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Rivedere Il Casanova di Fellini 40 anni dopo

Le celebrazioni felliniane di quest’anno a Rimini si incentrano su uno dei film più controversi del regista riminese. È Il Casanova di Federico Fellini, uscito esattamente 40 anni fa.

Tre anni di lavorazione fra molte vicissitudini, non fu uno dei maggiori successi di Fellini, anzi: critiche poco benevole e avaro il botteghino. Ciò non di meno, ottenne un Oscar, anche se “minore”.

È diventato difficile, ormai, parlare di Giacomo Casanova senza cadere in uno stereotipo comune: confondere, cioè, l’uomo col personaggio: non realizzare come Casanova, a differenza di Don Giovanni o di altri libertini del nostro immaginario, sia stato un uomo reale, storico, e non un personaggio di qualche commedia, film o romanzo.

Fellini aveva ben presente, però, questa premessa di fondo. E come solo i grandi sanno fare, ha saputo giocarci senza che il pubblico se ne accorgesse più di tanto: partendo dall’Historie da ma vie, ha liberamente creato una sua creatura cinematografica che ora è l’uomo, ora l’autobiografo, ora il personaggio letterario – aspetti molto distanti fra loro, più di quanto siamo abituati a pensare.

Un Casanova che è allo stesso tempo fedele ed altro rispetto all’uomo. Un personaggio, potremmo dire, del suo stesso personaggio: ovvero di quella fama che, in vita, l’ha sempre preceduto e compromesso, e che Fellini ha reso magistralmente nella sua opera. Un vero e proprio parto dell’immaginazione, che il regista ha voluto sciogliere sin dal titolo: non “Giacomo Casanova” o “Il Casanova”, ma Il Casanova di Federico Fellini, e di nessun altro.

Muoversi nei meandri di opere voluminose come Historie da ma vie porta con sé il rischio di perdere gli spettatori a metà strada, per farlo occorre quindi adottare un ben preciso metodo: Fellini sceglie ragionevolmente quello di un itinerario tematico: il cosmopolitismo del Settecento con il suo plurilinguismo; le sue conquiste amorose; le corti europee e quelle italiane; il microcosmo di Venezia, croce e delizia del nostro avventuriero; i suoi innumerevoli interessi: la letteratura, la filosofia, la matematica, la cabala, l’alchimia…; la spiacevole abitudine, da parte dei vari regnanti, di non prendere mai troppo sul serio il nostro Casanova.

Fellini credeva molto in questo film, sin da subito. Ne è testimonianza la scelta del protagonista, che fu Donald Sutherland solo dopo una lunga ricerca. L’attore, nella mente del regista, doveva essere letteralmente a immagine e somiglianza del veneziano: il viso è stato infatti ricostruito per intero, per farlo assomigliare il più possibile al famoso ritratto del vero Casanova – immagine che torna alla fine del film: un disegno del suo profilo fatto a matita, eseguito dal fratello Francesco, che rimane sicuramente il ritratto più attendibile di Giacomo.

Fellini disse a proposito della sua scelta:
«Ho scelto per interpretarlo Donald Sutherland, un attore dalla faccia cancellata, vaga, acquatica, che fa venire in mente Venezia. Con quegli occhi celestini da neonato, Sutherland esprime bene l’idea di un Casanova incapace di riconoscere il valore delle cose e che esiste soltanto nelle immagini di sé riflesse nelle varie circostanze».

L’accurata fattura dei costumi d’epoca, che valsero il Premio Oscar a Danilo Donati, stride con le ricostruzioni degli ambienti, che sono vistosamente e volutamente artificiali. Si può riconoscere con facilità la presenza di fondali dipinti e perfino l’uso della plastica, come quando vengono ricreati ambienti marini e tempeste. Il film è stato totalmente girato, infatti, all’interno del teatro di posa numero 5 di Cinecittà. Un’operazione diametralmente opposta a quella del coevo Barry Lyndon di Kubrick, che fu invece interamente girato o all’aperto o, addirittura, in interni illuminati solo da veri candelabri. Se Kubrick decise di dilatare il Settecento in scene vastissime, Fellini ha invece voluto comprimerlo in ambienti piccoli, in un’atmosfera talmente densa che persino la plastica diventa la plastica dei sogni.

Un’attenzione particolare che non a caso lo rende uno degli assoluti capolavori del riminese, forse secondo solo ad . Un’opera che fa storia a sé, all’interno della sua filmografia. Forse, paradossalmente, la meno felliniana in assoluto: così unitaria, compatta, omogenea. Non che manchi la solita genialità, le invenzioni figurative, la dimensione visionaria ed onirica… tutt’altro. Rispetto ad altri film potremmo dire, però, che Il Casanova goda maggiormente di vita propria, al di là del suo stesso artefice.Un personaggio che prende vita nella sua irriducibile unicità, che Fellini rende brillantemente, in modo quasi psicanalitico, con quella che fu la vera e propria ossessione di Giacomo Casanova: primo motore che lo portò a rivolgersi ai grandi d’Europa ripetendo sempre, in fin dei conti, questo suo pensiero fisso:
«Il mio amor proprio resterebbe ferito qualora sua Altezza non mi distinguesse dalla massa.»

Edoardo Bassetti

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