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Se parliamo dei tacchi delle mamme siamo davvero fuori dall’emergenza

Ne stiamo davvero uscendo. La prova più convincente non sta nei numeri giornalieri di contagiati, deceduti e ricoverati, in calo costante, né l’accesso degli over-50 alle prenotazioni del vaccino. È evidente che stiamo uscendo dalla pandemia perché sono ritornati tipici fenomeni psicometeorologici cittadini che erano scomparsi nel marzo di un anno fa: le tempeste in un bicchier d’acqua.

Pertanto è con vivo sollievo e col sorriso sulle labbra che commentiamo il caso del tacco vietato nell’istituto comprensivo Zavalloni di Riccione, e della protesta delle mamme contro il provvedimento che, in nome della sicurezza, le vuole tutte coi talloni rasoterra.

A quanto pare, il preside dello Zavalloni, Nicola Tontini, intende solo garantire la sicurezza all’interno dell’istituto ed evitare incidenti che coinvogerebbero l’assicurazione della scuola, ma le genitrici sono insorte rivendicando il loro diritto ad accedervi con le calzature che preferiscono.

Che bello, dopo un anno e mezzo, non dover discutere di tristi querelle scolastiche relative a mascherine, disinfettanti, banchi a rotelle ed effetti nefasti della didattica a distanza, ma dell’altezza dei tacchi delle mamme.

Quelle dello Zavalloni, per inciso, devono essere di una specie particolare. Avendo quattro figli, ho bazzicato per anni varie scuole riminesi, pubbliche e no, e in tanti anni di mamme con i tacchi ne avrò incrociate sì e no mezza dozzina. Prevalgono gli stivali, i tronchetti, gli anfibi, i mocassini, le ballerine, i sandali con o senza zeppa, le ciabattine e soprattutto le scarpe da tennis, in ogni stagione. Altezza media del tacco: tre centimetri – salvo il giorno del saggio di fine anno, in cui qualcuna tira fuori la scarpina elegante per fare bella figura.

Ma Riccione è diversa. Nella Perla verde, evidentemente, il look ha la sua importanza anche quando si vanno a prendere i figli a scuola, perché la norma introdotta dal preside ha provocato una vera alzata di scudi, o di tacchi. Una mamma ha fatto notare che fanno parte del suo abbigliamento da ufficio e non può cambiarsi le scarpe per portare o prelevare i bambini nell’atrio della scuola, un’altra si è chiesta chi stabilisce qual è l’altezza che mette in pericolo l’incolumità.

In effetti la disinvoltura sui tacchi varia da persona a persona: Ginger Rogers sui tacchi 12 compiva evoluzioni acrobatiche, io vacillo anche sulle più innocue decolletée. Oltretutto non conta solo l’altezza del tacco ma anche la larghezza, lo stiletto è decisamente più pericolante di un tacco quadrato. E lo spessore della suola ha la sua importanza: il plateau rende più stabile anche un tacco vertiginoso – tutte cose che un preside, e un uomo in generale, non può capire.

Fra le mamme ribelli c’è perfino chi ha tirato in ballo il decreto Zan, come se proibire i tacchi fosse un gesto d’odio verso il genere femminile – quando, dal punto di vista ortopedico e della libertà di movimento, è vero l’esatto contrario. Ma se c’è una cosa che fin dalla notte dei tempi noi donne non sopportiamo sono le leggi che ci impediscono di vestirci e calzarci come vogliamo.

Le prime manifestazioni di protesta al femminile scoppiarono nella Roma del 215 a. C. contro la legge Oppia, che, nella grave crisi generata dalla seconda guerra punica, imponeva alle matrone la modestia nei vestiti e negli ornamenti.

Le romane invasero le strade e organizzarono un sit-in a oltranza nelle case dei tribuni della plebe finché non ottennero l’abrogazione della legge. Consigliamo al preside di trovare un compromesso, se non vuole trovarsi il salotto pieno di mamme su tacchi astronomici. Che poi, se inciampano nel tappeto e si fanno male, ci va di mezzo lui.

Lia Celi

(Immagine in apertura – designed by Freepik)

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