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Teddy cresce e assume ma rallenta: gli italiani comprano meno vestiti e lo fanno su internet

Il gruppo Teddy ha chiuso lo scorso anno con ricavi saliti del 3,2%. “Ma il dato di cui siamo più orgogliosi è la crescita dei dipendenti, saliti del 12,3% a 2.871”, annuncia l’amministratore delegato Alessandro Bracci in un’intervista al Sole 24 Ore.

“In azienda – prosegue Bracci – abbiamo inserito tantissimi giovani esperti di marketing e comunicazione digitale. Ci aiutano a capire il presente e a guardare al futuro senza troppe paure “preventive” o legate alle esperienze di vita e di lavoro che ci legano al passato. Siamo fiduciosi anche perché siamo un gruppo sano: l’ebitda 2017 è stato di 83,3 milioni, pari al 13% dei ricavi, e la posizione finanziaria al 31 dicembre 2017 era di 65,4 milioni, 11,4 in più rispetto all’esercizio precedente”.

Per l’azienda fondata a Rimini nel 1961 da Vittorio Tadei, di cui proprio oggi ricorre il secondo anniversario della scomparsa, si tratta comunque di un rallentamento del e fatturato e anche un po’ inatteso, come riconosce lo stesso Bracci: “Il 2017 si è chiuso a 642 milioni e veniamo da un decennio di autentica corsa: il tasso annuo medio di crescita (Cagr) dal 1988 al 29017 è stato del 16,3%. In tutta sincerità, non ci aspettavamo di rallentare, ma vediamo il lato positivo della cosa: siamo stati spinti a riflettere e a chiederci cosa sia successo, all’esterno dell’azienda e all’interno”.

Cause della frenata? I consumi degli italiani, che hanno sempre speso in vestiti il 30% in più agli altri europei, forse si stanno allineando su abitudini più sobrie. Soprattutto i più giovani, che ormai mettono benessere e cibo prima del look.  “Poi c’è la rivoluzione digitale – sottolinea l’ad – che ha spinto una parte di clienti sul web, dove c’è più scelta e cresce l’infedeltà, oltre alla caccia quasi ossessiva allo sconto. C’è infine maggiore consapevolezza dell’impatto che i consumi hanno sull’ambiente e sulle persone che lavorano nel sistema moda”.

Va così però un po’ in tutti i 42 Paesi dove Teddy è presente (i ricavi esteri sono sono il 52,2% del totale), esclusa la Russia, dove l’ubriacatura consumistica pare ancora molto vivace e il Made in Italy continua ad essere gettonatissimo.

Per affrontare questi nuovi scenari, Teddy punta sul personale, la formazione e i servivi nel punto vendita. “Per dare servizi migliori a chi sceglie ancora l’universo fisico e solo in seconda battuta il web – spiega ancora Bracci – occorre investire sulle persone. Teddy in questo è avvantaggiato, perché mettere al centro le donne e uomini che lavorano per noi è la nostra filosofia da sempre. Lo stesso vale per i clienti. Non vogliamo solo vendere prodotti e aumentare fatturati e utili, ma dare un contributo positivo al mondo in cui operiamo”.

Nel febbraio 2017, prima dell’abolizione dei voucher, il gruppo Teddy si collocava al quarto posto in Italia per l’utilizzo di questi strumenti, avendone acquistato per 1.901.230 euro retribuendo in questo modo 922 prestatori d’opera. Alla Cgil che bollava questo dato come “una brutta sorpresa”, Bracci aveva allora riposto:  “I voucher spesi dalla Teddy nel 2016 corrispondono a circa il 3% delle somme investite in stipendi, contributi e oneri versati alle nostre persone e agli enti competenti. Quindi in Teddy stiamo parlando di un fenomeno assolutamente marginale”.

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