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Sul suicidio assistito, altra cosa dall’eutanasia, serve una legge

Si chiamano diritti civili. Per essere liberi fino alla fine, dare laicità e libertà alla scelta individuale risolutiva della propria vita. Due dei più strenui sostenitori della proposta di legge del 2013 allora firmata da 70.00 elettori, poi raddoppiati, depositata in Parlamento ma mai calendarizzata, nel frattempo sono morti: Margherita Hack e Umberto Veronesi.

Esultanza dai partiti che sempre in questi anni per opportunismo si sono sottratti alla loro rappresentatività istituzionale – per cosa li eleggiamo allora?, a cosa servono? tanto vale dimezzarli come vogliono i 5stelle – non per la sentenza della Corte Costituzionale ma per il comunicato stampa che semplicemente e in modo fondamentale per il nostro ordinamento giuridico, decreta la non punibilità di chi assiste. Che tuttavia sostiene con forza la necessità che la politica, cioè il Parlamento nel suo insieme di singoli, non di accordi preventivi dei capi-partito davanti alla crostata o al caminetto, se ne faccia carico. Serve una legge.

Di proposte ce ne sono a non finire depositate, ma mai i vari gruppi parlamentari con maggioranze differenti che si sono succedute in tutti questi anni hanno neppure considerato l’opportunità di metterla in discussione, calendarizzarla appunto, rispettando i termini sanciti sulle proposte di legge. Decidere di portarla all’attenzione dell’opinione pubblica, dimostrando di non aver paura dei sentimenti individuali e collettivi, sarebbe stata una grande prova di serietà del nostro Parlamento. Ma così non è stato. Lo sappiamo bene noi laici da sempre, tanto più se radicali e fuori dagli equilibrismi della partitocrazia.

Tutte patate bollenti in Italia. Dal divorzio, all’aborto, fino alla legge sulla fecondazione assistita smontata pezzo per pezzo nella sua cinica crudeltà da Filomena Gallo, la stessa avvocata della Luca Coscioni che insieme a Marco Cappato e Mina Welby ha ottenuto questo risultato. I partiti restano ancora in difficoltà, sebbene ora agevolati dallo spirito della sentenza della Corte, ma sappiamolo, la battaglia per la legge non finisce qui, anzi comincia ora. Già l’ordine dei medici ha preso posizione e sono annunciate 4000 obiezioni di coscienza tra loro. Sarà questa l’occasione per verificare se c’è discontinuità nel nuovo governo, col Partito Democratico che non lo ha fatto quando poteva, ma che se vuole ora può. Per chi non lo sapesse la piattaforma Rousseau dei 5Stelle si era già espressa in merito anni fa e gli iscritti si dichiararono d’accordo al 90%.

Volontà dichiarata di chi lucidamente decide di avere una morte dolce assistita – Mina racconta dello strazio nel “lasciar andare” Piergiorgio il suo grande amore – con la libertà di assisterlo senza incorrere nel carcere, come altrimenti a Marco Cappato sarebbe successo, depenalizzando parenti e medici: questo dice la Corte Costituzionale. Il che non fa una legge. E’ stato di Loris Fortuna, il deputato socialista e radicale padre del divorzio, a presentare la prima proposta in Parlamento negli anni ’80.

Affrontare la realtà, evitare che la disperazione faccia gettare le persone dai tetti, come è successo per Marco Monicelli e/o andare in Svizzera come Lucio Magri e/o sfidare la disobbedienza civile come per Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e dj Fabo… questo è ora chiamato a fare il Parlamento.

Odio il populismo, ma capisco chi lo è diventato negli anni, soprattutto la disaffezione evidente alla politica della maggior parte dei nostri figli… e giustamente sostituito coi grandi temi di futuro sostenibile, riparandone i danni. A cosa servono tanti parlamentari se comunque ubbidiscono a ordini di scuderia e difficilmente mantengono l’autonomia di opinione, non ascoltando i sentimenti e le esigenze delle persone che rappresentano?

Manuela Fabbri (radicale storica e attualmente nella direzione del Pd).

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