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Quando nella primavera del 2014 il Presidente del Consiglio ha presentato al Senato il testo del DDL (Disegno di Legge) costituzionale, ho accolto positivamente la notizia.

Le linee di indirizzo mi sembravano orientate ad un effettiva impronta migliorativa ed evolutiva dell’assetto costituzionale. E sinceramente, viste le difficoltà, le incongruenze, le incertezze che toccavo quotidianamente con mano nella mia esperienza assessorile in corso, tra la legislazione statale e quella regionale in tema di urbanistica, edilizia e demanio marittimo (l’ambito principale delle deleghe assegnatemi), nutrivo una concreta speranza che almeno il Titolo V della Parte Seconda della Costituzione venisse modificato per correggere le anomalie e gli errori emersi dall’applicazione della riforma del 2001. E che avevano determinato copiosi conflitti davanti la Corte Costituzionale per conflitti di attribuzione.

Poi, l’esigenza di modificare l’assetto del bicameralismo era generalmente condivisa da sempre. Come pure l’idea di superare il bicameralismo paritario lasciando alla sola Camera i poteri politici – in primo luogo il potere di dare la fiducia al governo e di revocarla . Parallelamente, l’attribuzione al Senato della rappresentanza delle autonomie territoriali (rectius Regioni) è sempre stato un obiettivo della sinistra riformista e quindi, a maggior ragione il mio sentimento, come credo quello di molti cittadini a prescindere dagli schieramenti, era rivolto ad un ottimismo speranzoso in quanto ampiamente giustificato.

Il mio ottimismo ha iniziato irreversibilmente ad incrinarsi, dopo la lettura di un articolo pubblicato su Libertà & Giustizia nell’ottobre dello scorso anno, dalla Dott.ssa Lorenza Carlassare, Professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova, che mi ha, come dire, svegliato dal “torpore”. E da lì le mie valutazioni negative nei confronti del DDL Renzi-Boschi hanno cominciato a sedimentarsi, a consolidarsi fino a farmi aderire all’appello dei 56 costituzionalisti “Perchè Siamo Preoccupati” e partecipare attivamente al “Comitato per il NO nel Referendum sulle modifiche della Costituzione” da loro costituito.

Seppur originato, come dicevo, da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle istituzioni, la proposta di riforma si è invece tradotta, per i contenuti, per le modalità del suo esame e della sua approvazione, per il combinato disposto con la legge elettorale Italicum, nonché per la personalizzazione che, purtroppo, ad essa è stata attribuita dal Presidente del Consiglio, in una potenziale fonte di disfunzioni del sistema istituzionale, dell’appannamento di alcuni criteri portanti dello spirito della Costituzione e, quello che mi preoccupa maggiormente, in una fonte di conflitto tra cittadini e forze politiche che sta assumendo toni non confortanti.

Cercherò di tratteggiare i punti di maggior frizione e contraddittorietà del DDL, con il rammarico di non poterli compensare, vista l’unitarietà del quesito, con quelli che invece potevano essere delle soluzioni positive inserite nella proposta (la restrizione del Governo di adottare decreti legge, la contestuale previsione di tempi certi per il voto alla Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico, l’eliminazione del CNEL, il giudizio preventivo di legittimità costituzionale per le leggi elettorali, pur con qualche riserva) se non si fosse, di contro, spostato l’assetto costituzionale verso uno sbilanciamento, spropositato e non compensato da poteri di controllo, dal potere legislativo a quello esecutivo, verso “il Governo del Capo”, del “Premier assoluto”.

Non sarò certamente esaustivo in quanto servirebbe lo spazio per un “trattatello di diritto costituzionale” per sviscerare tutte le ragioni del NO, ma in ogni caso le pubblicazioni di tabelle sinottiche che comparano gli argomenti dei due schieramenti si possono trovare ovunque per chi volesse addentrarsi nella materia.

