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Con Tim Burton i ragazzi sono tutti speciali

Il regista Tim Burton torna nelle sale cinematografiche con Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, film ispirato all’omonimo libro di Ransom Riggs. L’artista americano, noto per le sue ambientazioni fiabesche e gotiche, sembra trovare in quest’ultima fatica un nuovo linguaggio, uguale e diverso a quello che lo ha sempre contraddistinto. L’attenzione per l’emarginazione e la solitudine di personaggi eccentrici e stravaganti rimane centrale, ma la regia sembra andare a parare altrove. Dove? Andiamo con ordine.

Foto di individui sconosciuti senza alcun contesto possono nascondere storie davvero formidabili, e cercando per i mercatini dell’usato se ne possono trovare davvero di curiose. Ransom Riggs, giovane scrittore e regista di cortometraggi americano, ha ricavato una trama partendo proprio da questa intuizione – che è poi la stessa che portò il nostro Calvino a scrivere il Castello dei destini incrociati usando le carte dei tarocchi: nel 2011, su suggerimento del suo editore, ispirandosi alle più strane fotografie che riuscì a trovare, inventò una vicenda mettendole una dopo l’altra. Così è nato Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (edito in Italia da Rizzoli), fantasy e romanzo di formazione che affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale.

L’opera racconta la storia di una comunità di ragazzi superdotati (alcuni hanno la capacità di far crescere le piante, altri di fluttuare nell’aria, di fare sogni profetici o poter diventare invisibili ecc.) che vivono in un anello dove il tempo si è fermato. Il giovane statunitense Jacob (Asa Butterfield), sulle orme del nonno Abraham (Terence Stamp), si reca nell’anello situato in Galles, dove si ripete all’infinito un giorno molto particolare: quello in cui, durante la seconda guerra mondiale, una bomba distrusse la casa dei ragazzi speciali e della loro direttrice, Miss Peregrine (Eva Green); in realtà gli uomini normali non possono che vedere i ruderi di quella abitazione, ma nella dimensione sovratemporale dell’anello, invece, i bambini speciali possono vivere per sempre felici e contenti nella loro magica dimora.

Ma la serena e idilliaca esistenza dei ragazzi speciali è all’improvviso minacciata dai terribili Vacui: ragazzi speciali cattivi che si sono trasformati in veri e propri mostri, che si nutrono degli occhi degli altri speciali. Il problema è che i bambini speciali non riescono a vedere i Vacui, e quindi difendersi è molto difficile. L’unica salvezza è rappresentata da Jacob, che scoprirà di essere anch’esso un ragazzo speciale: solo lui, infatti, può vedere i Vacui ed aiutare quindi i suoi nuovi amici a sconfiggerli.

Nell’adattamento cinematografico – di cui Riggs si è dichiarato più volte entusiasta – Jane Goldman ha apportato diverse modifiche nella sua sceneggiatura, soprattutto verso la fine. I cambiamenti sono dovuti alla necessità di un film autoconclusivo e spettacolare, che culmina in un titanico e caotico scontro tra la banda dei ragazzi speciali e i Vacui, capitanati dal Sig. Barron (Samuel L. Jackson).

Il film presenta momenti tipicamente burtoniani, come la scena della nave sollevata dalle acque o il pasto dei Vacui, che ricorda la macabra ironia di Beetlejuice e la battaglia in stop motion tra le bambole. La vicenda è molto articolata, e purtroppo nemmeno due ore di pellicola riescono a rendere bene ogni cosa; l’esigenza di iniziare e chiudere il racconto in un unico atto non concede la possibilità di indagare a fondo la psicologia dei vari personaggi, le relazioni che intercorrono fra loro, specie all’interno della famiglia Jacob.

Un esperimento senz’altro originale, che non può dirsi però riuscito fino in fondo. C’è una consolazione, comunque, per gli amanti di Tim Burton: le lacune credo siano dovute più alla sceneggiatura e non alla regia, che resta sempre originale e prolifica senza mai essere ripetitiva.

Edoardo Bassetti

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