Spiagge, politica e affari: il corto circuito del convegno di Rimini
24 Maggio 2026 / Maurizio Melucci
Spiagge, politica e affari: il corto circuito del convegno di Rimini
A Rimini va in scena un convegno che racconta perfettamente il sistema di potere che da anni governa il mondo delle concessioni balneari. Il titolo è tecnico — “L’impresa balneare: oltre le proroghe, verso il valore” — ma il significato politico è chiarissimo: preparare il terreno alla futura redistribuzione economica delle spiagge italiane.
L’evento è organizzato da GA-Alliance, studio legale internazionale che offre consulenza proprio sulle future gare, sulla valorizzazione economica delle concessioni e sulle operazioni finanziarie legate al settore. E chi siede al tavolo? Sindaci, assessori al demanio, rappresentanti dei balneari, dirigenti delle categorie economiche e un magistrato del Consiglio di Stato.
Più che un workshop, sembra il punto d’incontro tra chi dovrà decidere le regole e chi da quelle regole avrà un vantaggio diretto.
Nel programma si parla apertamente di “strategie legali e finanziarie”, “valorizzazione dell’avviamento aziendale”, “gestione delle procedure selettive”, “attrazione di capitali”. Tradotto: il nuovo mercato delle concessioni balneari è già oggetto di pianificazione economica da parte di studi professionali e gruppi di interesse che si stanno posizionando per gestire la transizione.
E qui il conflitto di interessi è evidente.
Gli amministratori pubblici dovrebbero garantire imparzialità rispetto alle future gare. Invece partecipano a un evento costruito da uno studio che punta esplicitamente a diventare protagonista della nuova stagione delle concessioni. È difficile non vedere il cortocircuito: chi organizza il confronto ha interesse diretto nel business che nascerà dalle future evidenze pubbliche.
La presenza della sindaca di Riccione Daniela Angelini, dell’assessora al demanio di Rimini Valentina Ridolfi e del magistrato del Consiglio di Stato Michele Corradino contribuisce inevitabilmente a dare peso istituzionale a un’iniziativa promossa da uno studio che si propone come protagonista tecnico della nuova fase del comparto balneare.
Il problema non è il confronto. Il problema è l’assenza di distanza tra controllori, decisori e portatori di interesse.
Le spiagge italiane sono beni pubblici. Ma nel linguaggio del workshop diventano “asset”, “valore”, “strumenti finanziari”, opportunità di mercato. È il segno di una trasformazione precisa: il demanio non più come patrimonio collettivo da amministrare, ma come spazio economico da valorizzare e redistribuire.
Ed è inquietante che tutto questo avvenga dentro un sistema di relazioni così stretto tra politica locale, categorie economiche e consulenza privata.
Perché alla fine la domanda è semplice: chi tutela davvero l’interesse pubblico, quando chi dovrebbe regolare il mercato partecipa ai tavoli organizzati da chi vuole trarne profitto?

Santarcangelo prova a difendere i lavoratori. La CISL difende il sistema
La reazione della CISL Romagna alla mozione approvata dal Comune di Santarcangelo sul salario minimo colpisce per un motivo preciso: invece di denunciare il lavoro povero e stipendi sempre più insufficienti, il sindacato attacca un’amministrazione che prova almeno a fissare un limite.
Definire “demagogica” la scelta di prevedere nei bandi pubblici una soglia minima di 9 euro l’ora significa ignorare la realtà di milioni di lavoratori italiani. Precariato, part-time involontari, appalti al massimo ribasso e salari bassissimi sono ormai una normalità anche dentro contratti formalmente regolari.
L’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui i salari reali, negli ultimi decenni, sono diminuiti invece di crescere. Intanto aumentano affitti, bollette e costo della vita. Davanti a questo scenario, sostenere che basti il richiamo ai CCNL significa non vedere il problema. Non tutti i contratti nazionali, infatti, garantiscono paghe dignitose.
La CISL richiama la recente sentenza della Corte Costituzionale contro la legge toscana sul salario minimo negli appalti. Ma la Consulta non ha affatto dichiarato illegittime le tutele salariali. Anzi, nella sentenza riconosce esplicitamente la legittimità delle clausole sociali e delle misure di protezione del lavoro. Il nodo sollevato dai giudici riguarda piuttosto le competenze legislative tra Stato e Regioni.
Per questo la linea della CISL appare strumentale: usa una sentenza tecnica sulle competenze per far passare il messaggio politico che ogni intervento sul salario minimo negli appalti sarebbe illegittimo. Ma non è ciò che la Consulta ha scritto.
Il Comune di Santarcangelo ha fatto una scelta politica chiara: impedire che il risparmio negli appalti pubblici si scarichi sui lavoratori. È una misura di civiltà, non propaganda.
Fa impressione che un sindacato consideri “una fuga in avanti” il tentativo di garantire almeno 9 euro l’ora, una soglia che molti giudicano persino insufficiente.
In tutta Europa il salario minimo convive con la contrattazione collettiva. Solo in Italia il tema diventa uno scontro ideologico. Santarcangelo, invece, ha avuto il merito di rompere questa ipocrisia.

La guerra delle stazioni sull’alta velocità fantasma
Periodicamente ritorna il tormentone dell’Alta Velocità adriatica. Gli amministratori si entusiasmano, gli imprenditori – da Confindustria a Legacoop Romagna – fiutano appalti. Questa volta a rilanciare il tema è Alice Buonguerrieri deputata di Fratelli d’Italia, che vuole impegnare il governo, con un ordine del giorno a prevedere una nuova stazione AV a Forlì sul modello Mediopadana.
Da Cesena il sindaco Enzo Lattuca invita a non trasformare la ferrovia in una gara di campanile. Il sindaco di Rimini gli va dietro sostenendo che serve una visione trasportistica complessiva. E hanno ragione. Perché il punto è semplice: oggi l’Alta Velocità adriatica non esiste.
Non c’è un tracciato approvato. Non ci sono finanziamenti. E per una vera Bologna–Bari AV servirebbero decine di miliardi che nessuno ha stanziato.
Infatti nei tavoli tecnici si parla soprattutto di Alta Capacità: potenziamento della linea esistente, quadruplicamenti, rettifiche e tecnologie per arrivare a 200 km orari. Progetti in parte già finanziati. Molto meno spettacolare di una nuova linea AV, ma molto più utile per la Romagna.
Per Rimini significherebbe tempi migliori verso Bologna, più frequenza e meno colli di bottiglia. Una rivoluzione concreta, non da conferenza stampa.
Anche perché l’Alta Velocità vera non funziona con una stazione ogni cinquanta chilometri. Quelli sono Intercity, non Frecciarossa. Se mai nascerà davvero una AV adriatica, le fermate saranno poche: Bologna, Rimini, Ancona, Pescara, Bari. Non una fermata tra un casello e una rotatoria.
Più che inseguire una improbabile “Mediopadana romagnola”, i sindaci dovrebbero controllare ogni giorno come procedono i lavori sulla linea esistente e pretendere tempi certi.
Il resto corre soprattutto sui comunicati stampa.

Maurizio Melucci