Mi adopererò per illustrare cosa voglia dire:

a) modificare la Costituzione e in che modo ciò sia possibile

b) quali siano i temi, gli argomenti referendari

c) quali siano le semplificazioni di cui è preliminarmente necessario sgomberare definitivamente il campo affinché i luoghi comuni, gli slogan inopportuni e semplicistici (che per la verità appartengono, più o meno consapevolmente, ai due schieramenti) che purtroppo hanno accompagnato e accompagnano, svilendolo, il dibattito che ha ad oggetto LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, non riducano il contraddittorio come se si trattasse di argomentare l’uscita di un “Decreto Milleproproghe” qualsiasi.

Anche se, ad onor del vero, la tecnica di redazione del DDL, purtroppo, in molte delle sue parti, assomiglia proprio all’assemblaggio di uno dei tanti prodotti della legislazione per decreto, della contingenza, della fretta e dell’approssimazione; tutti difetti, anomalie dell’attuale sistema e modo di legiferare stigmatizzati dai promotori e dai sostenitori del DDL Costituzionale per giustificarne, appunto, il superamento. ma che poi in modo totalmente contraddittorio con i proclami e gli intenti, hanno a loro volta riversato nella tecnica di redazione dello stesso DDL Costituzionale: il “nuovo “ art. 70 ne costituisce l’ esempio lampante, ma no solo quello e ci ritornerò in seguito.

La Costituzione rappresenta il valore più importante di un Paese democratico perché dà valore compiuto alle espressioni sovranità popolare, eguaglianza, laicità, tutela delle minoranze, sussidiarietà, autonomia, legalità, stato di diritto. Tali concetti rappresentano la tavola dei valori di una nazione, i criteri guida sia della costituzione “vivente”, “materiale”, che di quella scritta. Essa non è una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente “un prodotto politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere tra maggioranza e opposizione del momento.

Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta Costituzionale e quindi la sua efficacia. Certo, la possibilità di mutare la Costituzione consente doverosamente di evitare la fragilità politica conseguente ad una assoluta immutabilità giuridica delle norma costituzionali: garantisce il diritto di ogni generazione a decidere i propri destini: “valori da conservare, istituti da riformare”, sosteneva in ogni luogo Giuseppe Dossetti.

La Costituzione è espressione e frutto del potere costituente (originario e assoluto) che è teso all’instaurazione di nuovo ordine costituzionale; le leggi (e le modifiche) costituzionali sono invece frutto del potere costituito (derivato e limitato) e tendono ad adattare le norme alla evoluzione del costume e della realtà politica, sociale ed economica.

La distinzione tra potere costituente e potere costituito spiega perché il potere di revisione costituzionale, che è un potere costituito, incontra dei limiti. Lo stesso art. 138 non è modificabile ad ogni effetto o integralmente sopprimibile, giacché ciò che deve permanere è la rigidità della Costituzione. E già per questo alcuni costituzionalisti pongono in dubbio l’uso dell’art. 138 per una revisione disomogenea e di amplissima portata quale invece prevista dalla proposta Renzi-Boschi: 47 articoli su 139. E non è vero che essa non incide anche sulla prima parte della stessa carta, come vorrebbe invece farsi credere e come invece dimostrerò in seguito.

Insomma, un’altra Costituzione diversa da quella del 1948. Già qui è possibile rilevare la prima distonia: il potere di revisione è stato pensato per specifici emendamenti onde consentire ai cittadini eventualmente chiamati ad un giudizio come quello prossimo del 4 Dicembre, di esprimere consenso o dissenso a singole e puntuali proposte. Cosa che non è invece possibile visto il cumulo di questioni (nuovo Senato, procedimento legislativo, enti locali, ruoli di organi costituzionali, ecc.) proposte con il quesito referendario.

Questa è un’accusa che il popolo sovrano, nel momento in cui prova ad addentrarsi nella questione per farsi un’idea del voto da esprimere il 4 Dicembre, rivolge giustamente alla classe politica (tutta), rea di essere arrivata a questo punto di non ritorno. E’ estremamente complicato per gli stessi addetti ai lavori entrare nei meandri di questo “pastrocchio di revisione costituzionale“ , figuriamoci per l’italiano medio che prova, tenta di prefigurarsi una propria idea, una propria convinzione in merito.

