HomeLia CeliSenza gli azzurri, il Mondiale è come uno spaghetto aglio olio e peperoncino senza aglio e peperoncino

Una débacle che allunga di altri quattro anni la latitanza italiana dopo la sconfitta ai rigori con la Bosnia


Senza gli azzurri, il Mondiale è come uno spaghetto aglio olio e peperoncino senza aglio e peperoncino


5 Aprile 2026 / Lia Celi

Nel giorno in cui si celebra Gesù risorto, forse rovinerò il clima di festa evocando una resurrezione di calibro infinitamente minore, che però non c’è stata, e chissà se e quando ci sarà. Mi riferisco alla débacle degli azzurri di Gattuso, che facendosi sconfiggere ai rigori dalla Bosnia martedì scorso hanno allungato di altri quattro anni la latitanza italiana al Mondiali.

Come tante connazionali, non seguo il calcio di serie A, tifo solo quando scende in campo la nazionale, e gran parte della mia vita è stata scandita dai quadriennali appuntamenti estivi dei Mondiali di calcio, che riempivano di adrenalina, pizze sul divano e urla scomposte alcune settimane fra giugno e luglio.

La partecipazione dell’Italia era talmente scontata che potevo pensare che la nostra nazionale fosse sempre ammessa di diritto, come il concorrente italiano all’Eurovision Song Contest – anche se poi a volte non arrivava nemmeno ai quarti. Ma sono dodici anni che gli azzurri non arrivano nemmeno alle eliminatorie, e i Mondiali li guardo ugualmente, perché, come alle Olimpiadi, si vede un sacco di bella gioventù e di bel gioco, e comunque anche un match Uzbekistan-Samoa spesso è più appassionante di qualunque programma offerto dal palinsesto estivo delle tivù generaliste.

Ma senza gli azzurri, il Mondiale è come uno spaghetto aglio olio e peperoncino senza aglio e peperoncino: se lo spaghetto e l’olio sono di buona qualità, tutto quel che hai è una decente pasta in bianco. Che ti sfama, ma non ti esalta. E quel che ci aspetta, in giugno, è la terza pasta in bianco di fila.

Dal punto di vista della dignità, forse è meglio così: è più onorevole una mancata qualificazione che un fortunoso ripescaggio ai danni di nazionali più umili ma più tignose e, alla fine, meritevoli. Quanto all’efficacia di questa ulteriore conferma di quanto stia messo male l’italico pallone, è lecito dubitarne: le magagne si sarebbero dovute già sanare dopo l’esclusione ai Mondiali del 2018, ma se quel primo choc non è bastato, e nemmeno il secondo nel 2022, è più facile immaginare che il terzo non sia nemmeno più sentito come uno choc, ma come un destino inevitabile.

Personalmente, fra le tante bocciature calcistiche che gli azzurri potevano subire, trovo questa più sopportabile. Il triplice scenario del Mondiale 2026, Usa-Messico-Canada, è particolarmente ostico, e non solo per via del fuso orario. Facendo tutte le corna possibili, la guerra in Medio Oriente potrebbe non essere finita e allungare la sua ombra sinistra fino ai campi di calcio al di là dell’Atlantico. E comunque, ora come ora, andare a giocare negli Stati Uniti di Donald Trump non è molto meno imbarazzante che farlo nell’Argentina del 1978, ai tempi del generale Videla.

Okay, in questa affermazione ci sarà anche un retrogusto di volpe e uva acerba, e una cosa è boicottare, un’altra essere sbattuti fuori. Eppure riesco a trovare una piccola consolazione nel fatto che i nostri calciatori non saranno i figuranti di una kermesse dai risvolti inevitabilmente Maga e trumpiani, in cui, a seconda di come gli gira all’Ice, un calciatore o un tifoso asiatico, africano o sudamericano potrà essere considerato un immigrato illegale.

Quanto al futuro riscatto degli azzurri, beh, per crederci ci vuole qualcosa di più forte della fede, se lo scenario resta quello che abbiamo visto dopo il martedì nero di Zenica. E se quel qualcosa di più forte ce l’abbiamo, forse è meglio spenderlo per credere ancora in qualcosa di più nobile, importante e davvero mondiale. La pace, per dirne una. Buona Pasqua a tutti.

 

Lia Celi