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Studio ospedale di Rimini: in prima ondata covid 20% bimbi contagiati, solo 27 ricoverati

Nel corso della prima ondata della pandemia da Covid-19, tra il 1 marzo e il 15 aprile 2020, in Emilia Romagna sono risultati positivi al virus 194 bambini, pari al 20% dei mille pazienti in età pediatrica tra 0 e 18 anni sottoposti, in quel periodo, a tampone per Sars-Cov-2. Di questi solo 27 sono stati ricoverati in ospedale e nel dettaglio solo uno proveniva dalla gestione domiciliare della terapia, mentre gli altri 26 si erano rivolti a una struttura ospedaliera.

I dati emergono da uno studio multicentrico, condotto dall’equipe del dipartimento Salute donna, infanzia e adolescenza dell’Ospedale degli infermi di Rimini che ha preso in considerazione l’intera coorte di bambini e adolescenti (1.000) che, nel periodo analizzato, sono stati sottoposti a tampone per Covid-19. I risultati dello studio sono stati presentati oggi nel corso della sessione regionale Emilia Romagna della prima giornata del 76esimo Congresso italiano di pediatria, organizzato in modalità telematica dalla Società italiana di pediatria (Sip), che andrà avanti fino al prossimo 28 maggio.

Il giorno di apertura dei lavori congressuali coincide anche con il primo ‘Pediatra die. In puero homo’, una giornata istituita dalla Sip per celebrare le pediatre, i pediatri e il loro impegno in favore della salute di tutti i bambini. Il ‘Pediatra Die’ si è svolto in contemporanea, dalle 9.30 alle 12, in tutte le 19 sezioni regionali della Sip, in diretta streaming con un programma comune a tutte le sedi. All’introduzione su ‘Epigenetica e pediatria’, a cura del presidente Alberto Villani, sono seguite tre relazioni, con relatori regionali, su ‘Prevenzione ed educazione in età evolutiva’, ‘Stile di vita e nutrizione: dal neonato all’adolescente’, ‘La pandemia: la realtà regionale’.

Dei 194 bambini del campione risultati positivi, riferiscono gli autori della ricerca, 140 hanno eseguito il tampone a domicilio, i restanti 54 in ospedale. Le caratteristiche cliniche tra i due gruppi erano simili, con sintomo prevalente la febbre ed i sintomi respiratori e gastrointestinali. Nessuno ha avuto insufficienza respiratoria.

I pazienti gestiti in ospedale hanno eseguito nel 66% dei casi esami ematici o radiografia del torace e nel 50% dei casi hanno ricevuto terapia antibiotica, percentuali significativamente più alte rispetto ai pazienti gestiti sul territorio. Ma il dato piu rilevante, sottolineano i ricercatori, è stato che solo uno dei pazienti gestiti a domicilio è stato successivamente ricoverato (0,7% dei positivi), rispetto a 26 tra i pazienti gestiti in ospedale (48% dei positivi).

“Ovviamente – si legge nel testo dello studio – è possibile che ci sia stato un bias di selezione, ovvero che chi è andato in ospedale fosse più grave e quindi sia stato ricoverato, ma se andiamo a vedere la durata media del ricovero di 2,5 giorni ed il fatto che nessuno abbia avuto insufficienza respiratoria, è plausibile pensare che il ricovero sia legato più ad un atteggiamento prudenziale rispetto ad una malattia poco conosciuta che non ad una reale indicazione clinica. Lo stesso – constata l’equipe di ricerca – vale anche per l’elevato numero di esami e radiografie eseguite nei pazienti gestiti in ospedale. E questo atteggiamento prudenziale è evidente anche analizzando l’età media dei bambini gestiti in ospedale che è risultata di 2 anni, rispetto ai 12 anni di quelli gestiti sul territorio. I bambini più piccoli sono inoltre risultati quelli maggiormente ricoverati, piu per timore di un andamento piu grave nei piccoli che per reale necessità clinica”, conclude lo studio.

(Agenzia DIRE)

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