Home > amici degli animali > Si fa presto a dire baghino

Ma insomma, perché solo noi chiamiamo il maiale baghino? “Noi” intesi come Cesena, Rimini, Urbino, Sansepolcro (dove esiste una benemerita Società del Baghino): cos’avrebbe quest’area di così speciale per dare un nome tutto suo al nobile animale?

Già, perché in quasi tutti i dialetti d’Italia si usano parole che derivano, più meno alla lontana, dal latino porcus. Al nord, con il porsèlo vicentino, come al sud, dove a Reggio Calabria c’è il perceju; dal porcu genovese al puorche ciociaro, abruzzese e delle Marche da Senigallia in giù.

Anche dove si chiama verro (Terni), verru (Calabria) o rio (Crema), siamo sempre lì, perché la radice che in antico tedesco dà varh/farah è la medesima che in latino ha prodotto il porcus di cui sopra.

È vero che in Emilia Romagna, dove il maiale e la sua cultura non solo gastronomica sono elementi sacri e fondanti, ci si sbizzarrisce alquanto: gogn, grei, nimal, ninei, plous, fino a Parma dove si sottilizza fra gosèn, il maiale vivo e nimèl, l’animale per eccellenza, quello morto. Ma con tutti costoro i nostri baghìn o baghèin non c’entrano nulla. E allora?

Nel suo “Vocabolario etimologico romagnolo” (La Mandragora, Imola 2008), Gilberto Casadio spiega:
baghin, s.m ‘maiale’
*dalla voce prelatina *baga ‘otre’ passato per metafora a significare ‘pancia’ e poi qualsiasi essere od oggetto ‘panciuto’ o ‘grasso’.

Contraddire uno dei luminari dei dialetti romagnoli è impresa sconsiderata. Eppure questa spiegazione non convince del tutto. E siccome oggi grazie a internet possiamo credere di sapere ogni cosa, vediamo che baga è parola diffusissima in tutto il nord Italia e anche in Toscana – la usava Leonardo da Vinci – dunque riportata anche dai vocabolari di italiano.

Viene dal provenzale (“anello”, “oggetto tondo”) e la sua origine più probabile è celtica. Ha fornito bag all’inglese e bagaglio all’italiano.

Ma in romagnolo baga non c’è, né come “sacca” – il suo significato più comune – né come “persona grassa”. Mentre da nessuna parte è giunta a definire il maiale. Dunque non si comprende perché questa metafora si sarebbe innescata solo da noi. Non si scorgono anelli di congiunzione.

Invece, c’è un antico termine, sempre usato dai Celti, che a occhio si avvicina molto di più al nostro baghino. Ed è baginos, che per i Galli era il faggio. Delle cui ghiande sono ghiotti sia i selvatici cinghiali che i domestici maiali, tanto da essere entrambi chiamati dalle tribù di Asterix bhag, o bac, bak, fino al bano bretone, il banw gallese, il banb dell’irlandese arcaico, il bearch frisone. Qualcuno sospetta parentele anche con l’inglese pig. Molto più evidente il legame con il celeberrimo bacon.

Sulle valenze religiose, magiche, simboliche, sociali del suino, esiste una letteratura sterminata e tutt’ora fiorente. Nel medio evo le proprietà mediche del grasso di maiale erano considerate miracolose e se ne ringraziava Sant’Antonio Abate, patrono di ogni animale da cortile, ma con il suo porcellino sempre in braccio nelle raffigurazioni.

La parola italiana “maiale” deriva direttamente da Maia, la grande dea della terra dei Romani. A lei e al suo animale totemico è ancora dedicato il mese di maggio.

Ma un’importanza pari se non superiore i suini la rivestivano presso i Galli. Anzi agli occhi dei Romani il cinghiale era il simbolo dell’intera Gallia, tanto che sulla corazza della statua di Augusto a Prima Porta (Museo Vaticano), la Gallia è simboleggiata da una donna che porta l’insegna del cinghiale.

Quei Galli che fondarono Milano là dove una scrofa si era fermata a figliare. Da noi c’erano i Galli Senoni, che guarda caso occupavano proprio le medesime terre dove il maiale diventa baghino. Coincidenze?

Secondo Omero, Eumeo, il porcaio di Ulisse, era “divino”, “simile a un dio”. Greci, Germani, Celti, Romani, consideravano i guardiani di porci maghi e indovini, che per le loro bacchette magiche utilizzavano solo legno di faggio.

A proposito, il nome di questo albero viene da una radice sanscrita *bhag che significa “nutrire”: la pianta del cibo per eccellenza. Perché i nostri antenati indoeuropei, più che cibarsi dei temibili cinghiali mangiatori di ghiande, disperatamente erano costretti a contendergliele. In quei tempi per fortuna remoti, “mangiare come un baghino” non era né un lusso né un vizio, ma il poco invidiabile bisogno di tutti i giorni.

Stefano Cicchetti

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