, l’epidemia scoppiata in città ed altri accidenti che avevano ridotto le frequenze nel suo locale.

Oreste Delucca

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