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Sul Museo Fellini solo auto referenzialità oltre al non avere saputo accettare il dialogo

Egregio Direttore ho letto sulla testata giornalistica che dirige, l’articolo “Ridateci il parcheggio di Piazza Malatesta”. Poiché nella vita mi sono occupato di tutt’altro, chiedo gentilmente a lei, esperto del settore, come di possa scrivere e pubblicare un pezzo simile. La invito inoltre a non assumere questa mia in chiave polemica, ma solo inoltrata al fine di capire qualcosa che mi sfugge. 

Nessuno – mi creda – nessuno, ripeto, vorrebbe il ritorno del parcheggio o lo rimpiange, sarebbe gradevole quindi che si omettessero delle affermazioni fuorvianti. Ma tra ciò che c’era prima e quel che è stato realizzato, vi erano infinite possibilità progettuali. A mio modesto avviso semmai l’articolo avesse avuto come scopo la satira, ha mancato del tutto l’obiettivo; non suscita neppure un sorriso, ma ha il solo fine di minimizzare e ridicolizzare un importante tema che ha creato un grande dibattito in città. 

Si chiama democrazia non “intellighenzia”, parola peraltro, se non erro, derivante da un certo cessato regime assolutistico che, forse, qualcuno ancora rimpiange. Cfr. Vocabolario Treccani online. 

Ma non si può neppure affrontare la questione con il dileggio di coloro che hanno sempre dissentito e lo faranno sempre, non per il fatto di avere un museo dedicato a Fellini, ma per la collocazione in cui è stato realizzato e per ciò che questo ha comportato in una importantissima zona del centro ricca di testimonianze storiche e culturali. Sono persone legate al mondo della cultura, a quello politico e semplici cittadini, al pari di chi ha partecipato alla manifestazione di inaugurazione, e che meritano lo stesso rispetto.

Chi scrive appartiene a quell’“ottantina di illuminati denigratori” che la sera della mirabolante inaugurazione, hanno preferito ritrovarsi altrove; illuminati forse dall’illuminazione pubblica, ma denigratori di cosa? Parole al vento quindi, che hanno il solo fine di generare confusione con l’intento, forse, di difendere l’indifendibile.

Come vede non ho alcuna difficoltà ad ammettere che quella pacata, civile e composta comprendeva anche la mia presenza. Del resto ho sempre cercato di capire ed affrontare fatti importanti occorsi nella nostra città, in modo ragionato e razionale, senza quindi seguire i pifferai magici di turno. 

Non andiamo in giro per il mondo per cercare funambolici paragoni come il citato Centro Pompidou, o altro per giustificare ciò che accade a Rimini. Tale esercizio è completamente sbagliato ed inutile perché ogni città o luogo che sia, è diverso da tutti gli altri e brilla per le proprie peculiari caratteristiche uniche, irripetibili e non esportabili. E’ solo bastevole comprenderle. 

Inoltre, ed è bene sottolinearlo, non si tratta di una questione di appartenenza politica o di avversione verso un sindaco, ma di una diversa sensibilità nel trattare i monumenti storici ed i luoghi identitari; è una questione trasversale, non riduciamola ad una becera tifoseria. Oltretutto non si possono realizzare progetti che, pur avendo il placet degli enti preposti, confliggono con le leggi dello Stato. 

E a questo proposito passiamo alle responsabilità; “… Però starà a lei, (inteso come amministrazione corrente) a lei soltanto, doversi poi assumere la responsabilità della decisione finale”, ma questo normalmente nella vita civile implica anche il sapersi assumere delle conseguenze. Non è così perché la questione relativa alla foratura delle mura storiche nei pressi del Ponte Tiberio, reca e ci insegna l’esatto contrario. 

Sebbene quel progetto sia autorizzato dalla Soprintendenza, in fase di indagini preliminari è emerso che sia stata perpetrata una presunta violazione alle leggi che tutelano i beni culturali. Pertanto, oltre a chi ha approvato ciò, sono stati rinviati a processo i meri esecutori di ordini imposti; ma non colui, o coloro, che hanno voluto e ossessivamente spinto quel progetto. Ma allora, di quale responsabilità parliamo? 

In conclusione l’articolo rispecchia e reitera pedissequamente ciò che di fatto si è palesato in quest’ultimo decennio riminese, che ha visto nella auto referenzialità il modo di governare che, oltre al non avere saputo accettare il dialogo e gli eventuali costruttivi suggerimenti, ha allontanato, denigrato e tacciato di inimicizia e disfattismo tutti coloro che avevano idee o proposte diverse in tutti i campi, aspetti sempre bollati come mere critiche. Inoltre riporta vari aspetti difformi dalla realtà e ridicolizza un serio dibattito, una volta presupposto ostentato e vantato come principale caratteristica di un partito definitosi tuttora democratico, per cui si fregiava di essere diverso dagli altri.

Salvatore de Vita

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