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Terremoto a Rimini, tanti rischi e rimedi ancora da trovare

Marco Manfroni è il presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Rimini. Ma oggi parla da singolo professionista e soprattutto da cittadino riminese. Preoccupato, come tutti noi, di quanto potrebbe succedere nel nostro territorio se si dovesse verificare un terremoto.

Marco Manfroni

Marco Manfroni

«Prima di tutto – osserva Manfroni – togliamo di mezzo il “se”: non per fare dell’allarmismo, ma solo per prendere atto della realtà. Qui i terremoti si sono già verificati ed è certo che si verificheranno ancora. Non sappiamo quando, ma con possiamo immaginare con un buon grado di approssimazione fino a quale intensità potrebbero arrivare. Dunque si tratta solo di usare del normale buon senso, quando diciamo che bisogna tenersi pronti».

E noi lo siamo?

«La nostra situazione è risultato delle scelte normative che sono state fatte dal dopoguerra in poi. Personalmente, dissento profondamente dalle scelte fatte in materia anti sismica, soprattutto negli anni ‘50 e ‘60. Prevedono che non si fa prevenzione, ma si gestisce l’emergenza. Allora Sla valutazione fu che i terremoti fossero fatti episodici, mentre la realtà successiva ha dimostrato ben altro. Negli ultimi 50 anni infatti abbiamo avuto un terremoto ogni 4-5 anni».

Come ci si sarebbe dovuti comportare?

«Si fa sempre l’esempio opposto del Giappone. Certo, il Giappone è diverso dall’Italia, lì i terremoti hanno intensità catastrofiche e con frequenza molto più alta che da noi. Ma a quale livello di protezione sono arrivati? Se arriva un sisma anche di fortissima intensità, l’unico problema è che cadono i vasi dalle mensole. L’ho visto con i miei occhi: l’addestramento che fa il personale di un’azienda giapponese è di tener fermo il monitor sulla scrivania, perché si dà per scontato che l’edificio non possa crollare. Quegli edifici, oltre agli isolatori sismici che funzionano come una sorta di ammortizzatori, hanno tutti gli impianti di gas e acque con giunti che permettono di sopportare le oscillazioni. Oppure, all’interno di certi edifici ci sono delle zone che sono predisposte a dissipare l’energia sismica senza andare in crisi. Tutto questo sistema permette, fino a un certo livello, di superare il sisma non solo senza vittime, senza significativi danni materiali».

Come ci sono arrivati?

«In Giappone hanno un grande vantaggio, che deriva da un terribile svantaggio. Le maggiori città, a iniziare dalla stessa Tokyo, che erano in gran parte in legno, sono state cancellate dai bombardamenti incendiari della seconda guerra mondiale. Poi sono state ricostruite caoticamente nel dopoguerra, un po’ come da noi. Ma a differenza dell’Italia, negli anni ‘60 sono state ricostruite di nuovo e integralmente. E questa volta con leggi che hanno imposto la ricostruzione con queste caratteristiche».

Anche noi abbiamo costruito in gran parte negli anni ‘60…

«Però per esempio Rimini, che fino agli ‘30 era classificata come zona sismica, ha avuto un vuoto normativo, scansando anche la legge sismica nazionale del 1962. Solo nel 1983 siamo stati riclassificati come zona a medio rischio. D’altra parte, è evidente la soluzione “giapponese”ha un costo, almeno il 20-30% in più. Anche per questa ragione, da noi si è scelto che gli edifici in caso di sisma possano danneggiarsi anche fino a divenire inagibili, però devono permettere la fuoriuscita delle persone. Ciò vuol dire che noi salvaguardiamo la vita umana, ma non arriviamo a salvaguardare il capitale».

Non basta?

