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Sanremare contro? Inutile come la paranoia per il coronavirus

Ci provo tutti gli anni, a sanremare contro. Ma poi mi ritrovo insieme a milioni di connazionali davanti allo schermo, per tutte e cinque le serate. Vabbè, diciamo per tre o quattro. Tendo a risparmiarmi la serata finale perché ormai le canzoni in gara mi escono dal naso, e in genere le mie preferite sono state già falciate dal televoto nelle prime due serate.

E chi ha voglia di aspettare fino all’una di notte per vedere quale canzone insignificante guadagnerà al suo interprete il trofeo-fermaporta consegnato dalle mani del sindaco di Sanremo? Il meglio è già passato dal martedì al venerdì, i giovani più originali, gli ospiti più interessanti, le gaffe più clamorose, le polemiche più roventi.

Gaffe e polemiche sono il sale di Sanremo, fin dalla sua prima edizione, e se il buon giorno si vede dal mattino, quella che si inaugura martedì prossimo potrebbe offrirne a carrettate. E’ un mese che scoppia un caso al giorno, a partire dall’affaire Rula Jebreal, la giornalista prima invitata a intervenire, poi invitata (larvatamente) a ritirarsi e infine ri-invitata con mille cautele e censure: sul palco dell’Ariston Jebreal non dovrà parlare di immigrazione ma solo di violenza di genere, argomento che, a differenza dei migranti, non dovrebbe essere divisivo, perfino Salvini condanna i mariti e gli ex maneschi.

Poi c’è stata la farsa del «passo indietro», l’uscita di Amadeus sulla massima virtù della fidanzata di Valentino Rossi, ossia quella di non mettersi in mostra (che poi boh, trattandosi di una modella mettersi in mostra dovrebbe essere esattamente il suo mestiere). Poi le critiche allo squadrone volante delle vallette, attrici, giornaliste e conduttrici di età assortite, ma soprattutto «belle, molto belle, bellissime», tanto per sottolineare lo specifico femminile richiesto a Sanremo, cioè quello strettamente ornamentale.

Infine l’anatema contro il rapper Junior Cally, autore in un recente passato di brani misogini – come se i tre quarti delle canzonette, sanremesi e no, fossero manifesti del politicamente corretto. Ed era solo l’antipasto di quello che, si spera, sarà un vero e proprio banchetto di figuracce, in cui alla goffaggine del cast e alla poca fantasia degli autori dei testi (se sono gli stessi degli anni scorsi, saremo in zona teatro dell’assurdo) si aggiungerà una nota degna di un film catastrofico: la paranoia per il coronavirus.

Vedremo i cantanti esibirsi con la mascherina protettiva? Si useranno per precauzione microfoni usa e getta o verranno sterilizzati fra un’esibizione e l’altra? Gli spettatori che tossiscono verranno prelevati da buttafuori in tuta bianca e messi in quarantena? E se scoprono un caso conclamato di coronavirus nell’Ariston e il teatro viene isolato con tutti coloro che vi si trovano?

Forse il misterioso morbo venuto dalla Cina è l’elemento di novità che ci voleva per rendere questo Sanremo il più emozionante degli ultimi anni. E la Rai non deve nemmeno pagargli il cachet.

Lia Celi

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