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Sergio Zavoli, che all’inizio scambiavo per un prete

Fra i mille ricordi che mi ha lasciato Sergio, ve ne sono alcuni assolutamente speciali.

Il primo risale al febbraio 1954. Non avevo ancora compiuto sei anni quando accadde un avvenimento che sorprese ed emozionò l’Italia intera: un sacerdote, Don Carlo Gnocchi, morendo aveva donato le cornee a due giovani non vedenti, il dodicenne Silvio Colagrande e la diciassettenne Amabile Battistello. Entrambi poterono così acquistare il dono della vista grazie ad un ardito intervento, mai eseguito prima, effettuato dal Prof. Cesare Galeazzi, che se ne assunse la responsabilità nonostante la legge italiana all’epoca lo vietasse e la Chiesa non si fosse ancora espressa a favore del trapianto di organi.

La TV aveva iniziato a trasmettere solo dal mese prima, cosicché la radio deteneva ancora il monopolio dell’informazione via etere, che con un alone di sacralità fuoriusciva dagli studi Rai di Via del Babbuino, essendo impensabile che un giornalista potesse costruire il suo servizio per strada, intervistando chiunque.
Una innovazione, questa, che invece “inventò” Sergio Zavoli, facendo di quell’evento l’occasione per dare voce allo stupore, alla riconoscenza e alla commozione delle persone comuni, comprese quelle che faticavano a parlare in italiano.

2002, Rimini: inaugurazione della Libreria Mondadori. Da sinistra, il sindaco Alberto Ravaioli, Sergio Zavoli, Nando Piccari, il Prefetto Umberto Calandrella

Poiché alla Grotta Rossa non tutti avevano la radio, mia mamma trasferiva il nostro apparecchio sulla finestra della cucina al piano terra, troppo piccola per accogliere i vicini che ogni giorno accorrevano ad ascoltare estasiati – più d’uno con le lacrime agli occhi – quella inconfondibile voce empatica, che quasi riusciva a “farti vedere” quanto ti stava raccontando.

Poiché molti commentavano “ma è un miracolo!”, nella mia fanciullesa tontolaggine non avevo affatto capito che Don Gnocchi fosse morto, ma ero convinto che Silvio e Amabile avessero ricevuto il dono della vista da un suo “miracolo”, proprio come quello dei Santi di cui avevo sentito più volte parlare; e che ora lo raccontasse lui stesso alla radio, con una voce che mi ricordava quella “microfonata” del predicatore arrivato alla Grotta Rossa a maggio, al seguito della Madonna Pellegrina.

Ricordo la risata di Sergio quando glielo raccontai, molti anni dopo: «Va bene “Socialista di Dio”, ma non fino a questo punto!».

La prima volta che ci parlammo fu nel 1972, al termine della seduta del Consiglio Comunale di Rimini che gli aveva conferito la cittadinanza onoraria. O meglio, fu lui a parlarmi, poiché io, emozionatissimo, riuscii a farfugliare poco più che un saluto.

Il Consigliere liberale e giornalista del Carlino “Cesco” Carasso, che con Zavoli era in confidenza, mi presentò a lui come il più giovane Consigliere fino ad allora eletto a Rimini (un “record” che mi avrebbe poi “strappato” Pietroneno Capitani, quando l’età del voto fu abbassata a 18 anni). Ricordo che Sergio, nel complimentarsi, mi diede pure un buffetto sul viso.

Nando Piccari e Sergio Zavoli nel 2009

Di lì in avanti abbiamo mantenuto per un decennio cordiali rapporti per lo più “istituzionali”, corroborati tuttavia dagli auguri scritti o telefonici per le festività, dal suo messaggio di felicitazioni quando nel 1979 fui eletto Segretario della Federazione Comunista Riminese e dal mio nel 1980, in occasione della sua nomina a Presidente della Rai.
Fino a che nel 1982 scoppiò “il caso” titolato da qualcuno “Il PCI contro Sergio Zavoli”, che a Rimini suscitò molta eco.

Uno scalcagnato periodico locale, La Provincia, gli aveva attribuito un’espressione di forte biasimo verso qualcosa – non ricordo quale – che aveva a che fare con il PCI riminese. Nonostante non fosse virgolettata, la redazione di Settepiù, il settimanale edito dal PCI, la prese per buona e replicò… sopra le righe.