 «Secondo me non è un’impostazione razionale. Perché in un territorio intaccato dal sisma, dove gli edifici sono tutti da ricostruire, le scuole si svuotano, le fabbriche si fermano, la popolazione deve essere trasferita magari a grande distanza. Si è dimostrato che occorrono vent’anni prima di poter ricostruire un tessuto sociale. E allora, non si devono calcolare solo i danni immediati. A mio avviso se si tengono conto di tutti i veri fattori, il conto economico se non è più salato, almeno si equivale a quello di una prevenzione ottimale. Fra l’altro, la scelta giapponese è anche la scelta californiana. Sono effettivamente i territori più a rischio dal punto di vista sismico, ma poi arriviamo noi: in Europa siamo sicuramente una delle aree dove si verificano più sismi, insieme ai Balcani, anche se quelli di tipo “appenninico” raggiungono al massimo sesto grado».

E sulla gestione dell’emergenza in che situazione siamo?

«Il Comune di Rimini solo da due anni fa si è dotato di un piano d’emergenza in caso di terremoto, cioè dove evacuare, dove montare le tende, quali strade che abbuiano ponti che presumibilmente non crollino e così via. In altri territori anche più a rischio non esiste nessun piano. Su queste cose siamo in ritardo. Per questo abbiamo fatto nascere un’associazione che si chiama proprio Io non tremo, per fare opera di sensibilizzazione verso il rischio sismico. Il fatto è che il terremoto esiste e occorre pensarci. E non il giorno dopo che è avvenuto, ma il giorno prima che avvenga, in modo che quando arriverà si sia pronti. Non puoi evitarlo, non puoi fermarlo, devi solo metterti nelle condizioni che faccia meno danni possibili e che il territorio possa ripartire il più velocemente più possibile. Poi c’è il problema del singolo edificio e il problema su scala urbana, di una città nel suo complesso che possa resistere al sisma.da noi c’è stato il caso del ponte sul deviatore Marecchia fra Rivabella e San Giuliano Mare, che per molti anni è stato al limite della resistenza delle sole azioni statiche: se fosse arrivato un terremoto anche superiore al 4 sarebbe crollato. Se anche non ci fossero state vittime, la città si sarebbe trovata di fatto spaccata in due».

Fino a che punto oggi è possibile prevedere se un’edificio o un’opera pubblica possono resistere a un terremoto?

«Ingegneristicamente ora esistono dei metodi raffinati per fare simulazioni. Utilizzando certi macchinari per un palazzo di sette piani si spendono 10 – 15 mila euro, quindi non cifre esorbitanti, per fare prove reali sull’edificio, che insieme alla valutazione dei materiali, della struttura e con un modello matematico, fanno capire esattamente quale potrebbe essere la sua resistenza al sisma. I problemi arrivano quando si vorrebbe intervenire per adeguarlo a criteri antisismici. Ovviamente è un intervento che deve essere effettuato sull’edificio, non sul singolo appartamento:  in un condominio diciamo con trenta appartamenti e altrettanti proprietari, che succede? Ciascuno avrà diverse disponibilità economiche; ciascuno avrà differenti possibilità, se ne ha, di trasferirsi altrove per un certo periodo, perché quell’edificio diventerà un cantiere. Non è certamente una questione semplice».

Dunque siamo paralizzati?

«Partiamo da un’altra direzione: gli edifici hanno comunque una loro vita media. Dopo 60, 70 anni hanno inevitabilmente bisogno di una ristrutturazione pesante. Quando arriva questo momento, allora si può pensare di fare anche l’adeguamento sismico. Anche in questi casi, certamente è tutto più semplice in una casa mono familiare e molto più complicato in un condominio. Però, purtroppo, il fatto resta: tutto quanto è stato costruito prima dell’83 a Rimini non ha tenuto conto di normative antisismiche. Le quali, inoltre, si sono fatte sempre più stringenti. Fra l’altro, l’informatica anche nel campo del calcolo strutturale sismico ha fatto passi da gigante: ormai si svolge tutto su calcolatore. In realtà la comprensione sismica è avvenuta negli ultimi 50 anni. Per esempio, ora posso andare all’Università di Pavia con il mio progetto nel dischetto è lì posso vedere cosa succede al mio edificio in caso di terremoti delle varie scale. Siamo veramente avanti nella simulazione teorica».