La strategia della riforma è chiara, enunciata senza mezzi termini dal Presidente del Consiglio: “Gufi e conservatori votano no. Per cambiare basta un sì. Nell’esperienza di tutti, dire di no è più facile. Non richiede lo sforzo di essere costruttivi, né di assumersi responsabilità Da una parte ci siamo noi, il partito del cambiamento, dall’altra loro i difensori ella casta e gli italiani non avranno dubbi”.

Questo è il filo conduttore che sta accompagnando la propaganda dei sostenitori della riforma. In un referendum costituzionale, però, le cose sono diverse. Come accennato sopra, la Costituzione deve essere di tutti. Altrimenti non potrà essere strumento di unità, ma solo l’ennesima causa di divisione.

Ecco perché i Costituenti hanno previsto che le sue modifiche non potessero essere fatte da un solo partito e neppure dalla sola maggioranza parlamentare. Le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate dai 2/3 dei parlamentari e, se ciò non è possibile, rimesse alla decisione ultima dei cittadini. Dire no, in questo caso, è dire “Non potete farlo senza di me. Voglio decidere anch’io”.

Non si tratta di dire Sì o No ad un Governo e alle sue politiche. Un voto sulla Costituzione non è un voto su un Governo o, peggio ancora, su una persona. Perché mentre i Governi passano e il carisma dei leader prima o poi finisce, la Costituzione resta, a dare forma e continuità ad un sistema politico – sociale in continuo cambiamento. Se si trasforma il voto in un plebiscito, invece, si svaluta la Costituzione e si chiede ai cittadini un vero e proprio atto di fede. Dire no, in questo caso, è dire “Non forzate la mia mano”.

Il DDL costituzionale Renzi-Boschi è un testo di iniziativa governativa presentato nel Marzo del 2014 con la falsa legittimazione politica del documento congressuale di Renzi “Cambiare Verso” delle primarie del PD tenutesi l’8 Dicembre del 2013 (Il testo di Renzi nelle sue 18 pagine non contiene nessun passaggio con i termini “Senato, bicameralismo, autonomie, indennità” e solo in un caso isolato si fa cenno alla Costituzione e alla sua riforma). Questa è un prima e forte distonia con i principi del costituzionalismo moderno. “Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria……Quando l’ Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del Governo dovranno essere vuoti” . Sono parole di Piero Calamandrei, altro padre costituente.

Il Governo Renzi ha invece totalmente politicizzato, personalizzato la revisione costituzionale e continua, checché se ne dica, nonostante il timido pentimento con “la scolorina” presenziando massicciamente in prima persona (il Presidente del Consiglio nelle ultime settimane ha del tutto esautorato la Ministra Boschi) i media e distribuendo prebende elettorali certamente non destinate ad esaurirsi da qui al 4 Dicembre. In buona sostanza si sta giocando una partita tutta politica, in cui si coglie, purtroppo, l’uso congiunturale delle istituzioni appiattite alle esigenze del breve o brevissimo periodo.

È un referendum di natura oppositiva. Il referendum di cui parla l’art, 138 della Costituzione, ha carattere eventuale e facoltativo e si configura come un controllo esterno sulla deliberazione parlamentare, ragion per cui assume un valore oppositivo. La mancata previsione di un quorum si giustifica proprio perché i padri costituenti ne hanno costituzionalizzato la natura (oppositiva) e di garanzia per le minoranze ed esso è un loro sacro ed inviolabile diritto, non è una benevola concessione (ottriata si dice in gergo) del Governo Renzi, come le Costituzioni dell’800 in pieno clima di restaurazione, benevolmente elargite dal sovrano ai sudditi.

Il tentativo del Governo di far credere che il Referendum è una sua concessione in funzione confermativa è destituito di fondamento. Si vuol tal modo invertire il significato dell’istituto referendario: da strumento di sovrana decisione popolare, a mezzo attraverso cui il popolo è sollecitato a fornire la propria passiva adesione a quanto già deciso da altri.

Vedete, anche se viviamo in un contesto sociale, politico, economico retto da slogan, da semplificazioni, spesso da artificiose ricostruzioni della realtà “da dare d’intendere”, quando la semplificazione degenera in “banalizzazione” e l’oggetto è la Carta Costituzionale, la reazione a tale decadimento può essere “esplosiva” (nel senso metaforico, si intende) e tale da risvegliare anche le coscienze più tranquille che si ribellano e non ci stanno a questa mistificazione della realtà; questo è quello che sta avvenendo.