A Silvano Cardellini non parve vero poter “inzuppare il pane” in quella diatriba per assumere le difese di Sergio, di cui si sentiva un po’ il figlioccio. Lo fece con un paio di quei suoi velenosi e brillanti corsivi sul Carlino, in cui non mancava pure l’ironia per un refuso comparso nell’articolo di Settepiù: “il Zavoli” anziché “lo Zavoli”.

Io, che non avevo preso affatto bene quel nostro autogol, gli scrissi una lettera di scuse, alla quale rispose con una cordiale telefonata, assicurandomi fra l’altro di non essersi espresso nei termini attribuitigli da La Provincia. Ne seguì una piacevole chiacchierata, conclusa con il mio “invito riparatorio”, da lui accolto, ad una iniziativa pubblica insieme al “mitico” Giancarlo Pajetta, che avremmo poi organizzato al Cinema Capitol e che segnò l’inizio di un percorso che di lì a poco sarebbe sfociato nell’amicizia.

2011, visita al Palacongressi prima dell’inaugurazione. Da destra, Lorenzo Cagnoni, Sergio Zavoli, Mauro Ioli, Nando Piccari, Nazario Pedini

Nel 1994 la Direzione del PCI accolse la nostra proposta di tenere a Rimini la “Festa Nazionale de l’Unità al Mare”, che si svolse poi a Miramare, alla Colonia Bolognese. Sergio, che si era offerto di favorire la dovuta attenzione della Rai verso l’evento, mi propose di incontrarci a Roma, nel suo ufficio in Viale Mazzini.

Arrivando lo trovai quel pomeriggio insolitamente rabbuiato, e ben presto me ne rivelò la ragione: era appena tornato da un “surriscaldato incontro” con Craxi.

Da giorni si sapeva che Raffaella Carrà, per lasciare la Rai e approdare a Canale 5, aveva ricevuto un’allettante offerta economica da Berlusconi, interessato al “vagone” di pubblicità che si sarebbe portata al seguito, più che alle sue doti artistiche. Ma il Presidente Zavoli e il Direttore Agnes, considerando il danno economico che ne avrebbe ricevuto l’azienda, avevano controproposto alla Carrà di restare alla Rai con un aumento dell’appannaggio, identico a quello offertole dal Cavaliere.

In quell’incontro Craxi tentò insistentemente si convincere Zavoli a lasciar perdere, accusandolo di volere altrimenti buttar via denaro pubblico per un puntiglio e prospettandogli la possibilità di assumere lui stesso un ruolo di assoluto rilievo nel panorama dell’informazione berlusconiana.

Allorché Craxi, ricevuto un perentorio rifiuto, gliene chiese ragione, la risposta di Sergio fu tagliente: «Credo sia perché quando da bambino giocavo a guardie e ladri, mi piaceva sempre fare la guardia» (l’ho virgolettato, perché l’ha ripetuto testualmente più volte, non solo a me).

Dal modo sprezzante con cui Craxi lo liquidò, capì che presto sarebbe arrivata la resa dei conti. «Ma io non mi faccio cacciare, mi dimetto prima», mi disse nell’accomiatarci.

Subito dopo mi recai a Botteghe Oscure, dove Berlinguer mi avrebbe poi dato conferma della sua venuta alla Festa del Mare, a tenervi il comizio finale (invece di lì a poco sarebbe avvenuta la sua tragica fine).

Chiacchierando con Tatò, non potei fare a meno di accennare all’incontro di Zavoli con Craxi. Immediatamente lui mi portò al piano di sopra, a ripetere il racconto a Minucci e Veltroni, responsabile e vice del Dipartimento Informazione. Iniziò praticamente in quel momento l’azione del PCI che, insieme alla DC, fece naufragare la pretesa socialista di defenestrare Sergio Zavoli.

12 agosto 2015, Trattoria Dalla Delinda. Da sinistra, William Raffaeli, Stefano Pivato, Sergio Zavoli, Paolo Zaghini, Nando Piccari

Ma c’è un ricordo che per dolcezza li supera tutti. Otto anni fa, per uno “scherzo del cuore”, mi ritrovai qualche tempo in coma. Al mio risveglio Sergio, che era rimasto a lungo fuori della rianimazione con familiari e amici, insistette per poter entrare un momento a farmi un saluto.

Frastornato com’ero ancora, sul momento non capii chi fosse quel tipo bardato… da astronauta che si stava avvicinando. Lo riconobbi dalla voce: «Se volevi fare lo scherzo di andartene prima di me, ti è andata male. Ma non si fa così…»

Nando Piccari

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