Sarebbe utile censimento sismico che classificasse ogni edificio in base alla sua vulnerabilità?

«Provocherebbe uno sconvolgimento sul mercato immobiliare incredibile e certamente non auspicabile. Fino a cinque anni fa, due edifici affiancati, uno costruito dopo il ’96 secondo le ultime normative e uno costruito negli anni ‘50, per esempio in Viale Principe Amedeo, avevano lo stesso valore. La non vulnerabilità sismica sul mercato non valeva un euro. Se si facesse un censimento di questo genere, probabilmente il mercato inizierebbe fare conti differenti. Ciò comporterebbe una distruzione di valore enorme. E con effetti a catena: molti edifici, altro esempio, sono a garanzia di mutui. Insomma sarebbe sì un terremoto, ma nelle tasche. Eppure questa cosa andrebbe fatta. Cioè, dovremmo pur sapere se viviamo in una casa a sicurezza alta, media o bassa in caso di terremoto. C’è un progetto di legge che giace da due anni in parlamento, che prevede una norma, per ora prevista come non obbligatoria, che stabilisce come fare un’analisi di vulnerabilità sismica su scala di sette livelli. Questo permetterebbe di fare una mappatura omogenea e dare una sorta di certificazione che però, purtroppo, è molto più complicata di quella energetica, alla quale ormai siamo abituati. Inoltre, altro problema, l’analisi è solo sul singolo edificio e sulla microzonizzazione sismica. Ma sulla mia casa che magari non crolla, può cadere un edificio vicino. Andare a vedere a casa del vicino diventa ulteriormente complicato. E nei vecchi agglomerati urbani come il nostro centro storico, con le sue case a schiera anche per centinaia di metri, l’analisi dovrebbe riguardare tutta la via, perché quel fronte si comporta come un solo edificio».

Nessuno in Italia ha dunque mai fatto niente del genere?

«In realtà  a Ferrara dopo il sisma dell’Emilia, nel centro storico hanno realizzato una mappatura di buona parte degli edifici. Sono riusciti a trovare i finanziamenti e gli ordini professionali hanno collaborato. Almeno un’idea di massima se la sono formata».

Sono sufficienti gli incentivi previsti per chi compie adeguamenti anti sismici?

«Secondo me no, non sono ancora sufficienti. Un adeguamento sismico impatta molto sull’edificio. Nel caso degli alberghi stagionali si può sfruttare il periodo di chiusura, ma per tutti gli altri, durante i lavori si tratta di chiudere l’esercizio nel caso degli hotel o traslocare nel caso delle abitazioni private. E poi ci sono i costi dell’intervento stesso. Per questo, dal punto di vista ingegneristico, spesso sarebbe più conveniente e anche più sicuro abbattere e ricostruire, là dove è possibile. Però a Rimini avremmo dei problemi con la legislazione vigente, soprattutto se parliamo di alberghi. Nella zona mare si è costruito quando le norme consentivano distanze minime fra una un edificio e l’altro. Ora questo non sarebbe più possibile e ricostruendo bisognerebbe rispettare distanze maggiori e quindi perdere delle cubature. E difficilmente qualcuno è disposto ad accettare queste condizioni, tanto meno in un hotel. Ci vorrebbe allora una norma che permettesse di ricostruire perlomeno con le stesse dimensioni del pregresso. E dovrebbe essere una legge nazionale. Inoltre, attualmente se si demolisce e si ricostruisce non sono previsti incentivi per l’adeguamento sismico: si deve obbligatoriamente fabbricare rispettando le norme antisismiche in vigore e basta, senza alcun bonus. Invece, chi realizza un nuovo edificio antisismico, magari con una classe di risparmio energetico elevata, credo che un “premio” lo meriterebbe, visti i benefici che la comunità ne ricaverebbe sotto tanti aspetti».

Stefano Cicchetti

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