Non mi soffermo sul “mantra”, ormai passato in giudicato, della riduzione dei costi della politica di tale riforma. Lo dovrei stigmatizzare in dialetto romagnolo , “ l’è una c…..da”. Ed in ogni caso invito ad andarsi a leggere il documento del dipartimento della Ragioneria dello Stato del 28 Ottobre 2014 che certifica in 49 milioni di € annui la minor spesa complessiva determinata dalla revisione costituzionale (meno di 1/ 7 delle capacità di bilancio di previsione spese-entrate 2016 del Comune di Rimini, e non 500 come andava sovente a raccontare il Ministro Boschi, mentendo). Se la logica fosse quella del risparmio, perché non ridurre sia i senatori che i deputati, o eliminare integralmente il Senato e tutta la sua struttura burocratica che incide per 500 ML di € all’ anno ?

Altro slogan ripetuto dalla propaganda governativa e sul quale mi soffermo brevemente è quello che la Carta attende una riforma da 70 anni. Anche questo non è vero. La Costituzione italiana non è rimasta intonsa dal momento della sua entrata in vigore, il 1 Gennaio 1948. Il testo originario della Costituzione ha subito nel corso della storia diverse modifiche (16, di cui 9 negli ultimi 17 anni). In due occasioni si è fatto ricorso al referendum costituzionale: nel 2001 (“Modifiche al titolo V, parte seconda, Cost.”) approvando la riforma; nel 2006 ( “Modifiche alla parte seconda Cost.”), respingendo la riforma.

Gli appuntamenti referendari del 2006 e del 2016 hanno diversi punti in comune. In entrambi i casi si evita il più possibile di discutere nel merito della riforma ricorrendo alla retorica della “ultima occasione”, della “modernità” dell’ “instabilità politica e di governo” in caso di rigetto. E nuovamente il Governo ha il ruolo di promotore dell’iniziativa costituente, si assume la responsabilità politica della riforma e se ne intesta onori e sfortune, caricando il significato della posta in gioco a scapito del dibattito dell’autonomia parlamentare. Anche se, a onor del vero, i toni e l’esposizione mediatica di Renzi sono assai più “invadenti” di quelli di Berlusconi nel 2006 e, sinceramente, se il Cavaliere avesse esercitato le pressioni e presenziato le televisioni e i dibattiti, solo della metà di quanto sta facendo Renzi personalmente, il centro sinistra (PD in primis ) sarebbe “sceso sicuramente in piazza”, come si dice con “un linguaggio di verità” , caro ai “riformatori”, che magari hanno fatto solo politica nella loro vita.

Questi sono i maggiori luoghi comuni coniati in slogan che, come avete notato, sono facilmente attaccabili con “controdeduzioni” motivate e persino banali che, però, purtroppo non accompagnano una normale discussione avente ad oggetto le politiche di governo o una competizione elettorale, politica o amministrativa.

Stiamo parlando “delle regole del gioco”, della Costituzione del 1948 e a forza di banalizzare siamo arrivati alla politica dei tweet, alla Repubblica delle slide.
Un’ultima questione prima di entrare sinteticamente nel merito: non mi ha mai appassionato la questione della legittimazione di questo Parlamento a proporre la riforma, se non altro perché non ho mai sentito o letto “l’alzata di scudi” in fase di elaborazione del DDL da parte di nessuna forza politica (forse qualcuno ci sarà stato ma io colpevolmente non me ne sono accorto). Ho letto la sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014 e conosco il “principio della continuità amministrativa-politica delle istituzioni e degli organi costituzionali” in caso di vuoti normativi. Diciamo che lo ritengo interessante giuridicamente, ma non rilevante per taglio che ho conferito a questa esposizione.

