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Sindaci, perchè due mandati e non tre

Nel dopoguerra italiano, per la durata dei mandato dei Sindaci, si è passati dal mandato avente come unico limite/verifica l’elezione periodica (a Rimini Walter Ceccaroni governò per qualche lustro), ai mandati più brevi con la legge 81/1993, prima quattro anni, poi cinque con il limite dei due mandati. 

Perché questi cambiamenti? La risposta si può articolare in tre punti:

  • L’instabilità politica prodotta dall’articolazione dei piccoli partiti e dall’indebolimento dei due partiti di massa (DC e PCI), metteva a dura prova la gestione dei territori. Così, agli inizi degli anni Novanta, il Parlamento decise di assegnare al Sindaco funzioni di tipo presidenziale (elezione diretta, assessori in staff con il Sindaco, dimissioni coincidenti con la fine della legislatura, ecc.) per dare stabilità ai comuni italiani;
  • Ciò determinò oggettivamente una perdita di ruolo dei partiti. Una volta eletto il nuovo Sindaco, i partiti ed i loro aderenti entrano in un cono d’ombra, sottoposti al rischio di nuove elezioni in caso di conflitto. Una delle tante conseguenze della mancata attuazione, con legge costituzionale, dell’art. 49 della Costituzione Repubblicana. Il “diritto di associarsi liberamente” resta una dichiarazione di principio. E’ un problema di cui si comincia a parlare a proposito di crisi dei corpi intermedi e di processi democratici in cui il “leader” finisce per sostituire l’espressione degli “associati”;
  • Per porre un confine ai poteri “presidenziali” dei Sindaci, la legge 81/93 ha introdotto il limite dei due mandati, come già avveniva nelle Costituzioni e nelle leggi elettorali di molti paesi democratici. La legge prevede perciò due mandati di quattro anni che diventano cinque con modifica successiva.

Su questo terzo punto è utile soffermarsi. 

Perché due mandati e non uno o addirittura tre?

Fu scelto un punto di equilibrio. Un solo mandato, per la cronica lentezza dei percorsi amministrativi, avrebbe ridotto la possibilità di completamento dei programmi e, in sostanza, avrebbe tolto al Sindaco la possibilità di incidere sulla sua città. Due mandati furono valutati sufficienti a questo fine; portandone la durata da otto a dieci anni, fu confermato questo giudizio.

Ma perché non quindici? 

Qui entrano in campo valutazioni ulteriori. 

La più semplice potrebbe riguardare il fatto che si tratta di un’attività politica fra le più rischiose e “usuranti”, come confermano in questi giorni le dichiarazioni di alcuni Sindaci che sembrano appellarsi ad una “immunità sindacale” dopo la vicenda della Sindaca di Crema e l’iniziativa della locale magistratura. Qualche maleducato potrebbe chiedergli: “Scusate, ve l’ha consigliato il dottore di candidarvi a Sindaco?”

La più politica riguarda il valore dell’alternanza, sia di schieramento che di persone. In altre parole il cambiamento viene valutato come portatore di nuova linfa, nuove idee che possono far bene alle città amministrate e favorire l’emergere di nuovi talenti e nuove competenze…

La più accorta va in profondità e dice in pratica così: “Ti affido poteri eccezionali, cerca di usarli al meglio nei due lustri di cui disponi. Tuttavia, consapevole dei rischi che questo comporta (in particolare di consolidare blocchi di potere), ti limito nel tempo. Dopo due mandati, deporrai i poteri ricevuti e tornerai ad essere cittadino comune”.

Naturalmente, laddove i due mandati sono in vigore, è partita la ricerca di deroghe. A livello statuale la più clamorosa è quella di Putin che ha chiesto e ottenuto la modifica della Costituzione. A livello comunale è quella del Sindaco di Treviso Gentilini (detto Lo Sceriffo) che, dopo due mandati, andò a fare il vicesindaco di Paolo Gobbo, non certo per obbedirgli. Non so dire quanto abbia danneggiato Paolo Gobbo il fatto di avere un “angelo custode” come Gentilini. So però che nel 2008 la Lega perse Treviso a favore del PD. 

Giuseppe Chicchi

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