Home > Cronaca > “Siamo la ‘ndrangheta”: pistole e prestanome a Viserba nell’operazione della GdF – VIDEO

“Siamo la ‘ndrangheta”: pistole e prestanome a Viserba nell’operazione della GdF – VIDEO

“I tuoi stipendi arretrati noi non te li paghiamo” e il dipendente dell’hotel di Rimini si vede puntata in faccia una 7,65. “L’affitto del tuo albergo noi non te lo paghiamo, siamo della ‘Ndrangheta, non ci puoi toccare”. ha presso le mosse da episodi come questi l’indagine della Guardia di Finanza di Rimini, svolta con la collaborazione dei Comandi Provinciali di Cosenza e Taranto, che alle prime luci dell’alba di oggi ha portato a una vasta operazione di polizia, nome in codice “Popilia”, in Emilia Romagna ed in contemporanea in Calabria ed in Puglia, per stroncare tentativi di infiltrazioni di soggetti di origine calabrese, quasi tutti pregiudicati, nel settore turistico delle province di Rimini, Forlì-Cesena e Siena.

50 militari della Guardia di Finanza, coordinati e diretti dalla Procura della Repubblica di Rimini, hanno dato esecuzione oggi nelle provincie di Rimini, Forlì-Cesena e Taranto – a  20 perquisizioni e ad un’ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale di Rimini che ha disposto misure cautelari nei confronti di 8 persone (5 agli arresti domiciliari e 3 obblighi di firma) per i reati di estorsione, detenzione e porto illegale in luogo pubblico di un’arma calibro 7,65 e intestazione fittizia di beni. I reati di estorsione sono aggravati, per alcuni, dalle minacce arma in pugno e facendosi vanto di essere affiliati alla mafia calabrese. E fra i precedenti degli indagati, tutti fra i 30 e i 60 anni, c’è di tutto, dagli stupefacenti alla violenza sessuale, oltre a una sfilza di reati tipici di “imprenditori” disinvolti: dalla gestione irregolare dei rifiuti all’indifferenza alle regole del lavoro e della sicurezza.

Solo millanterie o qualcosa di più? E’ su questo filone che le indagini vanno ancora avanti. Finora il reato di associazione mafiosa non è stato contestato. Però alcuni degli indagati sono effettivamente parenti di un boss della ‘ndrangheta che si trova in carcere. Fra gli indagati due fratelli che risiedono tutt’ora in provincia di Cosenza e le Fiamme Gialle oggi si sono recate anche a Rende a caccia  di indizi.

Finora sono state intercettate oltre 40 utenze, analizzati i flussi finanziari su decine di conti correnti e altri
rapporti finanziari. Quanto finora emerso ha permesso al G.I.P. di ordinare sequestri preventivi per un totale di 1,5 milioni, nelle province di Rimini e Forlì – Cesena, delle quote sociali e dei beni aziendali di ben 6 società, intestate a prestanome e operanti nelle province di Rimini, Forlì-Cesena e Siena: negli ultimi tre anni hanno gestito in successione una serie di alberghi di medie dimensioni a Chianciano Terme, Castrocaro e poi a Cesenatico e Rimini. In particolare gli hotel, tutti presi in affitto, si trovano a Viserba, compresi quelli dove si sono verificate le estorsioni ai danni del dipendente  e del proprietario non pagati. E sempre a Viserba si trova il chiringuito anch’esso affittato e gestito dai pregiudicati per interposta persona; ha lavorato a pieno ritmo anche quest’estate. Inoltre una delle società operava negli allestimenti in occasione di eventi, ma sempre fuori dalla Fiera di Rimini.

Esclusi i due residenti in Calabria, tutti gli altri si erano trasferiti in riviera da molto tempo. La denuncia del dipendente minacciato con la pistola risale al 2018 e almeno da allora sono stati 5 gli hotel gestiti con questi metodi. Gli stessi che venivano applicati a soci riminesi, del tutto estranei ad attività illecite, che non si vedevano riconosciuti le loro quote.

Nessuno nessuno dei prestanome con la fedina penale pulita è di origine locale. Un “secondo livello” costituito da soggetti anch’essi di origine campana e pugliese, reclutati all’occorrenza per ragioni di parentela o vicinanza dai singoli indagati.

Le indagini hanno reso possibile documentare le fasi evolutive del gruppo, che in breve tempo, è riuscito a:
• infiltrarsi nell’economia legale della Romagna, controllando diverse attività economiche;
• commettere estorsioni con l’uso delle armi ed evocando la loro appartenenza all’ndrangheta;
• intestare a terzi ingenti patrimoni e attività commerciali.

In particolare, è emerso che gli indagati, nonostante risultassero pressoché nullatenenti, spendevano e spandevano soldi – come chiarito dalle intercettazioni telefoniche e ambientali – che arrivavano dalla loro partecipazione occulta in numerose società operanti nel turistimo ricettivo, intestate a prestanome, e dalle estorsioni commesse.

Il maggiore Roberto Russo e il comandante della Guardia di Finanza di Rimini Colonnello Alessandro Coscarelli riassumono le attività svolte:

Ultimi Articoli

Scroll Up