Bucalòn (chiacchierone, rimbambito) Questo sostantivo in tutta la Romagna è usato anche come aggettivo. Prevale il significato di “chi non sa tener un segreto”(Morri), ma in particolare nel Riminese si spinge ad indicare lo stupido oppure, con un filo di benevolenza, l’ingenuo. Il significato di “bucalòn” è ben definito dal Mattioli: "colui che ha la bocca soverchiamente larga" e vale sia nel senso fisionomico, sia nel senso metaforico di chi “non sa trattenere segreti”, sia per indicare lo stupido che resta troppo spesso a bocca aperta perché non capisce. Il boccale (“buchèl”), l’urceus dei latini, è uno dei più antichi strumenti di contenimento dei liquidi, vino in particolare, come si può vedere in tutti i nostri musei. Ha appunto una bocca ampia per facilitare il riempimento (e lo svuotamento). Tanto diffuso nelle dispense da diventare perfino un’unità di misura per la vendita al minuto di vino sfuso (litri 1,2) e tanto usato da attribuire al vino la definizione di “sugo del boccale”. L’ampiezza della bocca ha ispirato la trasposizione sull’essere umano della caratteristica principale di questo oggetto di uso comune: così come escono copiosamente l’acqua o il vino dal boccale, così le parole escono dal “bucalòn”. Infine la grande bocca spalancata del boccale,
E’ vo poca àqua te vein (vuole poca acqua nel vino) Frase diffusa in tutta la Romagna, notoriamente terra di vino e di bevitori. Ma di quale vino? La frase allude all’antica abitudine delle osterie di allungare il vino e alla immancabile protesta del bevitore di fronte ad un vino che ha perduto l’anima. Interrogato in proposito, l’oste di turno avrebbe accennato a motivi umanitari: l’elevato grado alcolico di quei vini primitivi avrebbe potuto danneggiare l’avventore, facendo correre il rischio di arresto per ubriachezza molesta. Nel dialetto di Romagna la protesta del bevitore diventa idiomatica, entra nel linguaggio per indicare fermezza di carattere, persona non incline a compromessi. Ma anche sempre pronta alla polemica, magari fino a tirare qualche schiaffone. Un profilo corrispondente all’immagine del romagnolo sanguigno e anarcoide. Nel sottotesto della frase vanno ben guardati i due sostantivi che la sostengono. Il vino come metafora di solidità, di carattere forte e di fermezza fisica e morale. Ma anche della piacevolezza che potremmo trovare nascosta nell’origine della parola “vino” o del nostro “vein”: secondo il Tommaseo sarebbe il sanscrito “vènas”(piacevole, gradevole) poi passato al latino “vinum”. L’acqua al contrario come fluidità, leggerezza, instabilità, mutevolezza. In altre frasi idiomatiche si affaccia anche qualcosa di insidioso
A stag cum e’ chen in césa (Sto come il cane in chiesa) In questa frase idiomatica il cane, cacciato dalla chiesa dove voleva seguire il padrone, è metafora di una condizione di malessere per l’essere umano. Può essere un malessere fisico: un dolore, una malattia, ecc., ma la nostra idiomatica si riferisce in prevalenza ad una condizione psicologica negativa, ad un disagio, ad un trovarsi fuori posto. Alla domanda: “Cum stet?” oppure: “Cum vàla?” (Come stai? Come va?), la risposta malinconica è appunto ispirata alla condizione dell’animale cacciato dalla chiesa. Va però detto che il Codice di Diritto Canonico non vieta la presenza di animali in chiesa, si affida al buon senso del Parroco e al comportamento dell’animale e del suo proprietario. In ambiente rurale si trova un’altra idiomatica di significato simile: “A stag cum e’ pess te pajer” (sto come il pesce nel pagliaio), sono a disagio, sono in difficoltà come il pesce che si trova nel luogo più asciutto che si possa immaginare, il pagliaio. Interessanti i due sostantivi: “chen” e “césa”, entrambi ricchi di significati indiretti. La chiesa come luogo della speranza, della fede, ma anche luogo simbolo del potere dello Stato Pontificio. Il cane, amico dell’uomo, spesso bizzarro,
Paganèl (paganello, ghiozzo) È il pesce povero per eccellenza, buona carne bianca ma assai spinosa, ottimo per il desueto brodo di pesce con passatelli. Il nome dialettale deriva evidentemente da “pagano” , con il diminutivo a segnalarne la ridotta dimensione. “Pagani” sono gli abitanti del “pagus” dei Romani, cioè il villaggio isolato, lontano dai fermenti dell’urbe. Il greco “pagos” (colle, collina) ci dice della collocazione orografica prevalente dei villaggi. Con l’avvento del Cristianesimo come religione di Stato, furono chiamati “pagani” gli idolatri perché spesso cercavano rifugio nei villaggi più remoti per mantenere le antiche tradizioni religiose. Ci avviciniamo così al nostro “paganel” che prenderebbe nome dalla leggenda della predicazione ai pesci di S. Antonio da Padova, in foce Marecchia nel 1200 circa. Ebbene, l’unico pesce che non volle ascoltare il Santo, fu proprio il ghiozzo che venne perciò definito “paganel”, piccolo pagano. Che questa leggenda sia attendibile o no, resta il fatto che il botanico e zoologo svedese Carl Linnaeus (1707-1778) attribuì il nome scientifico di Gobius Paganellus al nostro “paganel”. Un nome in lingua di Romagna ad un pesce che non abita solo il nostro Adriatico, ma è diffuso in tutto l’Atlantico nord–orientale, nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Possiamo perciò dire che