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Santarcangelo, Annalisa Teodorani Sindaca della Poesia: “Il dialetto non morirà”

Sarà una giornata importante quella di domani, martedì 10 settembre, per la poetessa santarcangiolese Annalisa Teodorani. Nell’ambito del Cantiere Poetico per Santarcangelo riceverà infatti la fascia di Sindaca della Città della Poesia, seguendo così le orme di Gianni Fucci.

Il programma della giornata prevede alle 21.30 al teatro Il Lavatoio la proiezione del video racconto di Marco Balzano “Le parole sono importanti”, cui questa edizione si ispira, e a seguire ci sarà la chiamata pubblica/lettura collettiva dal titolo “Nient’altro che parole”. In questa occasione i cittadini e la comunità di Santarcangelo sono chiamati a leggere le poesie di Annalisa Teodorani, che a sua volta legge le poesie di Gianni Fucci e al termine della lettura, la sindaca di Santarcangelo, Alice Parma, consegnerà alla poetessa la fascia di Sindaca della Città della Poesia. A intervallare il tutto, la musica di Andrea Atto Alessi.

Annalisa, cosa rappresenta per te questo incarico? «Sono ovviamente molto onorata e devo dire che avverto il senso di responsabilità che rappresenta – racconta – . Ricevo simbolicamente il testimone da Gianni che è stato l’ultimo baluardo del Circolo del giudizio e pur appartenendo a generazioni distanti, il nostro sentire è sempre stato molto vicino, perché la poesia non ha età. Da una parte questo passaggio significativo lo vivo con naturalezza, ma dall’altra ne percepisco tutta l’importanza e mi impegnerò a fare del mio meglio. Santarcangelo è speciale per inventarsi sempre qualcosa di nuovo e nel farlo vuole coinvolgere l’intera comunità».

Anche in questa occasione infatti si assiste a una chiamata pubblica. «Sì, come ogni anno il Cantiere poetico ci tiene a chiamare a raccolta i cittadini che a loro volta rispondono numerosi e questo significa che amano la loro storia e le loro tradizioni. Confido continui a essere così anche tra le nuove generazioni».

Com’è nata in te la voglia di scrivere in dialetto romagnolo? «Sicuramente l’ho sempre respirato nella mia famiglia, un ambiente dialettofono, come cultura e modo di vivere: rappresenta proprio il nostro patrimonio antropologico. Sono sempre stata molto curiosa sin da quando mi sono avvicinata alle poesie dei miei maestri. Non so dire quale sia stato il segreto che mi ha portato a scrivere in dialetto. Quando ho iniziato, ormai vent’anni fa, ero troppo impegnata a fare e a crearmi un’identità, poi crescendo me lo sono chiesta anch’io, ma credo sia un insieme di elementi che mi ha portata fin qui. Inoltre penso che non tutto possa essere spiegato. Dalla forma scritta sono passata nel tempo a dare voce ai miei versi in varie situazioni collettive e ci siamo trasformati nel tempo, siamo cresciuti insieme».

Cosa vedi nel futuro del dialetto? «Io penso sia sempre un discorso in divenire. È chiaro che venendo meno la civiltà contadina, si sta perdendo un bagaglio di espressioni e termini, oltre che la vita vissuta, ma non possiamo fare solo una considerazione nostalgica perché non penso che il dialetto sia destinato a morire. Per me è un organismo vivente destinato a mutare e a contaminarsi con altre lingue, altre esperienze e altre vite, ma sarà un percorso ancora molto lungo». E nel suo futuro quali progetti vedi invece? «Anch’io voglio continuare a contaminarmi con altre forme artistiche e a dialogare con diverse realtà per arricchirmi sempre di più».

Irene Gulminelli

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