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Società e Covid: è in atto lo scontro fra valori universali e individuali?

Non sorprende che la risposta dei Governi alla pandemia, basata sostanzialmente sull’interruzione delle catene di contagio, sia vissuta da ampi strati popolari come una “tirannide”. Non sorprende che molti invochino la “libertà dell’individuo” per contrastare i provvedimenti di impianto universalistico (la salute come bene comune sopravanza il valore dell’economia). Uno scontro fra valori universali e valori individuali? 

Il fatto è che negli ultimi venti anni, sia a causa della tecnologia digitale, sia per la distrazione delle forze progressiste, ci siamo velocemente avviati verso una “società di individui”.

La linea di frattura fra individuale e universale, accentuata dal Covid 19, attraversa i blocchi sociali e li modifica; mette sulla bilancia il peso di quelli che un tempo si chiamavano ceti intermedi, ingigantiti dai processi di scomposizione della società e oggettivamente colpiti dalle chiusure anticovid. 

Anche il lavoro è stato frantumato: ottocento contratti di lavoro diversi, partite iva, disparità di genere, F24, finte cooperative, precarietà, job act. 

Magari potremmo copiare l’Arabia Saudita che di diritti del lavoro ne capisce! 

La frattura si manifesta a livello globale e locale. Di questo ci parlano qui a Rimini la micro imprenditorialità nel turismo o nel digitale o fenomeni come il MIO di Paesani ed altri. 

I governi rispondono con i famosi “ristori” e con la vaccinazione di massa, ma quella frattura rischia di aprirsi ancora di più. Ciò deve in primo luogo preoccupare le forze progressiste perché in discussione sono i diritti universalistici, loro storica bandiera. 

Quasi 200 anni fa, nel 1848, si pubblicava “Il Manifesto dei comunisti”. Si legge: “I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il coltivatore diretto, combattono tutti la borghesia per preservare dal tramonto la loro esistenza di ceti medi. Quindi non sono rivoluzionari ma conservatori”. Nel suo sorgere come classe, la borghesia aveva una funzione rivoluzionaria ed era guardata con sospetto non solo dai nobili.

Circa 100 anni dopo, a Reggio Emilia, Togliatti nel noto discorso su “Ceto Medio ed Emilia rossa” dirà: ”Errata è… la tendenza a considerare il “ceto medio” come un blocco più o meno uniforme, ed è giusto invece asserire che esistono numerosi gruppi  intermedi… i cui orientamenti ideologici e politici possono essere dall’uno all’altro assai vari”. 

Di mezzo c’è ovviamente il pensiero di Antonio Gramsci sul ruolo della società civile nelle società moderne. 

Il riformismo emiliano ha dimostrato l’attitudine a sostenere lo sviluppo delle piccole imprese con lo strumento delle “reti”. Tuttavia occorre chiedersi se i processi di globalizzazione non abbiano riportato nel campo conservatore una parte, quella forse più “fragile”, dei ceti di cui parlava Togliatti. Due soli esempi: i progressisti sostengono la lotta all’evasione fiscale per risanare la voragine del debito pubblico, sostengono l’euro come unica possibilità di reggere la competizione globale. Entrambi questi obiettivi però sono vissuti come “sottrazione” di fattori di elasticità (evasione fiscale e svalutazione della lira) a danno dei ceti produttivi e, per estensione, dei lavoratori. Questo atteggiamento “difensivo” spiega il paradosso della Lega nel Nord industrializzato. Questo ha indotto la Lega di Salvini a pensare che l’Emilia Romagna fosse contendibile. 

Non è il caso di chiedersi se avessero ragione Marx ed Engels o Palmiro Togliatti. Dobbiamo prendere atto che ampie frange dei ceti intermedi e perfino della classe operaia cercano rifugio in quel “comunitarismo” anomalo che chiamiamo “sovranismo”.

Dal dopoguerra ad oggi l’ER ha insegnato che la risposta va cercata nelle “reti di imprese” che mettono in grado le piccole imprese, le imprese individuali, le partite IVA, di essere protagoniste e non vittime della globalizzazione. Reti che devono essere generose nel “dare” (progettualità, servizi, ricerca, credito, ecc.), ma dovranno essere assai più esigenti del passato nel “pretendere” (fiscalità, lavoro, rispetto per l’ambiente, ecc.). E occorre sorvegliare che quello delle “reti” si affermi come uno dei driver nel Recovery plan del governo Draghi.

Giuseppe Chicchi

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