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Storia di un salvataggio sul Monte Catria

Da un lettore, Roberto Merloni, riceviamo:

Davvero una bella giornata oggi, sul Monte Catria. Poche nuvole, vento forte sulle cime, nessuno in giro. Ottimo per una camminata in solitaria. Ho appena terminato un nuovo percorso, molto vario e gradevole, con magnifici prati fioriti, grandi boschi di faggio e tratti di creste aguzze e divertenti. Sto tornando alla macchina, stanco e soddisfatto.

La stradina carrabile che mi riporta al punto di partenza è occupata da un gruppo di cavalli liberi, più avanti. Non ho alternative: a destra il fianco del monte degrada bruscamente, a sinistra c’è una ripida parete. Ma non è un problema: ho incontrato altre mandrie di cavalli lungo sentieri impervi e ho visto che non sono aggressivi, anche se ci sono i puledri. Se li spaventi scappano via, ma se ti avvicini dolcemente, senza movimenti bruschi, senza comparire all’improvviso, se ne stanno tranquilli e si scostano appena per farti passare, gentili, educati, proteggendo i piccoli.

Mi hanno visto, hanno girato la testa verso di me. Non manifestano irritazione, anzi, sembrano decisamente tranquilli, non frustano la coda come fanno sempre, tengono la testa bassa, non hanno il solito portamento orgoglioso, possente, sembrano mogi. E’ strano, si sono fermati in un punto in cui non c’è erba da brucare. Forse stanno solo riposando all’ombra.

Mi avvicino. Sono esemplari adulti, magnifici. Cerco di passare sulla destra, dal lato della scarpata, non si sa mai, se si mette male preferisco scendere nel ripido pendio piuttosto che trovarmi intrappolato contro il monte. Però non si scansano, anzi, si addensano sul lato della scarpata nonostante io sia a meno di un metro da loro. Mi aprono un varco al centro della strada. Va bene, come volete, passerò in mezzo al branco se vi va bene così. A sinistra rimane una grossa femmina che è rivolta contro la parete e scuote la testa con vigore. Dovrò passarle da dietro. Non mi piace molto: potrebbe scalciare, anche se non mi sembra averne l’intenzione. Sto per passare quando mi accorgo che una testa di puledrino spunta da un tombino al bordo della strada. È lì che è rivolta l’attenzione della cavalla. 

Che carino, così piccolo, che tenerezza! Guardo meglio e mi accorgo che il bordo del tombino è insanguinato … E capisco il dramma: il puledro è caduto nel tombino e da diverse ore sta lottando per uscire senza riuscirci. È ferito e sfinito.

Ora capisco perché il branco è restato compatto e insolitamente inattivo, e capisco che la cavalla, che deve essere la mamma del puledrino, scuotendo la testa intendeva indicarmi il figlio in difficoltà; sperava che potessi aiutarlo e ora mi guarda coi suoi grandi occhioni neri supplicanti … Ma cosa posso fare … il pozzetto è profondo … il puledro è piccolo ma pesante, non riuscirei a sollevarlo …

Li guardo, dispiaciuto. Mi guardano tutti immobili. Sento che si aspettano che faccia qualcosa …

Va bene, ci provo. Appoggio i bastoncini, mi tolgo il cappello e lo zaino. La cavalla arretra di un passo, come a dire: “Fai quello che puoi, io ho gli zoccoli, lo vedi, non posso aiutarti, ma ti lascio tutto lo spazio che ti serve”.

Mi avvicino al puledro, cerco di accarezzarlo, ma lui si agita spaventato, si ferisce ancora. Mi ritraggo. Guardo i cavalli. Continuano a fissarmi immobili. Si respira una grande tensione.

Cerco di essere più deciso. Afferro il piccolo per il collo superando le sue resistenze … lo tiro dalla criniera … ma è troppo pesante, non c’è la posso fare … Per di più ora il piccolo si è abbandonato, spossato, sul fondo del tombino.

Guardo ancora i cavalli, allargo le braccia come a dire: “Vedete, ci ho provato, non c’è la faccio, mi dispiace …”.

Mi avvicino allo zaino, affranto. Penso che avviserò i pompieri quando ci sarà un po’ di campo, anche se dubito che possano intervenire prima di domani, e potrebbe essere troppo tardi. Penso che raggiungerò la macchina e comincerò a cercare qualche stalla per avvisare gli allevatori dei paraggi … ma chissà dove sono … E come faccio ad abbandonare così questi animali stupendi e disperati, che sembrano implorarmi, che contano su di me?

Decido di fare un altro tentativo. Prendo un grosso sasso e lo calo con prudenza nel fondo del tombino … magari il puledro ci monta sopra e riesce ad uscire … Però il piccolo resta inerte, accucciato sul fondo. Potrei portare altri sassi fino a riempire il tombino, ma rischio di seppellire anche il puledro.

Decido di entrare io stesso nel tombino. Lo spazio ridotto impedisce i movimenti. Mi abbasso come posso per afferrare la testa del piccolo inerte, la sollevo con decisione e la appoggio sulla strada, poi prendo le gambe anteriori e riesco faticosamente a portare anche quelle a livello della strada. Quindi afferro le coscie posteriori e sollevo il puledro con tutta la mia forza. Finalmente gli zoccoli posteriori possono fare presa sul bordo del tombino. Il puledro se ne accorge, io lo spingo da dietro, con uno sforzo tremendo riesce fare forza sulle gambe, finalmente è fuori! 

Si accascia subito, sfinito. Ancora troppo vicino al tombino. Io sono ancora dentro. Ci sto comodo adesso. Il piccolo è steso con le lunghe gambe verso di me, all’altezza del mio petto. Mi viene facile alzargli le gambe, rivoltarlo veso la strada e spingerlo un po’ più lontano, al sicuro.

Esco dal tombino. La cavalla si avvicina al piccolo, lo annusa, appoggia delicatamente il muso morbido sul musetto del piccolo. È evidente che è molto preoccupata.

Faccio qualche foto. Il cordone ombelicale è ancora bagnato: deve essere nato stamattina o stanotte. Ha solo qualche escoriazione, niente di grave, si riprenderà, anche se ha chiuso gli occhi e sembra morto.

Raccolgo le mie cose e mi allontano di un poco. La mamma lo sta sollecitando spingendolo delicatamente col muso e battendo con gli zoccoli a terra. Faccio ancora qualche passo. Tutto il branco ha ripreso vivacità, le code sferzano gioiosamente l’aria, le criniere ondeggiano, le teste sono alte, ognuno va ad annusare il piccolo in salvo che è ancora accasciato, immobile, ma ha cominciato a muovere la coda. C’è aria di festa!

Mi allontano ancora e mi giro un’ultima volta. Il puledrino ha provato a sollevare la testa e anche le gambe, poi si è di nuovo accasciato. Ma ce la farà. Ha solo bisogno di riposo.

Dai piccolo, ce la farai, prendila comoda, hai tutto il tempo che vuoi! Domani scorazzerai al galoppo per i campi fioriti rincorrendo le farfalle!

Che la forza della grande prateria sia con te!

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