Entrando nel merito dei contenuti del DDL Costituzionale, ritengo che le tre tematiche fondamentali possano essere queste:

1) Nuovo Senato

2) Procedimento Legislativo

3) Titolo V, Seconda Parte della Costituzione

Riforma del senato

Il nuovo Senato è stato definito un “ectoplasma”, un Senato dopolavoro, “un albergo ad con porte girevoli”. I 95 senatori con incarichi nelle istituzioni territoriali non dovranno dimettersi dalla loro funzione di consigliere regionale o di sindaco, ma continueranno a svolgerla part-time, con una serie di conseguenze sull’operatività di questi organi che, al contrario, richiedono un impegno a tempo pieno.

Si tratta di una scelta singolare osteggiata da molti Paesi. Ad esempio, in Francia con la l. n. 125/2014, si vieta il cumulo del mandato parlamentare con ogni carica esecutiva nel Governo regionale e locale.

La durata del mandato di senatore coinciderà con quella di consigliere regionale e di sindaco. Avremo, quindi, un Senato a formazione progressiva, soggetto a variazioni continue in ragione delle diverse scadenze degli organismi territoriali. Non è certamente indice di stabilità. Sindaci e Consiglieri regionali promossi Senatori par-time conserveranno la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, per le quali nessuno li ha eletti. La sovranità popolare non è questa.

Il caso del senatore Albertini di questa settimana, è emblematico di cosa voglia dire attribuire l’immunità Parlamentare ai Senatori-Sindaci-Consiglieri Regionali: e qui mi fermo.

La composizione del Senato sarà strettamente legata all’andamento delle elezioni regionali e comunali. I nuovi senatori saranno eletti su base partitica e, come tali, invece di rappresentare le istituzioni territoriali, saranno portatori di istanze politiche di parte. Tale impostazione segna una netta differenza rispetto al modello tedesco, spesso richiamato. I senatori tedeschi non sono, infatti, portatori di interessi politici di parte, rappresentano i Länder (stati federati), hanno vincolo di mandato e, quindi, l’obbligo di votare come deciso dal Land. Tutti i voti di un singolo Land devono, poi, essere concordi e non contrastanti tra di loro (i senatori votano, cioè, “per delegazione“). Allo stesso tempo è incomparabile la situazione italiana con quella americana. In buona sostanza sono tutte esperienze che o nascono da forme di stato a struttura federalista oppure a forme di governo presidenziali o che addirittura riassumo il presidenzialismo con il federalismo. Non hanno nulla a che vedere con la nostra forma di stato unitaria ad autonomie regionali con un governo che deve avere la fiducia del Parlamento.
Non mi soffermo sul caotico metodo di elezione né sull’incomprensibile inserimento dei 5 senatori di nomina presidenziale nella “camera alta”.

Procedimento Legislativo

Il testo originale dell’art. 70 della Costituzione così recita: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Il nuovo testo, al contrario, appare farraginoso, molto lungo (440 parole) , con continui rimandi ad altri articoli o a singoli commi di essi e risulta, alla fine, incomprensibile.

Il bicameralismo perfetto non scompare e la riforma non produrrà una reale semplificazione dei procedimenti legislativi: a) secondo autorevoli costituzionalisti i differenti possibili iter di formazione delle leggi saranno da 8 a 10 (oggi sono soltanto 2 ) con il rischio di continui contenziosi davanti ala Corte Costituzionale; b) la riforma non abolisce il ping pong tra i due rami del parlamento, anzi istituzionalizza i triplo passaggio Camera-Senato-Camera: sono ben 22 le categorie di norme che restano bicamerali, con procedure diverse a seconda della materia che trattano. Cosa accadrebbe se le Camere non si accordassero sul procedimento da seguire? E se una legge dovesse avere contenuti che richiedono di essere disciplinati con procedimenti diversi (per esempio, i decreti “omnibus” o i “milleproroghe”)? E cosa accadrebbe qualora non fossero rispettati i termini temporali previsti? Saranno i Presidenti di Camera e Senato a risolvere i (prevedibilmente numerosi) casi controversi, ma manca una norma che possa dirimere incertezze e conflitti tra di loro. Ciò che, al contrario, è certo, è l’incremento di ricorsi alla Corte costituzionale sulla divisione delle competenze tra le due Camere.

