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Sanità in Romagna: no a Centri Chirurgici di serie A e di serie B

In questi ultimi mesi stiamo assistendo in Romagna a riorganizzazioni un po’ datate e non sempre comprensibili (e diremo le ragioni), rispetto a criteri di definizione di servizi sanitari – territoriali, pensati in rete e lo condividiamo, ma con caratteristiche funzionali che fanno sorgere molti dubbi sulla loro efficacia in termini di qualità e di capacità di saper rispondere alla richieste complesse dell’utenza, in un quadro organizzativo ragionevolmente efficiente.

Infatti se da una parte la creazione di Dipartimenti clinici per alcune discipline si concentrano sulla singola Provincia, a discapito della trasversalità delle rete, come nel caso delle quattro Cardiologie di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini, inserite in tre distinte organizzazioni Dipartimentali separate per Provincia, per quanto attiene alle Chirurgie della Romagna viene valorizzato il ruolo della rete romagnola, facendo però perdere di importanza e di autonomia decisionale alcune discipline specifiche che, per loro caratteristiche e numerosità hanno necessità di autonomia, sia pure pensate in reti collaborative (ci riferiamo alla chirurgia dello stomaco, colon-retto, mammella e chirurgia d’urgenza).

Stiamo assistendo infatti alla creazione di chirurgie “leader” e “leader di rete”, quali ad esempio Forlì per il tumore alla mammella, polmone, pancreas, esofago, fegato e vie biliari, Rimini per il tumore dello stomaco, rene e ovaio, Ravenna per il tumore del colon-retto, Cesena per la chirurgia d’urgenza.

Ad oggi la chirurgia non è più considerata una disciplina a sé stante, ma attività che rientra nell’ambito del percorso di cura del paziente, in un ottica di multiprofessionalità e multidisciplinarietà. La buona riuscita dell’intervento operatorio, se dipende sicuramente, e molto, dalla professionalità e qualità del chirurgo, di cui non si può fare a meno, coinvolge però nell’intero percorso (dalla diagnostica pre­operatoria, durante l’atto operatorio, al post-intervento) una serie di specialisti (professionalità infermieristiche, anestesisti, radiologi, cardiologi, rianimatori, anatomo­patologi, internisti e altri) i cui interventi, in specifiche circostanze possono condizionare di molto gli esiti e le complicanze dell’intervento stesso.

Riferendosi a Rimini, se prendiamo in considerazione la Chirurgia senologica di Santarcangelo (è situata presso l’Ospedale “Franchini”, ma è la Chirurgia di Rimini e Provincia), con oltre 400 interventi l’anno di chirurgia oncologica per Neoplasia della mammella e oltre 500 interventi di chirurgia ricostruttiva, troveremmo soluzione molto più adeguata l’istituzione di Unità di chirurgia complessa, che permette una autonomia gestionale del Reparto, risorse adeguate sia strutturali, di personale, sia di possibilità di implementare le conoscenze e i miglioramenti futuri in un terreno così delicato per la salute della donna.

Non dimentichiamo che il Reparto, inserito nel percorso di riconoscimento europeo tramite Eusoma (European Breast Cancer Specialists riconosciuta dal Parlamento Europeo con risoluzioni 2003 e 2006), ha recentemente validato una nuova metodica per il riconoscimento del linfonodi sentinella permettendo il risparmio di risorse e di viaggi inutili per le pazienti ed è la sede dello strumento per la radioterapia intraoperatoria. Questo riconoscimento di Unità Complessa non toglierebbe per nulla la possibilità che fra i tre centri chirurgici per il Carcinoma mammario venga scelto un centro di coordinamento che potrebbe avere come riferimento l’Ospedale “Pierantoni” di Forlì.

Per le Chirurgie di stomaco, rene, colon-retto, chirurgia d’urgenza con varie allocazioni di sede come lideraggio, riteniamo valgano gli stessi ragionamenti: ogni Ospedale cittadino (Rimini, Forlì, Cesena, Ravenna) necessita di Unità complesse per tali chirurgie per i numeri sufficientemente elevati e una complessità intrinseca nel ruolo di gestione dei pazienti, senza nulla togliere alla possibilità di una sede di coordinamento di Azienda come stabilito.

Per le altre chirurgie occorrono altri ragionamenti: bene concentrare in una unica sede la chirurgia dell’esofago (Forlì) e quella del pancreas e vie biliari. Va però considerato che a Rimini si è consolidata nel tempo l’attività di chirurgia e il percorso di presa in carico del paziente con tumore maligno del pancreas e del fegato-vie biliari, con il collegamento multidisciplinare con la Medicina interna e l’Oncologia per il trattamento post-operatorio.

Per quanto attiene alla chirurgia del tumore ovarico (aggiungeremmo anche di collo utero e endometrio) vi è il giusto riconoscimento della competenza, che i professionisti di Rimini si sono guadagnati nel tempo acquisendo tecniche avanzate e esperienza, senza che sia esplicitato cosa questo significhi sul piano funzionale e operativo: sarebbe meglio avere una Unità semplice all’interno del Reparto di Ostetricia e Ginecologia con una propria parziale indipendenza e riconoscimento di ruolo. Senza un riconoscimento istituzionale, experties oggi presenti un domani potrebbero non esserlo più. A questo proposito mettere a Cesena l’Hipec (per capire la chemioterapia intraoperatoria) utilizzata prevalentemente nella patologia ovarica, ci pone perplessità; meglio sarebbe per tale attività come sede Rimini.

Un ragionamento particolare merita la Chirurgia toracica: oggi esiste un felice coordinamento fra i tre Reparti di Forlì, Rimini e Ravenna, con una fusione delle casistiche, dei lavori scientifici, di un corretto rapporto con la sede universitaria di Bologna che comporta la possibilità di avere Specialisti in formazione presso il Reparto di Riccione. Allo stato attuale questa soluzione permette una normale funzione gestionale a Rimini (Riccione) e può essere così mantenuta, anche se nel lungo periodo una riorganizzazione operativa potrebbe essere presa in considerazione.

In conclusione, se da una parte appare apprezzabile il tentativo da parte della direzione strategica dell’ASL della Romagna di ridisegnare una progressiva organizzazione delle attività di chirurgia generale in una visione sistemica e sinergica fra le varie sedi erogative, sembra quanto mai inopportuno creare Centri Chirurgici di serie A e serie B, senza esplicitarne i criteri di ingresso (i numeri) e rischiando di lasciare indietro realtà già consolidate da tempo, con il rispetto assoluto degli standard. Preoccupa infatti la considerazione che il “leader” sia il centro in cui si faranno prioritariamente investimenti dedicati e innovativi. Non si può pensare di effettuare investimenti ad esempio solo nella chirurgia mammaria e di altri distretti corporei a Forlì, perchè Forlì ne è “leader”. Questo·penalizzerebbe in maniera importante donne e pazienti di altri territori, in cui i numeri dicono esattamente il contrario, e sicuramente donne e pazienti a Rimini.

Un discorso a parte merita il rapporto fra Università di Bologna e Ferrara e Ospedali della Romagna, argomento che suscita in noi apprezzamenti per i protocolli firmati già da tempo, ma anche preoccupazioni per i riflessi operativi che possono comportare: è l’argomento che analizzeremo in un nostro prossimo articolo.

Alberto Ravaioli

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