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Se questa è libertà

Xavier, Nevaeh, Amerie, Uziyah, Eva, Irma… Avevano bellissimi nomi e bellissimi volti le 22 vittime della strage di Uvalde, Texas. Diciannove bambini fra gli otto e i dieci anni, due maestre eroiche che hanno tentato di proteggerli dai colpi sparati da un ex alunno della loro scuola, penetrato nell’edificio brandendo un fucile d’assalto e lasciato libero di agire dalla polizia, inerte dietro una porta chiusa.

Il ventiduesimo caduto è il marito di una delle insegnanti, stroncato da un infarto sulla bara di sua moglie. Il killer aveva diciotto anni e si chiamava Salvador Ramos. Anche Salvador è un bel nome. È uno degli appellativi di Gesù, che secondo i cristiani ha salvato l’umanità morendo sulla croce – e Gesù amava i bambini. Anzi, fra tutti i profeti, filosofi e fondatori di religioni, è quello che li amava di più.

Ramos invece i bambini li odiava e non ha salvato nessuno, nemmeno se stesso. La beffa contenuta nel suo nome è amarissima, ma non atroce quanto le reazioni della politica e dell’opinione pubblica americana, sempre uguali ogni volta che un individuo armato, più o meno psicolabile, fanatico o incompreso, entra in un luogo pubblico e ammazza persone a caso.

Ci sono i familiari delle vittime che gridano «mai più», i politici che invocano senza troppa convinzione più restrizioni nella vendita di armi, quelli che chiedono con veemenza di venderne ancora di più alle potenziali vittime, e la Nra (National Rifle Association, la ricchissima organizzazione esentasse che promuove l’uso e la diffusione delle armi), che sostiene che possedere fucili d’assalto e girare con una pistola è un diritto costituzionale intoccabile di ogni americano a qualunque età, anche se ha la fedina penale sporca o gli manca una rotella. (Fra loro c’è addirittura chi afferma che le stragi sono organizzate dai loro avversari per screditare la Nra. Non a caso molti aderenti sono anche no-vax, suprematisti bianchi e nemici della scuola che non insegna più le buone vecchie tradizioni americane).

È uno psicodramma che noi europei non siamo in grado di capire. In compenso si direbbe che gli americani non siano in grado di capire i numeri. Secondo il Gun Violence Archive, negli Usa dall’inizio del 2022 le stragi (omicidi con più di quattro vittime escluso il killer) sono state 212. Nel 2021, 693. Nel 2020, 611. Dal 2018 ci sono stati 119 massacri nelle scuole. Uno studio di Everytown, un’agenzia per la riduzione della violenza dovuta alle armi, rileva che il 61% «mass shooting» avviene nelle case private e il 39% in luoghi pubblici e una vittima su quattro è un bambino.

La soluzione proposta dalla Nra e dei politici, sia democratici che repubblicani, che la appoggiano (e ne sono finanziati) è armare tutti ovunque, in famiglia, a scuola, nei supermercati, allo stadio e al cinema. I sostenitori di maggiori controlli non hanno il coraggio di alzare la voce. Anche Biden si limita a indignarsi, senza precisare esattamente contro chi: «non possiamo mettere fuori legge la tragedia,» ha dichiarato ieri, «ma dobbiamo rendere gli Usa più sicuri», parole che potrebbero sottoscrivere anche Trump, il leader della Nra e Rambo. Non si vedono imponenti manifestazioni di popolo per chiedere interventi concreti e immediati per la limitazione delle armi.

E allora noi, su questa sponda dell’Atlantico, non possiamo che allargare le braccia: evidentemente alla maggioranza degli americani le cose stanno bene così. Due stragi al giorno valgono bene il diritto di riempire indisturbati il carrello del supermercato di bazooka, fucili e pistole, e pazienza se domani verranno usati per uccidere altri bambini, altre maestre. Lì la chiamano «libertà.» Ma se questa è libertà, allora Salvador Ramos era un salvatore.

Lia Celi

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