Andatevi a leggere una qualsivoglia comparazione tra la produzione legislativa italiana e quella di altri paesi e vedrete che non è un problema di numeri o di tempi (in Italia vi è piuttosto una bulimia di leggi e quando la politica “vuole” in 20 giorni le approva – Lodo Alfano, Jobs Act – ).

Cade così anche l’altro artificio retorico, quello del mito della governabilità: i fautori della riforma rivendicano l’esigenza assoluta della governabilità, sostenendo che  “il Parlamento blocca l’attività di Governo”; se non fosse che nella XVII legislatura, cioè quella on corso, l’82,1 % delle leggi approvate è di iniziativa governativa e in ben 52 casi sui DDL Governativi è stata posta la fiducia.

Titolo V: a proposito di autonomia

La riforma che istituisce il Senato rappresentativo delle istituzioni territoriali è la stessa che intervenendo sul Titolo V della Costituzione, stravolge i rapporti tra Stato e Regioni perfezionando una netta centralizzazione del potere. La riforma realizza infatti una netta inversione di tendenza rispetto alla riforma del Titolo V realizzata nel 2001, prevedendo una nuova ripartizione delle materie – di competenza, rispettivamente, dello Stato o delle Regioni ordinarie – e reintroducendo una clausola di supremazia statale. Si sconfessa, così, l’evoluzione storica, sociale, economica e politica degli ultimi decenni. Nulla cambia, invece, per le Regioni a Statuto speciale, che mantengono intatti i propri privilegi e la ragione è semplice: i loro rappresentanti avrebbero osteggiato la proposta di riforma e in Senato, come sapete, i numeri sono stringati.

Poteva essere l’occasione di porre rimedi all’esagerazione ed ai confitti natio dopo la riforma 2001, ed invece si è operata una drastica riduzione di quasi tutti i poteri regionali, contraddicendo le stesse originarie scelte costituzionali del 1948 e riducendo le Regioni ordinarie a poco più di grandi Province amministrative. In quasi ogni settore starà infatti al legislatore statale (e cioè alla Camera dei Deputati, spesso prigioniera degli interessi ministeriali) decidere l’area di autonomia delle Regioni, senza trovare precisi vincoli nella nuova disciplina costituzionale. Per di più questo vistoso ri-accentramento statale espone pure a rischio le caratteristiche di alcuni importanti diritti sociali (all’assistenza, alla sanità, al governo del territorio, ad esempio) finora realizzati essenzialmente tramite l’attività delle amministrazioni regionali e locali, che ora invece dipenderebbero dalle volontà dei rappresentanti ministeriali: sono i funzionari ministeriali, piuttosto che quelli regionali e comunali, coloro che possono meglio decidere dove e quali asili nido costruire?

Per di più questo riguarda le quindici Regioni ordinarie, mentre, come dicevo sopra, le cinque Regioni ad autonomia speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia) restano estranee a tutto ciò (perfino all’applicazione della innovativa clausola della legge di supremazia) e mantengono tutti i loro attuali poteri e privilegi, anzi accresciuti dall’incredibile nuova previsione che le future modificazioni dei loro ordinamenti sarà possibile solo d’intesa con la Regione o la Provincia interessata. In tal modo, senza alcuna discussione pubblica e contraddicendo quanto largamente auspicato sull’opportunità di avvicinare le diverse autonomie regionali, si accentuerebbero moltissimo le diseguaglianze fra i due tipi di Regioni (e fra le relative popolazioni).

Ed, infine, occorre anche dire che queste rilevanti innovazioni avvengono tramite una nuova disciplina sommaria e imprecisa, assai inadatta a norme costituzionali, che dovrebbero invece caratterizzarsi per comprensibilità e assoluta chiarezza. Basti qui ricordare che nella nuova riforma del Titolo V, da una parte si svuotano le competenze legislative regionali, raddoppiando le competenze esclusive statali anche in ambiti tipicamente locali (urbanistica, paesaggio, salute, politiche sociali, ecc., ecc.), dall’altra però si ripete una «clausola residuale» del 2001, secondo la quale spettano alla Regione tutte le competenze che non siano espressamente attribuite allo Stato, senza accompagnarla con elencazioni complete ed esaustive delle diverse materie. Di conseguenza paradossalmente dovrebbero spettare alle Regioni materie come l’industria, il commercio, l’agricoltura, l’artigianato, l’attività mineraria, ecc., ecc.

