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Se la cittadinanza va meritata quanti italiani potrebbero perderla?

«Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?» sbotta Renzo nei Promessi sposi quando don Abbondio gli enumera gli «impedimenti dirimenti» che si mettono di mezzo al suo matrimonio con Lucia: «error, condicio, votum, cognatio, crimen…». Ci saranno molti ragazzi, nati e cresciuti in Italia e culturalmente italiani, che leggendo a scuola questo passo del romanzone nazionale si identificheranno nell’incavolato Renzo. E vorrebbero inveire contro il latinorum con cui lo Stato ingarbuglia la questione della loro cittadinanza: ius soli, ius sanguinis, ius culturae, ius scholae.

Formule esoteriche che assomigliano agli incantesimi di Harry Potter: Expelliarmus! Riddikulus! Expecto Patronum! Con la differenza che quelle formule funzionavano subito, mentre tutti questi iura (plurale) sono solo cortine di fumo. Esprimere in una lingua morta un diritto destinato a gente viva è già ingiustizia, tanto più grottesca in quanto non si parla di diventare cittadini dell’Impero romano, ma dello Stato italiano, che cerca di scacciare il latino da più scuole superiori possibile in quanto inutile perdita di tempo, ma poi – sorpresa! – lo ricicla proprio quando si tratta di integrare i ragazzi che frequentano da anni quelle scuole.

Nessuno se ne fa più niente del latinorum, tranne i politici quando devono bisticciare su una questione che dovrebbe essere stata già risolta dalla logica e dal buon senso: chi è nato in Italia – o ha fatto un ciclo di scuole in Italia – è italiano, punto e basta. I sondaggi dicono che oltre il sessanta per cento degli italiani è d’accordo, e l’entità di questa maggioranza dice chiaramente che comprende anche gente che non vota a sinistra. Pure la Conferenza Episcopale si è pronunciata a favore.

Eppure gli osservatori ritengono che lo ius scholae non abbia nessuna possibilità di passare prima delle elezioni politiche del 2023. Per la Lega, o meglio, per Salvini (forse perché in cattivi rapporti sia con lo ius che con la schola), è un tema identitario, che significa più o meno: «se dico che sono d’accordo non sono più Salvini e gli elettori possono credere che all’improvviso io sia diventato una persona sensibile e intelligente».

Va bene agitare Vangelo e rosario nei comizi, ma dar retta ai vescovi quando chiedono più giustizia e integrazione no. «Vogliamo dare la cittadinanza alle baby-gang?» ha tuonato il Capitano, che spera così di recuperare una credibilità liquefatta dalle figuracce in campo internazionale (i viaggi-non-viaggi a Mosca, gli abboccamenti segreti con l’ambasciatore russo, il cazziatone del sindaco polacco al confine ucraino).

Accidenti, mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti non sono baby-gangster, molti hanno disertato la scuola e parlano idiomi incomprensibili, eppure ci tocca considerarli nostri connazionali. In generale, se la cittadinanza è un premio per la buona condotta, dovremmo depennare all’istante dall’anagrafe milioni di italiani.

Potrebbe essere una buona idea. Oltretutto si creerebbero nuovi spazi nei registri per ragazze e ragazzi che studiano, lavorano onestamente e parlano un italiano molto più corretto e fluente di parecchi onorevoli. E non è detto che non sappiano anche il latino meglio di loro.

Lia Celi

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