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Son qui che aspetto Bartali: 100 anni di tifo prima degli ultras

Daniele Marchesini, Stefano Pivato: “Tifo. La passione sportiva in Italia” – Il Mulino.

Siamo reduci nell’ultimo mese dalle infinite letture dei ricordi dei protagonisti ai Campionati del Mondo del 1982 dove l’Italia vinse. 11 luglio 1982, Stadio Santiago Bernabeu a Madrid, finale del Campionato del Mondo, Italia-Germania. Allenatore Enzo Bearzot. Il risultato finale si fissò sul 3 a 1 per l’Italia. Italia Campione del Mondo per la terza volta. Il Presidente Sandro Pertini festeggiò, da primo tifoso, con la squadra quella serata straordinaria e indimenticabile.

Il libro di Marchesini e Pivato, oggi i due maggiori storici dello sport in Italia, in questo straordinario libro dedicato al tifo sportivo, eppure di quel momento incredibile non ne parlano, è citato en passant. Nel loro racconto si fermano un attimo prima (e tutto sommato mi sembra che il calcio sia da loro un attimo snobbato, preferendo soffermarsi sulle iniziative ciclistiche, il pugilato, il motociclismo e l’automobilismo).

Ma se è vero, come scrivono, che “lo sport è azione e interazione. E il tifo è la partecipazione del pubblico, ‘quella meravigliosa collaborazione della folla’”, allora mi sarebbe sembrato opportuno indicare le date di riferimento di questa loro storia: direi tra inizio Ottocento e la metà degli anni ’80 del secolo scorso. Dopo, per gli autori, il tifo cambia: la data di questo cambiamento potrebbe essere individuata nella strage allo stadio Heysel in Belgio per la finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool il 29 maggio 1985. “Il vocabolario del nuovo tifo organizzato chiarisce la direzione nel quale il movimento si sta muovendo. Intitolazioni come ‘brigate’, ‘commandos’, ‘fedayn’, ‘tupamaros’, ‘vikings’, così come gli slogan adottati, servono a connotare l’attitudine bellicosa, l’aggressività, la volontà di incutere timore e rispetto nella parte avversa anche attraverso la violenza fisica (uso di armi più o meno improprie), di sanare presunte ingiustizie subite”. Le competizioni sportive sono belle “solo in presenza del pubblico che tifa, che cioè parteggia, applaude, fischia, urla. Se giocato a porte chiuse o in presenza di pochi, ogni match si sfarina. La tensione si allenta, irrimediabilmente”.

Ma è comunque aberrante il dato riportato: “In mezzo secolo il tifo estremo mobilitato intorno agli stadi del calcio ha prodotto più di cinquanta morti (compresi quelli tra le forze dell’ordine)”.

Ma facendo di mestiere gli storici gli Autori ci regalano interessanti annotazioni sull’evoluzione del tifo: “Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il cambio di testimone fra due epoche si compie definitivamente”. Avviene il passaggio dai giochi tradizionali, d’elite, agli sport così come li conosciamo anche oggi: lo sport diviene manifestazione di massa, tende a trasformarsi in una passione che ha molto in comune con la vita e la morte, l’amore e l’odio. E’ il ciclismo il primo sport ad attirare folle plaudenti; il calcio dovrà attendere gli anni Trenta. Sarà “solo dopo la Prima guerra mondiale che tifo entra nel vocabolario per dimorarvi stabilmente”. Saranno i grandi atleti, che daranno vita a storiche rivalità e a sfide epiche, ad accendere gli animi. “A partire dagli anni Trenta, in coincidenza con la nascita del divismo sportivo, la figura del campione diviene oggetto di culto onomastico”, ovvero ai figli si daranno i nomi dei grandi campioni sportivi.

Gli Autori dedicano spazio anche ai “luoghi di culto”: “Come non è possibile immaginare una religione senza templi, cioè senza luoghi di culto dove i fedeli possano riunirsi, incontrasi, pregare e celebrare i propri riti, così non è possibile il tifo senza lo stadio (palasport, piscina, velodromo, sferisterio, ecc.). Alla dedizione appassionata che il tifo comporta non bastano il giornale, la radio, la televisione, il bar, oggi i social media. Nemmeno la strada o la piazza dove pure, di quando in quando, può riversarsi l’eccitazione collettiva per festeggiare”. In questo senso gli Autori aggiungono: “le restrizioni dei mesi segnati recentemente dalle misure anticovid 19 suggeriscono molte cautele nel considerare probanti i confronti e i risultati di campionati disputati senza il contatto ravvicinato del pubblico, in una sorta di virtualità da videogioco”.

In questo libro letteratura e giornalismo d’epoca, memorie e documenti, film, canzoni, e perfino i gadget compongono un racconto corale e popolare della società italiana. Non è dunque possibile raccontare i tanti temi sollevati nel volume: sono tutti di grande interesse e contengono tante annotazioni utili per comprendere meglio anche diverse situazioni odierne. Non è per esempio un caso che il libro si concluda sull’uso dello sport (e del tifo) fatto da Silvio Berlusconi al fine del suo successo politico: “Il logo, il nome della formazione politica che Berlusconi tiene a battesimo nel gennaio 1994 (Forza Italia), il vocabolario della compagine da lui creata (‘scendere in campo’, ‘fare goal’), il nome scelto per il gruppo parlamentare (‘gli azzurri’) mostrano che l’uomo nuovo della politica italiana applica ampiamente metafore sportive al linguaggio della mobilitazione collettiva. La popolarità dello sport nel contesto italiano spiega la strumentale operazione di Berlusconi, rivelatasi una vera e propria occupazione del potere politico attraverso un fenomeno, lo sport, che crea popolarità e consenso”.

Il libro, uscito a maggio di quest’anno, è arrivato alla seconda ristampa. Segno di grande interesse ai temi trattati. Del resto lo testimoniano anche le numerose recensioni, tutte positive, fin qui uscite: su tutti i maggiori quotidiani nazionali, a incominciare da quelli sportivi, sino a L’Osservatore Romano. A cui si aggiungono diverse comparsate degli Autori in trasmissioni televisive.

Paolo Zaghini

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