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Terremoto: prevenzione sì, ma quanto costa?

In questi giorni sentiamo parlare molto di prevenzione, come ricetta infallibile per affrontare i rischi di un terremoto.
Prevenzione significa mettere in sicurezza secondo le norme antisismiche gli edifici che in Italia non lo sono.

Già, ma quanti sono sono in Italia gli edifici non a norma? Non lo sa nessuno, perché nessuno ha mai fatto un censimento serio delle situazioni a rischio.

Ecco perché in questi giorni circolano molti “conti della serva”. Per esempio, in base alla data di costruzione (prima del 1970), si “stima” che le unità abitative in questione siano circa il 70% di quelle esistenti. E siccome sappiamo che tali unità sono in totale circa 33 milioni, il conto è presto fatto: sarebbero più di 23 milioni quelli da ristrutturare.

Questa cifra è forse già abbastanza allarmistica, visto che pochissimi si spingono a calcolare quanto costerebbe questa gigantesca operazione di messa in sicurezza. Chi lo ha fatto (sempre procedendo con lo “spannometro”, visto che nella realtà le situazioni sono diversissime fra loro) calcolando un costo medio di 100 mila euro (una messa a norma può costare dal 50 all’80% del costo di costruzione di un’analoga abitazione nuova), salta fuori la stratosferica cifra di 2300 miliardi di euro. E anche questi numeri sono stati dati in qualche talk show.

In realtà, per cominciare, non tutti quei 33 milioni di abitazioni si trovano in zone a rischio sismico. Ci sono anche aree di Italia a rischio quasi zero, come la Sardegna e alcune parti del Piemonte e della Puglia. Poi ve ne sono altre dove il rischio è classificato a livello 3, cioè basso; in tutto comprendono i territori di oltre 5 mila comuni, la maggioranza.

sismicità

I comuni dove sarebbe davvero urgente intervenire, se non altro con un serio monitoraggio, sono 708 nelle zone ad alta sismicità (zona 1) e 2.345 in quelle a media sismicità (zona 2), come il Riminese.

Però di quanti edifici si tratti, di nuovo, è mistero. Anche perché, per non farci mancare niente, ogni Regione si regola in maniera differente: per esempio in Toscana esiste una Zona 3s, dove vigono le stesse norme della Zona 2, e via legiferando.

Il calcolo dei costi mette a dura prova la nostra serva anche perché dovrebbe considerare altre molte altre variabili: costruzioni senza particolare pregio o interesse storico che varrebbe la pena abbattere e ricostruire, con costi inferiori a quelli necessari per gli adeguamenti. O, all’inverso, edifici che invece valore ne hanno tanto e bisogna mantenerle, ma a costi proibitivi.
Inoltre, non tutte le costruzioni realizzate senza dover rispettare “l’antisismica” sono a davvero rischio. Si è visto in occasione del terremoto di Modena, in una zona dove le norme più restrittive non erano in vigore essendo classificata basso rischio, poiché l’ultimo evento tellurico si era verificato 500 anni fa: pur fra gravissimi danni, a livello statistico la maggior parte degli edifici tutto sommato ha retto.

Quel che è abbastanza certo, è che quegli interventi di adeguamento funzionano. E non c’è bisogno di imparare dai giapponesi: in Italia siamo all’avanguardia nelle tecniche antisismiche. La riprova si è avuta proprio durante l’ultimo terremoto: a Norcia, dove si è ricostruito dopo il sisma del 1979, il 24 agosto scorso i danni sono stati irrilevanti.

Comunque, quante case siano e quanto costi metterle in sicurezza, come viene aiutato chi dovesse decidere di farlo?

Anche quest’anno è stata confermata la detrazione fiscale del 65% delle spese sostenute per gli interventi di miglioramento sismico e di messa in sicurezza statica degli edifici ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2). Come del resto gli altri incentivi edilizi, queste agevolazioni non sono “strutturali”, cioè valide sempre; sono provvedimenti inseriti di anno in anno nelle leggi di stabilità dei governi che si sono succeduti e che ogni 31 dicembre necessitano di una proroga.

Per completare il quadro dei possibili rimedi antiterremoto, vi sono poi soluzioni minimali, ma di qualche efficacia. Per esempio la cosiddetta “stanza antisismica”. Si tratta di rendere sicuro almeno un ambiente della propria abitazione, in modo da potervisi rifugiare in caso di scosse senza dover precipitarsi all’esterno. Una sorta di cellula di sopravvivenza, insomma, che se non altro diminuirebbe di qualche decimale le probabilità di restare sotto le macerie. Ovviamente anche qui le variabili sono infinite e non ovunque questa soluzioni è applicabile. Anche se presenta il vantaggio di scavalcare quello che spesso è l’ostacolo insormontabile di una ristrutturazione, cioè mettere d’accordo tutti i proprietari di un condominio. Queste “stanze di sicurezza” vengono commercializzate con prezzi a partire da 10 mila euro progettazione compresa.

Infine, fra le possibili tutele resta l’assicurazione contro le calamità naturali. Più volte si è pensato a renderla obbligatoria, come per le auto, ma non se ne è mai fatto nulla. Oggi è volontaria e rarissima: meno dell’1% dei 33 milioni di case è coperta da queste polizze.

Quanto costano queste polizze? La nostra solita serva ci dice che per un appartamento di 100 mq costruito prima del 2005, si possono spendere 3-400 euro all’anno per immobili situati in zone a rischio sismico medio (zona 2) come Rimini. Ovviamente dove il rischio è maggiore, i costi salgono in proporzione.
Polizze di questo tipo, sempre per 100 mq, coprono fino a circa 120 mila euro circa di danni alle strutture causate da sismi dal 4° grado Richter in su. Resterebbero fuori le cose contenute nell’abitazione, che si possono però assicurare a loro volta con una piccola aggiunta (20-30 euro) fino a un massimale intorno ai 20 mila euro. Ogni compagnia prevede franchigie al di sotto delle quali la polizza non interviene, ma anche varie ulteriori coperture accessorie, per esempio sulle spese sostenute per trasportare e depositare presso terzi il contenuto della casa (mobilio, arredamento, vestiario e tutto quanto serve per l’uso della casa e per uso personale) e per il rifacimento dei documenti.

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