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Rivoluzione verde: se il fisco non cambia il conto lo pagheranno i nostri figli

Da ogni parte, da Biden a Draghi a Macron, si levano dichiarazioni a favore della svolta ecologica nelle attività umane. Il Recovery italiano impegnerà cifre imponenti nella conversione energetica e produttiva con il consenso di un vasto schieramento politico e sociale, compresa Confindustria e Sindacati.

E’ esattamente a questo punto che occorre porsi alcune domande.
Come mai l’America di Trump, quella dell’uso illimitato di energia fossile, diventa improvvisamente “green” nei programmi enunciati da Biden?

Come mai i Verdi “liberali” tedeschi sono dati come possibili vincitori delle prossime elezioni politiche in un paese altamente industriale ?

E’ una svolta politico-ideologica o c’è una “talpa” che scava e crea in profondità processi strutturali che sostengono la svolta ambientale?

E’ casuale che questo repentino cambiamento di politica industriale si manifesti a cavallo della drammatica epidemia mondiale?

Da tutto ciò ovviamente emerge il fatto positivo che ingenti risorse verranno impiegate per una riconversione delle produzioni in direzione degli accordi di Parigi sul clima. Ma ecco la domanda più importante: chi paga?

La combinazione fra pandemia e svolta ecologica ci dice che la riconversione industriale sarà finanziata alzando il debito pubblico degli stati e per quanto questo debito sia “buono”(per usare la definizione di Draghi) è sempre un debito che sarà pagato dai cittadini comuni, ribadendo l’antico principio capitalistico di “socializzare i costi e privatizzare i profitti”.

In pratica: i nostri figli pagheranno la riconversione “green”, mentre l’industria si terrà i profitti del nuovo ciclo produttivo!

Ecco perché questo generale indebitamento, se non sarà accompagnato da politiche fiscali equilibrate in senso verticale (fra i ceti) e orizzontale (fra gli Stati), rischierà di accentuare ulteriormente le diseguaglianze.

Per cogliere appieno grandezza e lucidità del capitalismo può essere utile, ancora una volta, ricorrere ad Antonio Gramsci ed al suo concetto di “rivoluzione passiva”. Espressione che, in altro senso, era stata coniata da Vincenzo Cuoco nel saggio del 1806 sulla fallita rivoluzione napoletana del 1799. Gramsci vede che le forze dominanti, di fronte a spinte rivoluzionarie (come la rivoluzione verde di oggi!), attraverso una rivoluzione passiva, avviano processi molecolari capaci di annullare la volontà di cambiamento, utilizzando a fini conservativi gli impulsi di innovazione sociale.

Nel corso del Novecento abbiamo già visto agire rivoluzioni passive, talvolta perdendo di vista i confini fra esse e il riformismo. Lo abbiamo visto con le politiche di piena occupazione dopo la crisi del ’29 per incrementare i consumi e ancora mettendo in valore la domanda di libertà del ’68 fino al “narcisismo di massa” degli anni Ottanta. A fronte di questo ulteriore ciclo capitalistico basato sul “green”, i riformismi di tutto il mondo dovranno ben distinguere le componenti di trasformazione da quelle di restaurazione, pena la loro definitiva sconfitta.

Giuseppe Chicchi

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