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Shakespeare secondo Mercadini oggi al Novelli di Rimini

Recitare poesie. Raccontare e raccontarsi attraverso questo strumento senza tempo. È quello che sta provando a fare Roberto Mercadini (classe ’78), da Cesena. Poeta, monologhista, narratore, da parecchi anni, porta in giro per i teatri d’Italia, spettacoli (è arrivato a più di 150), di narrazione e monologhi poetici. Mercadini affronta temi che spaziano dalla Bibbia  all’origine della filosofia, dall’evoluzionismo alla felicità. È socio-fondatore dell’Associazione Culturale Mikrà, con la quale porta in scena le sue rappresentazioni. Oggi alle ore 17,00, il poeta è al Teatro Novelli di Rimini, con il suo ‘Mercandini racconta i classici- La più strana delle meraviglie- Monologo da e su Shakespeare.’

Mercadini, quando ha scoperto la poesia?

«Ricordo che a 18 anni mi accorsi di stare leggendo, ormai da diverso tempo, quasi solo poesia. Questa era la forma di letteratura che più mi affascinava e mi emozionava. A 20 anni ho cominciato a scrivere anche io poesie. E ho iniziato, subito, anche a recitarle. Per me la poesia era qualcosa che si recitava ad alta voce, qualcosa che si eseguiva di fronte ad un pubblico. Mi stregava la voce di Carmelo Bene che leggeva Dante e Majakovskij».

E il monologo?

«I primi pezzetti monologati sono nati in quel periodo per introdurre le poesie. Ho sempre avuto la preoccupazione che gli ascoltatori non capissero cosa stavo dicendo. Per me è sempre stata una necessità: il pubblico deve capire. Quando non ho voglia di farmi capire da altri esseri umani, posso benissimo starmene a casa mia e scrivere cose che sono solo io posso decifrare.
Così avevo la necessità di spiegare le poesie. Ma, perché la spiegazione non fosse una interruzione dello spettacolo; perché fosse, viceversa, parte dello spettacolo stesso, doveva trattarsi di un breve monologo; cioè di qualcosa in grado di emozionare, far ridere e sorprendere il pubblico.’

E la narrazione invece?

«Il primo vero spettacolo di narrazione che ho scritto è del 2008, dunque di 10 anni fa. Si intitolava ‘Fuoco nero su fuoco bianco’ e l’argomento era un libro della Bibbia: quello di Giona. In 10 anni l’ho fatto in giro un po’ per tutta l’Italia. Anche in sedi importanti come il Teatro Verdi di Milano. E pensare che lo spettacolo aveva debuttato in una pizzeria. Ossia, la prima replica, l’avevo fatta in una pizzeria di Valverde di Cesenatico, si chiamava Blue’s Cafè, ed ora ha chiuso. Ogni tanto c’era uno spettacolo teatrale o un concerto. Dopo una certa ora, la proprietaria chiudeva la cucina e spostava i tavoli, si allineavano le sedie a formare una piccola platea, si spegnevano le luci, si accendevano due faretti fissati alle pareti e si faceva cultura. Devo molto a quel luogo!’

Si sente più poeta, monologhista o narratore?

‘Le attività di monologhista e di narratore sono ormai diventate per me indistinguibili. Non sono capace di raccontare una storia senza commentarla e fare riflessioni da monologhista. E, di contro, non sono capace di sviluppare una riflessione senza introdurvi elementi narrativi. Diciamo che mi sento molto monologhista/narratore, che ormai, a 40 anni, a forza di lavorare con ritmi serrati, ha racimolato una qualche esperienza, mentre la poesia mi sembra, con il passare del tempo, qualcosa di sempre più vasto e misterioso.’

Lei è un socio fondatore dell’Associazione Culturale Mikrà: quando è nata? 

«L’Associazione Mikrà è nata nel 2015. Si occupa principalmente di organizzare eventi teatrali, rassegne di poesia o di teatro e festival letterari. Lo scopo è quello di sfruttare la mia notorietà locale, il grande affetto con cui tante persone mi seguono in Romagna, per fare conoscere opere e artisti che meritano di avere pubblico. In questo obiettivo può rientrare, per esempio, una ciclo di incontri come le Gatteo Lectures, in cui ho spiegato e letto un poeta difficile come Ezra Pound in una sala strapiena, con 120 persone, alcune in piedi.
Ma anche la proposta nel Teatro di Cesenatico di ‘Il Vangelo secondo Antonio’, spettacolo sull‘Alzheimer della compagnia Scena Verticale. Lo spettacolo è bellissimo, ma il tema è impegnativo e pochi in Romagna conoscono Scena Verticale, che è una compagnia calabrese. Eppure, grazie al seguito di cui sopra, quella sera in teatro abbiamo sfiorato i 100 spettatori. Per noi è stata una grande gioia. Riteniamo di fare un servizio al territorio.’

Perché l’Associazione si chiama così?

«Mikrà è una parola ebraica che significa ‘lettura’. Si intende, però, una lettura ad alta voce: ‘mikrà’ viene dal verbo ‘karà’, che significa ‘urlare’. Leggere ad alta voce significa trasmettere uno scritto a qualcuno che ascolta: qualcosa che si fa insegnando ma anche, per esempio, ciò che fa un attore che recita poesie. Parola, voce, recitazione, ascolto, cultura, relazione fra persone; tutti concetti che stanno dentro a ‘mikrà’: che per me è una parola bellissima, centrale nella mia vita.’

Perché ha scelto proprio Shakespeare per il “Novelli” di Rimini?

«Lo spettacolo su Shakespeare mi è stato commissionato nel 2016, in occasione dei 400 anni dalla morte. In tutta la sua opera Shakespeare usa la parola per metterci in guardia dalle trappole delle parole, appunto. E usa il teatro per svelare la finzione del mondo: come scrive lui ‘tutto il mondo è un palcoscenico’. Il mio è un monologo di pura narrazione: dove non c’è scenografia, non ci sono cambi di luci, ma c’è sola la parola. Prima racconterò di come era il teatro al tempo di Shakespeare, un teatro molto diverso da quello che oggi riteniamo ‘canonico’ o ‘tradizionale.’ Quello dei tempi di Shakespeare era un teatro in cui la protagonista era la parola. Successivamente, parlerò della parola di Shakespeare e spiegherò perché, secondo me, è stato così grande e quale sia il filo rosso che unisce tutte le sue opere teatrali e liriche.’

Nicola Luccarelli

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