A una gravissima «dimenticanza» del genere si cercherà di porre evidentemente rimedio tramite un’intensa conflittualità dinanzi alla Corte costituzionale, chiamata ancora una volta a «tamponare» i gravi errori di coloro che riformano la Costituzione senza adeguata lucidità e capacità.

Da ultimo, occorre infine sfatare il mito secondo il quale la riforma, modificando soltanto la Parte seconda della Carta (sull’ordinamento della Repubblica), non intaccherebbe le garanzie contenute nella Parte prima (sui diritti e i doveri dei cittadini). In realtà, le due parti della Costituzione sono strettamente collegate, diritti e istituzioni sono inscindibili. Eguaglianza, diritti e istituzioni si legano inscindibilmente: da una parte, le politiche con le quali il Governo decide sui diritti nascono nelle istituzioni, e ne sono conformate; dall’altra, le istituzioni e le procedure contenute nella seconda parte della Costituzione sono funzionali alla realizzazione dei diritti contenuti nella prima.

Ciò significa che, se mutano le procedure e le istituzioni, muteranno anche le politiche e il livello di garanzia dei diritti. Quali leggi e politiche migliori possiamo aspettarci se il prossimo Parlamento sarà – come già quello attualmente in carica – indebolito dal sistema elettorale, ossequiente al capo, e succube dell’Esecutivo?

Vogliamo consegnare le decisioni sui diritti a una maggioranza artificiale e senza limiti?
In nome della stabilità e della governabilità, la riforma costituzionale e l’Italicum (inscindibilmente connesse visto anche il rinvio della deliberazione della Consulta di inizio mese) consegnano molte decisioni fondamentali ad una maggioranza artificiale, dominata dal leader del partito e sostenuta di fatto da meno di un terzo dei consensi elettorali.

Questa maggioranza potrebbe decidere da sola sui diritti fondamentali di libertà, sull’indipendenza della Magistratura, sulle regole dell’informazione, sui principi dell’etica pubblica, sulle prerogative del ceto politico, sulle leggi elettorali e perfino su ulteriori revisioni costituzionali. Il controllo dell’agenda parlamentare da parte del Governo e lo stravolgimento del sistema delle garanzie costituzionali, infine, indeboliscono i contropoteri che potrebbero opporsi al predominio di questa falsa maggioranza.

Decisioni su temi così essenziali non possono essere rimesse alla sola maggioranza di Governo, peraltro neppure realmente rappresentativa della maggioranza del Paese. Chi vuole istituzioni attente ai diritti e ai bisogni dei cittadini, capace di cogliere le esigenze del paese reale, una scuola pubblica di qualità, più tutele sul posto di lavoro, etc. deve volere anche un Parlamento rappresentativo, strumenti efficaci di partecipazione democratica e una legge elettorale che non metta bavagli artificiosi a una parte consistente del Paese reale. Deve volere che chi è chiamato a rappresentare gli interessi dei cittadini nelle istituzioni conti realmente nelle decisioni e non sia soltanto un’obbediente marionetta a cui il leader pro tempore impone le proprie decisioni a forza di voti di fiducia, maxi emendamenti, decreti  legge, voti a data certa…Con una Camera formata da deputati nominati dai capi-partito, con una maggioranza artificiale, con un Senato depotenziato e con modalità di elezione confuse e contraddittorie… come potrà ancora dirsi che “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1 della Costituzione)?

Conclusioni

Questa proposta di revisione costituzionale la ritengo “conservatrice”, perché non fa altro che costituzionalizzare quanto avviene da anni: il predominio dell’Esecutivo sul Parlamento. Da vent’anni, infatti, le Camere sono ridotte ad un ruolo marginale nel confronto politico e schiacciate dall’abuso della decretazione d’urgenza e dei maxi emendamenti, dall’uso continuo e strumentale della fiducia, dal contingentamento dei tempi di discussione. Il Parlamento come luogo di rappresentanza, di confronto e di mediazione di interessi reali è ridotto al regno della formalità procedurale (per di più strozzata e velocizzata).

Roberto Biagini

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